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BOLOGNA – Del Teatrino Giullare abbiamo sempre apprezzato lo stile artigianale, le idee feconde, le ombre fervide, le costruzioni di giochi scenici illuminanti e disarmanti nell'incastro obliquo tra attori e manichini fino a perdersi gli uni negli altri, fino a scambiarsi e confondersi, in quel sottile filo di fondo giocoso e inquietante che faceva delle loro messinscene parentesi cult originali nella drammaturgia italiana contemporanea. Fin dall'esplosivo ed eccezionale, e ancora ricordato e menzionato nei foyer, “Finale di partita” da Beckett, una partitura ritmata e ridotta, che la esaltava, su una scacchiera, passando per “Alla meta” di Bernhard o l'oscuro pinteriano “La stanza” (mentre “Le amanti” della Jelinek e “Coco” ci lasciarono dubbiosi), il duo Giullare (da Sasso Marconi) hanno costruito uno stile riconoscibile, incarnando una cifra solida personale. L'attesa per questo “Menelao”, testo (fragile e non convincente) di Davide Carnevali e produzione Ert Fondazione, era tanta, spettacolo inserito anche nel prossimo festival “Vie”. L'ironia però, possiamo dirlo, non è per loro il miglior terreno di battaglia sul quale argomentare, muoversi, lasciar correre le loro visioni, le loro ombre, la loro dimensione onirica.menelao_fb.jpg

Il progetto nasce e si dipana dalla domanda esistenziale centrale dell'uomo che ha tutto, appunto Menelao, fulgido, potente, vittorioso, amato da una donna bellissima, ricco, eppure insoddisfatto cronico, sente che gli manca qualcosa ma non sa decodificarla. “Ha tutto ed è infelice e non sa perché” e “Cerca di risolvere un problema che non esiste” ed è proprio il non aver più niente da prendere e conquistare che lo prosciuga, lo azzera, lo svuota, senza più orizzonti né obbiettivi da raggiungere, è un corpo che non freme più, corazza senza un'anima che gli vibri dentro. Se l'incipit è altamente interessante e lascia aperte finestre e lancia possibilità, riflessioni filosofiche e digressioni, non altrettanto si può dire sulla messinscena che da un lato prevede manichini e pupazzi di dimensioni mignon e in questo lo spazio (il ridotto dell'Arena del Sole) non aiuta affatto: siamo troppo lontani per apprezzarne movimenti e sfumature e tutto si perde in un indistinto fondale; dall'altro le vocine infantili che accompagnano i personaggi, quasi da teatro ragazzi didascalico e sottolineante, ci allontanano dalla dimensione mitologica e ovattata e da quell'attacco così poderoso, energico, tragico.

Il MENELAO-765x510.jpgconflitto senza soluzione tra la domanda perno e quello che avviene successivamente sulla scena è palese con inutili inserti contemporanei, il telefono, i giornali, l'analista, la pistola, che ci portano altrove o con un linguaggio che strizza l'occhio al gergo giovanile di strada con svariate interlocuzioni slang volgari che stonano, ridicolizzano i personaggi facendone banali e buffe macchiette da beffa, da risatina sottobanco semiseria. Tre i piani che si sovrappongono, tre i palchi accatastatimg_0872-e1549097350550.jpg piramidali: la testa di Zeus (sembra la bocca della verità) dalla quale esce l'Idea-carillon, quello centrale con i burattini, e la teca sottostante, camera da letto-bara dove Menelao si ritrova con Elena scivolando in un dialogo-match battutistico alla Sandra e Raimondo desolante che solletica la pancia ma lascia assenti e svuotati. Ecco, si può dire che questo “Menelao” cerca più la risata facile che il senso ultimo, è più propenso e concentrato nel voler divertire ad ogni costo, senza riuscirci, e con ogni mezzo scontato, che a perseguire l'essenza profonda del canovaccio iniziale lavico. Ottimi i giochi di luce che però non risollevano il torpore acido e la delusione amara che sa di involuzione. Beckett, Bernhard e Pinter si confacevano maggiormente alle loro dinamiche, alla loro ricerca intima, a tutto quell'immaginario che riescono a creare, a materializzare che qui, purtroppo, esce schiacciato e compromesso, da una scrittura penalizzante, da un “contemporaneo” stucchevole che affossa e appesantisce. Ne usciamo perplessi.

Tommaso Chimenti 20/02/2019

RAVENNA – Sarebbe troppo semplice definire il burattino un pezzo di legno inanimato. E sarebbe alquanto sbagliato descrivere il connubio tra il burattinaio e il pupazzo dipingendolo come un uomo e il suo strumento di lavoro. Qui non si tratta di unire carne e sangue al legno. Da quell'innesto nasce la magia, la poesia, qualcosa di difficilmente riproducibile, ne sgorga polvere di stelle in un unico, indissolubile legame tra la pelle, che presta il suo movimento, e la stoffa che si anima, prende vita e colore, assume un'anima, una coscienza, una consapevolezza, diventa un essere a sé stante, con le sue ambizioni e pulsioni, gioie e tensioni. Alchimia, non c'è altra parola per descrivere il filo che lega burattinaio e marionetta, due cose distanti che, sul palco nel momento dello spettacolo, si fondonoAlbert Bagno.jpg senza più riuscire a capire dove comincia l'uno e dove finisce l'altro. In molti modi è declinabile il Teatro di Figura e il “Festival Internazionale Arrivano dal Mare” (titolo di questa edizione: GenerAzioni), rinnovato e rinvigorito dalla Famiglia Monticelli, grande longevità alla 43esima edizione (tra Ravenna, Cervia, Gambettola, Gatteo e Longiano), ce ne ha mostrato le varie sfumature e discipline in un ventaglio di proposte alte e popolari insieme: il filo, il cunto, i piedi, la mano, i disegni animati.

Di solito quando diciamo che una cosa è fatta con i piedi intendiamo che è fatta male anche se con i piedi si danza sulle punte, si corre a perdifiato, si gioca a calcio. I piedi sono libertà, ma nel linguaggio comune sono bistrattati e messi sempre in secondo piano rispetto alle mani. Ad esempio tutti conoscono i nomi delle dita di una mano, mignolo, anulare, medio, indice e pollice, e pochi quelli dei piedi. Eccoli: alluce, illice, trillice, pondulo e mellino. Ma anche con i piedi è possibile fare molto, fare tanto, fare qualcosa di eccezionale come Laura Kibel con il suo sensibile “Va dove ti porta il piede” che riprende, parodiandolo, il successo della Tamaro, mostrandoci quante cose possono diventare alluci e laura-kibel-2.jpgcalcagni. Nessun feticismo. Decine le valige colorate sul palco ed ognuna delle quali contiene mondi e universi di personaggi e spettacoli. La Kibel, vera Maestra e artista di questa particolare branchia che ha un lato acrobatico, da ginnasta e circense, sciorina, facendo diventare i suoi piedi angeli e diavoli, un anziano sul ginocchio, un simpatico toreador spagnolo che lotta con un toro picassiano, che grazie alle note di Besame mucho riesce a trasformare la bandiera di McDonald che gli viene sventolata in faccia in quella del WWF. Spettacolare il parterre di pappagalli e tucani sudamericani come il Pulcinella arrestato dai Carabinieri (come non pensare prima a Pinocchio e poi al “Giudice” di De Andrè?), il direttore d'orchestra dai capelli a pagliaio e le mani gigantesche come il clown a metà strada tra Profondo Rosso, ispirato all'It di Stephen King, e i Simpson, suggerito da Krusty. Un lavoro intelligente.

Piccolo e gentile quanto affascinante e vintage è il mini carrozzone del norvegese Teater Fusentast dove, per quattro spettatori alla volta immersi in una sorta di cannocchiale, al suo interno si svolgono le vicende del “Parisian pillow case”, ovvero il caso del cuscino parigino. E' una storia semplice di amore e nostalgia per le cose vecchie ma che hanno importanza anche se non hanno valore, passando per una critica all'arte contemporanea e alla stupidità delle mode e di come gli esseri umani possano essere influenzabili. Un uomo che, durante un viaggio aDSCN1974.JPG Parigi, perde il suo amato cuscino dal quale, come coperta di Linus, non si separa mai. Un feticcio, sgualcito e usurato, riesce ad attrarre una serie di personaggi per un on the road (6 minuti la durata) di una carrellata di disegni che s'animano e scorrono davanti ai nostri occhi che tornano bambini: il cuscino, quasi una sorta di Forrest Gump che si trova nelle situazioni più disparate, arriva in testa al Primo Ministro in una parata, finendo nelle mani di un clochard che non ne ha mai avuto uno, viene rubato da un gabbiano, barattato al mercato del pesce (qui ci è venuto in mente l'incipit del romanzo “Profumo” di Suskind), sgraffignato da un gatto (senza gabbianella) fino ad arrivare in una galleria d'arte e cambiare la moda parigina. E' la differenza tra prezzo e importanza, tra costo e affettività, ben spiegata dalla poesia “Considero valore” di Erri De Luca.

Ci sono incontri che cambiano la vita o almeno mutano la percezione del reale, delle prospettive, delle priorità. E la marionetta riesce sempre, con la sua plasticità e ingenuità, e rimettere le cose a posto, a rintracciare i fili, far capire le dinamiche, cercare traiettorie più vere. E' la storia di Horacio Peralta, rocambolesca e avventurosa, dall'Argentina passando per Panama, approdando a Parigi, girovagando con la sua valigia di personaggi, ed oggi stanziale a Valencia. Che poi “Il Burattinaio”, il titolo del suo spettacolo che riassume la sua vita artistica e personale, inevitabilmente intrecciate, non può essere stanziale e sedentario in un unico luogo, deve andare, muoversi, ce l'ha nel dna il movimento, a volte appBig_a893b203e2ccb5d6868513563b9ba297.jpgla fuga. Horacio ci parla di amore per la vita, del lasciarsi andare all'oggi, del prendere da ogni casuale incontro, del sapere vedere la fortuna ad ogni bivio, di abbracciare il domani con ottimismo, lui scappato dalla dittatura argentina diretto a Panama con pochi averi. In un continuo palleggiarsi tra la vita reale, i suoi ricordi, le sue memorie, e le figure da lui ideate, che si affacciano sul palco, presentandosi e prendendo forma, ci fa conoscere Maria e Pier due personaggi che Horacio ha fatto vivere lavorando nelle carrozze del metrò nei freddi inverni parigini. E' quest'arte d'arrangiarsi che fa in modo di trovare soluzioni e nuove direzioni, senza mai fermarsi, senza mai abbandonare, senza mai mollare o sentirsi sconfitti o demoralizzati. Ripercorre la sua vita, che è la sua carriera, di personaggi stralunati e teneri come lo scultore o come il dolcissimo mostro peloso, simile ad uno struzzo, che s'imbatte in una sua simile e scatta l'amore a prima vista. Pupazzi che hanno un'anima come il suo “Idiota” scimmiesco e stupido che si ribella al suo creatore e richiede un'autonomia tutta sua, come la “Vecchia” che sta sempre in una scatola e quando esce non ne vuol sapere di rientrarvi, protestando e mettendo in dubbio le facoltà intellettive e “psichiche” del burattinaio in uno sdoppiamento della personalità che apre la porta a molte riflessioni. Infine “La Morte” che ci lascia con quelle che potrebbero essere le parole che meglio riescono a descrivere la vita di Horacio: “Buon viaggio, approfittatene”. Una leggerezza profonda ci pervade, commozione e riso si mischiano.

Una vera lectio magistralis è quella che intavola invece Mimmo Cuticchio, voce imponente tenorile così come la figura che incute rispetto e1-cuticchio.jpg autorevolezza, voce solida gassmaniana, barba da Mangiafoco, è deciso e intenso, ha carisma, potenza, presenza. E' un viaggio il suo a ritroso nelle origini della sua famiglia, nella Sicilia degli anni '50, '60 e '70, ma anche un caleidoscopio per capire l'arte, il teatro, le sue trasformazioni sociali durante il dopoguerra, mentre l'Italia stava cambiando grazie al cinema, alla televisione, al turismo. Siamo in una chiesa, consacrata, ed è affollata come difficilmente lo sono questi luoghi la domenica. Starlo a sentire è una gioia per le orecchie. Un uomo che si è fatto da solo, che ha messo a frutto gli insegnamenti, sul campo, del padre e di un Maestro. Cuticchio, qui senza pupi, nel suo circolare “recitar cantando”, ad occhi chiusi, nella sua armoniosa voce dei carrettieri, ora rude altre enfatica, con quei colpi di spada nell'aria e a terra con il piede da far risvegliare i morti da far rimbombare le pareti e l'anima, la rottura sincopata in apnea delle frasi, ci racconta dei genitori e dei sette fratelli, di una gioventù sul palco, a montarlo, recitarci, dormirci, dei 371 canovacci e trame su Carlo Magno e i Paladini di Francia nei quali il padre aveva suddiviso le gesta eroiche, dei 400 pupi che avevano appesi alle pareti. L'arrivo dei Cuticchio nei paesini, quando cinema e tv non c'erano, era un appuntamento atteso tutto l'anno, come una soap anni '80, come una fiction anni '90, come una serie tv d'oggi. Nelle sue parole c'è la storia del teatro ma anche quella sociologica di un Paese che stava uscendo dalla miseria. Dopo tanto girovagare i Cuticchio tornano a Palermo stanziali perché i pupi non attirano più nei piccoli centri soppiantati dalla televisione ma anche da biliardini, flipper e juke box che attirano i più giovani. Una sconfitta che diventa rinascita e possibilità: a Palermo i Cuticchio attirano i turisti, siamo nei '70, che arrivano da tutto il mondo. Ma i turisti, soprattutto i tour operator, anche se alle origini, chiedono ai pupari di portare in scena sempre lo stesso copione. Il giovane Mimmo invece vuole recuperare la tradizione e non si accontenta dei biglietti garantiti dai turisti. Dopo una lite generazionale con il padre, Mimmo lascia la famiglia e incontra Don Peppino Celano, ultimo cuntista, drammaturgo e costruttore di pupi. I due aedi cominciano un'alleanza, una ditta che vede il giovane Mimmo carpire e “rubare” i segreti della scena a Don Peppino fino all'investitura con lo spadino del '700 (che Cuticchio tutt'oggi usa nei suoi spettacoli) regalatogli proprio dal Maestro che segna il vero e proprio passaggio di consegne. Una fortuna avere la possibilità di stare ad ascoltarlo, la bocca aperta e gli occhi sgranati.

Tommaso Chimenti 24/09/2018

Ramona vive in un piccolo paesino georgiano, Rioni. Sogna di vivere felicemente insieme al marito Ermon, lontano da casa per lavoro. Per lunghi anni rimangono distanti l’una dall’altro. Un giorno, alcuni rappresentanti di un circo itinerante arrivano a Rioni e chiedono aiuto a Ramona per raggiungere una città termale dove gli artisti devono esibirsi inderogabilmente. Qui, Ramona rivedrà il suo Ermon, purtroppo durante una tragica circostanza… Questa è la trama dello spettacolo “Ramona” del Gabriadze Theatre, andato in scena dal 05 all’08 luglio al Teatro San Simone, nell’ambito del 61° Festival di Spoleto. Un semplice e drammatica storia d’amore, come tante ne sono solitamente proposte in ambito cinematografico e teatrale, se non fosse che a rendere tutto più magico e affascinante è il fatto che gli attori sono delle marionette e la protagonista non è una fanciulla, ma una tenera locomotiva a vapore.553678005072018124124

Per chi non lo conoscesse, il Gabriadze Theatre è una delle istituzioni culturali più importanti e amate della Georgia. Riconosciuto come uno dei migliori teatri di figura al mondo da pubblico e critica internazionali, il Gabriadze ha sede a Tbilisi ed è stato fondato nel 1981 da Rezo Gabriadze, eclettico artista georgiano, il quale forgia personalmente ogni singola marionetta in legno della sua straordinaria compagnia. Regista, drammaturgo, scrittore, pittore, scultore: Rezo ha scelto di rivolgere tutta la sua abilità creativa e il suo cuore a un teatro che gli ha permesso di poter evadere dall’asfissiante chiusura intellettuale vigente circa 40 anni fa in Unione Sovietica.

553678005072018124041Muovendo fili e animando suggestivi personaggi, Gabriadze ha conquistato, con passione e fantasia, platee di ogni età e lingua, immaginando storie ricche di umorismo e velate di malinconia, legate anche al suo vissuto e alla memoria georgiana, lasciando superare i confini, geografici e culturali, del suo Paese ad un modo di narrare favole diverso da quello tradizionalmente occidentale, dove anche la morte o la tragedia amorosa sono affrontante o si concludono con poesia e dolcezza. Racconti che, proprio per la loro commovente sensibilità, hanno attraversato la mente e l’animo di tutti gli spettatori che hanno assistito, almeno una volta, ad uno spettacolo del Gabriadze Theatre, al di là di apparenti limiti linguistici, ogni volta facilmente superati da appositi sopratitoli.
Non ha fatto eccezione neanche il pubblico del San Simone, tanto che molti adulti e bambini presenti ad ogni replica, hanno applaudito, divertiti e emozionati, la soave e delicata favola di “Ramona”, in cui nostalgia, ironia e tenerezza si amalgamo in un perfetto gioco di immagini, ombre e musiche, fino a svanire lentamente, come in un sogno, in una nuvola di fumo bianco. Neanche ci si rende conto che legno, colla e stoffa hanno preso il posto di carne, ossa e pelle: le marionette di Gabriadze sono così “umanamente vive”, che persino le voci registrate degli attori sembrano nascere da quei pupazzi. Plauso necessario, dunque, alla maestria dei marionettisti, reali cuori e anime dei personaggi di “Ramona”.

Chiara Ragosta, 08/07/2018

CASCIANA TERME – Abbinare le parole “spettacolo di burattini” con la dicitura “Vietato ai minori” è un ossimoro in piena regola, audace, curioso. Pieno di idee, scoperte, vie di fuga e riflessioni è questo dolce e macabro, tenero e inquietante “Maledetta Metropoli” ricreando un piccolo palco sul palco, quasi un cinema, un anfratto buio da “Cinema Paradiso” carbonaro, una catacomba con in fondo una feritoia 16:9 a proiettare storie fantastiche e purtroppo reali, grottesche e quotidiane. Maledetta Metropoli (ideato dall'aretino, e molto schivo, Fabio Modesti, tra i protagonisti della pellicola “Con gli occhi chiusi” della Archibugi), con le sue marionette col nasone adunco un po' Cyrano e un po' Dante, è un'imprecazione, una bestemmia, un urlo inascoltato al cielo con quelle due emme assonanti e musicali che fanno mamma, quindi delicatezza, ma sono anche rincorsa per lanciare strali e sciagure verso l'Altissimo. Siamo piccoli e fragili contro le avversità che ci accadono, le casualità che ci piegano, ci infrangono, ci battono. Metropoli qui fa rima con necropoli.
Maledetta Primavera. Le atmosfere sono francesi, i colori pastellati, un po' sfibrati, densi, dilatati. Sembra di sentire in sottofondo le note di Paolo Conte e Gianmaria Testa, le parole sferzanti di Gianni Brera, quelle rotonde e per niente accondiscendenti di Gianni Mura. L'impasto è da “Appuntamento a Belleville”, l'impianto da “La bottega dei suicidi”. MM ti accarezza con la sua parvenza familiare, domestica, infantile, per poi pugnalarti con il cinismo, l'acidità, la violenza urbana che ogni giorno ci troviamo a dover combattere, soppesare, dalla quale difenderci subendola. Tinte fumè, seppiate, sfumate, flambé, sbiadite ci portano a metà strada tra l'irrazionale dei peggiori sogni kafkiani e la purtroppo reale vita di tutti i giorni tra divieti assurdi, comportamenti inspiegabili delle persone attorno a noi, burocrazie irrazionali, lungaggini d'ogni sorta e tipo.Maledettametropoli1
Ogni maledetta domenica. Dalla campagna alla città è un salto nel buio, nel vuoto; dagli ulivi al cemento, dalle vigne all'asfalto è un carpiato che fa perdere punti di riferimento e sbalestra e disarciona. In piccolo una Commedia dell'Arte prestata alla disciplina dei burattini per una deriva dentro un girone dantesco dove il “nostro” sperduto è vagabondo che si ritrova a camminare tra situazioni e personaggi che ne mettono in crisi la sanità mentale con i loro comportamenti illogici e privi di alcun perché. Ma è il linguaggio (coraggioso anche il direttore del teatro, Andrea Kaemmerle, che ha scovato questa piccola perla e l’ha proposta senza filtri, né paraventi o censure), che ad un primo ascolto può sembrare e apparire volgare e spinto, smodato, offensivo e senza freni, che dona (finalmente) una pasta casalinga e desueta, contadina e rurale con quel retrogusto sanguigno e terreno, felicemente popolare e popolano e ruvido, essenziale, rude e scarno, senza fronzoli, che arriva al sodo, al punto, centra. Dialoghi come schegge in un mondo attentissimo al politicamente corretto, frasi come frecce contro l'omologazione, parole rancide contro il perbenismo.
Maledetto il giorno che ti ho incontrato. La metropoli sullo sfondo (ci appare come il “tragitto” disegnato ne La Linea di Cavandoli oppure un elettrocardiogramma) sono palazzoni che richiamano lo Z.E.N. evocato da Edoardo Bennato, Le Vele di Scampia di Gomorra, i casermoni della periferia campana di “E' stato il figlio”, le borgate del primo Eros Ramazzotti in “Adesso tu” o il grigiore esistenziale de “L'ultimo terrestre” di Gipi. In questa urbe tentacolare il protagonista è un forestiero che in questa via crucis capisce di non essere il benvenuto, un randagio malcapitato bucolico che soccombe sotto le angherie. Come un Pinocchio immerso e perduto dentro quello che credeva essere il Paese dei Balocchi, viene truffato, sedotto e abbandonato, avvelenato da una megalopoli dove convivono i peggiori istinti e reati nella più totale normalità e accettazione: “Maledetta Metropoli” (maledettametropoli.ti) non ha paura di toccare temi spinosi e scivolosi come la prostituzione, le violenze domestiche, lo sfruttamento e lo sbando minorile, la pedofilia, l'alcool, l'abuso di sostanze mettendo sul piatto della bilancia opposto una decrescita felice che punta sull'incontro delle persone, agli sguardi, sullo stare insieme, sui rapporti di vicinanza. La recessione, prima umana e poi economica, prima valoriale e successivamente finanziaria, si combatte con il “restare umani” di Vittorio Arrigoni, con quel mano nella mano che non è il classico e banale “e vissero tutti felici e contenti” ma può essere la soluzione ai nostri mali. Quella maledetta ultima meta.

Visto al Teatro Verdi di Casciana Terme, il 1 ottobre; il 10 ottobre al “Lato B”, Milano

Tommaso Chimenti 03/10/2016

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