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PALERMO – Se Franco Scaldati è il precursore e il pioniere della lingua siciliana per la scena teatrale, la coppia storica Vetrano/Randisi sono i suoi profeti. Le loro movenze sul palco, la loro grazia e delicatezza fanno frizione con le parole ora dure e rudi e irruenti e violente del drammaturgo palermitano e, come in una capriola carpiata, adesso si allineano alla poesia decadente, ora diventano ossimoro con il volgare, l'irrimediabile rabbiosità, l'incensurabile astio di periferie squallide, cemento e solitudine dell'anima. Se l'intorno è una pietra tombale di provincia, se l'asfalto fa marcire i fiori e il sole non riesce a portare il calore sperato, la difesa dell'uomo è quella delle apparizioni, di corpi che furtivi s'appoggiano al reale, bucano la dimensione, si fanno tangibili, tanto da poterli non solo vedere ma anche da poterci parlare. Sono le “Ombre folli” (prod. Teatro Il Biondo) le creature nate dalla penna di Scaldati che mise a punto una decina di monologhi dai quali Vetrano/Randisi, come Ombre-Folli-05.jpgsempre superbi e leggeri, pennellatori di stati d'animo, dispensatori laici di visioni, hanno deciso di cucire e legare “Creatore d'ombre” assieme a “Creature e Travestimenti” ed infine piazzare il carico emotivo di “Sabella” per un fluire tra viscere ed eccitazione, tra il degrado putrido e l'erotismo, tra lo squallido e il celestiale.

Stiamo nel mezzo a fluttuare tra gli Inferi decomposti e il Paradiso di putti paffuti e nuvole pannose. Gli uomini o sono diavoli in terra o angeli caduti ma sempre si sono sporcati, sempre hanno dovuto barattare l'innocenza con la sopravvivenza, la purezza con la salvezza. La lingua è stata mantenuta quella originaria, un palermitano che ferisce, acuto, puntuto, grattugiato, che adesso è tradotto in una sorta di specchio e rimando tra i due in scena e ora è illustrato e illuminato sul fondale nero in una triplice forma che rimbalza, ritorna, riecheggia ancora più potente. Una lingua calda (di Scaldati, scomparso nel 2011, hanno già messo in scena il must “Totò e Vicè” e “Assassina”), parole dense e concrete come mattoni ad innalzare muri su questi segreti indicibili, a scavare fossati e divisioni tra il dentro di grotta e il fuori apocalittico deserto. Sembra che tutto il mondo, il loro mondo, sia rinchiuso in queste stanze che ci aprono socchiudendole a spiragli e fessure abbaglianti, a soffietto iridescenti, incandescenti.

Diablogues-Vetrano-Randisi-TOTO-E-VICE.jpgUno scrittore in scena sbatte le sue parole, romanzo o lettere o confessioni che siano, in una sorta di rimando con Jack Nicholson in “Shining” da una parte e rimbalzando con quel “Misery non deve morire” fino ai “Sei personaggi” pirandelliani (altro amore molto frequentato per VR), e dall'inchiostro e dalla fantasia si chiarificano sbucando dall'ombra e dalla nebbia delle figure sbiadite e allungate come capocchie di fiammiferi che parlano e gli parlano scivolando su una passerella di lumini e ceri da seduta spiritica (la scena come sempre pulita e minimale, una fotografia), sbucano presenze sfocate, fantasmi che prendono corpo. E' una Casa degli Spiriti allendiana quella che emerge dal nero della memoria e del tempo, rievocazioni che per osmosi affiorano da un passato che ancora è trauma, è non detto, è fiamma mai sopita sotto la cenere. Pensiero, sogno e realtà si scambiano di ruolo, si fondono, si allontanano, si abbracciano fino a non riconoscere più i confini dell'una e dove inizia l'altra dimensione. Sono presenze di assenze quelle che sbocciano e fioriscono “in questo ammasso di tenebra”.Ombre-Folli-13.jpg

L'incubo si fa terreno: “Io sono solamente i miei pensieri” e, in forma di transfert psicoanalitico, si mescolano fino a perdersi ed a chiederci chi sia l'ombra dell'altro. La pedana che fa da passerella dove calpestare la frontiera tra la vita e l'aldilà è la porta d'apertura, imene che fa passaggio e botola tra i due mondi, è divisione e Stargate. Eccoci al cuore pulsante delle “Ombre folli”, quel “Sabella” che molto ci ha ricordato il “Petrolio” pasoliniano con quest'uomo che la notte si traveste per regalare la sua bocca ad altri maschi. Però non può essere riconosciuto, il quartiere è piccolo, verrebbe messo alla berlina, non potrebbe più uscire di casa per la vergogna. Se qualcuno lo riconosce, lui deve eliminarlo, ucciderlo. E' un'uccisione metaforica nello sdoppiamento borghese/ribelle, convenzionale/rivoluzionario, è un'autopunizione, un'autoevirazione della parte di slide_website22.jpgsé che lo giudica e che non lo perdona. L'attrazione e la repulsione sono i due grandi baluardi scaldatiani, la voglia e il desiderio subito rimangiati dal controllo sociale, dagli occhi indagatori, da questo senso di pudore cattolico e benpensante e moralista (con i fatti degli altri) che soffoca ambizioni e pulsioni. Ognuno diventa carnefice di se stesso, odiatore, boia, insoddisfatto, represso, giudice e accusatore di se stesso.

Vetrano e Randisi hanno sempre l'entusiasmo della prima volta, sono pieni di vita e la trasmettono, portatori sani di lirismo, riescono sempre a far passare l'amore per il teatro attraverso i loro corpi e i loro piccoli gesti quasi coreografati, infondono acume e tenerezza e quella dolcezza placida che, confliggendo con i sempre duri e difficili temi rappresentati, spiazza e ti afferra, coinvolgendo in un abbraccio, lasciandoci con quella strana sensazione di gelido nelle ossa quando hai le mani sotto l'acqua bollente.

Tommaso Chimenti 27/03/2019

MILANO – La domanda di fondo appena usciti da questo nuovo, ennesimo “Sei personaggi in cerca d'autore” (qui con l'aggiunta molto criptica e sibillina nel titolo “di Luigi Pirandello”) è se serva rimettere in scena i classici, con una parvenza più esteriore che altro di contemporaneo, senza scardinarne a fondo le radici come, ad esempio, ha fatto, per rottura di schemi, il “Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?” di Roberto Latini con uno strepitoso funambolo della scena e performer PierGiuseppe Di Tanno. Negli ultimi lavori alla regia di Michele Sinisi, da quella “Miseria e Nobiltà” che tanti consensi aveva attirato, passando per prove più deboli come “I Promessi Sposi” (sempre produzioni Elsinor), come ne “La masseria delle allodole” (Dramma Popolare di San Miniato) ritroviamo l'ossatura di questo Pirandello, la cifra, una certa modalità di lavoro, colorata, eclettica, accesa. Ma dopo poco l'euforia colorita lascia il posto alla pesantezza e al caos e neanche l'uso di video e telefonini, youtube, google e facebook che dovevano dare quell'impronta di freschezza ma che rimane una verniciata di superficie, riescono a farlo diventare frizzante e sprintoso.LEqkkvfj.jpeg

E un'ora di dramma, tra risse, corse e luce fissa sulla platea, entrate e uscite vorticose, sembra solo essere un lungo preliminare per arrivare agli ultimi cinque minuti dove si contano tre trovate, leggermente disturbanti e moralmente ricattatorie, che però possono avere un senso, un perché “teatrale”. Altre domande nascono: perché avere in scena, sul palco in questo caravanserraglio mirabolante, non eccitante, in questa giostra stancante e ridondante, quindici attori e farne recitare soltanto due (i pur bravi e credibili Ciro Masella e Stefania Medri)? Perché invitare ogni sera un attore o gruppo di attori (alla prima Astorri-Tintinelli e Walter Leonardi), sul finale, per improvvisare alcuni movimenti svogliati e poche parole fiacche per essere copiati dalla compagnia in una sorta di gioco specchio che niente aggiunge?

Tutto zTxBD2jM.jpegl'ingranaggio sul quale si è puntato, quello spot Realtà/Finzione, nemmeno fosse un quiz a premi, che non riesce a passare, a varcare la quarta parete, a bucare la nostra curiosità, viene messo in secondo piano da un lungo piano sequenza che annichilisce la platea tra continui ingressi che svuotano assommando. Siamo stuzzicati dalla pellicola a cura di Francesco Asselta che nascerà dalla pièce. L'incedere è faticoso. Il leggere una recensione, inventata e fake, deridendo il lavoro della critica, su un lavoro precedente del regista pugliese, come il citare nel foglio di sala la reazione del pubblico alla prima dei “Sei personaggi” del 1921 al Valle di Roma, che attaccò il drammaturgo siciliano al grido di “Manicomio! Manicomio!”, sembrano abili tentativi presuntuosi di mettere le mani avanti preventivamente su possibili dubbi che verranno, trincerandosi dietro una possibile nuova avanguardia e additando gli eventuali dissensi come vecchie, polverose prese di posizione stantie, che non hanno compreso il nuovo (nuovo?) che avanza. Ma le due reazioni, la prima indignata perché colta alla sprovvista e quella d'oggi, freddezza e distacco, sono molto differenti: il tempo di Freud, Pirandello e della psicanalisi è passato, superato, archiviato e si sentono tutti i cento anni del testo.eHrCrUCF.jpeg

Nel finale si scorge uno spiraglio, una parvenza di luce con, dicevamo, tre ganci, facili ma di sostanza. Li abbiamo chiamati “ricattatori” perché non concedono spazio, indicano la via giusta, non lasciano possibilità di pensiero, ti tengono in ostaggio di una commozione-costrizione. Ma almeno qualcosa si muove: appaiono due giganti (soltanto le gambe che si slanciano per metri fino alla graticcia, ai piedi hanno delle All Star da Ciclope; bellissime, come sempre, le scene di Federico Biancalani) che stanno per copulare e rappresentano il “Padre” nell'atto di penetrare la “Figliastra” prostituta nella casa chiusa di Madame Pace; in video una bambina galleggia in mare (presumibilmente il Mediterraneo; oggi tutto il teatro italiano parla di migrazioni) è la “Bambina” del dramma pirandelliano che annega nella vasca; infine vengono portati tre contenitori con dentro l'urlo di una donna dopo la scomparsa del figlio, è la “Madre” che grida la sua disperazione dopo la scomparsa della “Bambina” come del “Giovinetto” suicidatosi. Confidiamo nel prossimo progetto estivo di Michele Sinisi (rimane un sognatore con grandi qualità) su Leonardo da Vinci.

Tommaso Chimenti 20/03/2019

Foto: Luca Del Pia

ImQU5aJr.jpegSEI PERSONAGGI IN CERCA D'AUTORE DI LUIGI PIRANDELLO
Di Luigi Pirandello

Drammaturgia: Francesco M. Asselta, Michele Sinisi
Regia e adattamento: Michele Sinisi
Con: Stefano Braschi, Marco Cacciola, Gianni D'Addario, Giulia Eugeni, Marisa Grimaldo, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Michele Sinisi, Adele Tirante.
Aiuto regista in scena: Nicolò Valandro
Scene: Federico Biancalani
Assistente alle scene: Elisa Zammarchi
Direzione tecnica: Rossano Siragusano
Produzione: Elsinor Centro di Produzione Teatrale

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