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SAN MINIATO - Che cos’hanno in comune Leonardo Da Vinci e Michele Sinisi, senza che il rapporto risulti troppo blasfemo e con le dovute distanze? Da una parte il genio universale, dall’altra uno dei più fulgidi talenti del teatro italiano dall’altra uniti da quell’irriverenza di fondo che se nel primo caso risulta rivoluzionaria, nel secondo assume i contorni dell’esaltante. Senza mai risultare eccessivo né autoreferenziale.
Cinquecento anni dalla morte di Leonardo e mentre tutta Italia si prostra in innumerevoli festeggiamenti, spesso scontati e attesi (attendiamo il 2020 per il mezzo millennio dalla scomparsa di Raffaello), Michele Sinisi non abbandona il proprio occhio vivace e profondo né la propria scrittura contemporanea e spicca un volo altissimo che ci porta lontani e ci rappacifica con il concetto di omaggio. “Cenacolo 12+1” (produzione Dramma Popolare di San Miniato, Teatro di Roma e Elsinor) è invece una vivisezione anatomica eccentrica e frizzante dell’Ultima Cena.cenacolo1.jpg
Il regista pugliese, ex Minimo Teatro con Michele Santeramo, coadiuvato da Francesco Asselta alla drammaturgia e da Federico Biancalani alla scenografia (una delle cifre stilistiche riconoscibili degli ultimi lavori di Sinisi) fa propria la materia vinciana, la mastica, la assimila, la metabolizza e ce la restituisce facendola esplodere all’ennesima potenza, destrutturando il pensiero storiografico e pedagogico che sta dietro alla storia dell’affresco e del suo autore e costruendo uno spettacolo efficace e corroborante sia da un punto di vista intellettivo che estetico, che si serve di molteplici piani, musicale, coreografico e del linguaggio, per una resa di grande impatto duraturo, mentale e interiore: un teatro edibile, masticabile per tutti i pubblici, un teatro edificante, dalle fondamenta stabili.
Sinisi che, a differenza degli ultimi lavori come regista non vediamo mai in scena (ricordiamo “Miseria e Nobiltà”, “Sei personaggi”, “La masseria delle allodole”, “I Promessi Sposi”), non vuole raccontare ciò che già sappiamo su Leonardo, ma decide di fissarlo nel tempo, il suo e il nostro, attualissimo; non vuole raccontare ciò che già conosciamo sul Cenacolo, non si serve di immagini già viste o facili proiezioni ma costruisce la propria idea del capolavoro di Leonardo, il proprio Cenacolo 3.0 con una lettura contemporanea, pop, estrema e visionaria, capace di dare spazio alle tante interpretazioni; così come svariati sono gli sguardi che ci arrivano dal palco e che, sequenza cenacolo2.jpgdopo sequenza, come un’autopsia, entrano a sviscerare e zoomare, mettere sotto la lente d’ingrandimento in maniera caleidoscopica i diversi aspetti dell’opera, esaltandola, ampliandola, espandendola.
Il suo personale Cenacolo è strutturato in due direzioni che possono sembrare in netta contrapposizione e agli antipodi; la prima, la più grande ed eclatante, viaggia per sottrazione: ci toglie dallo sguardo l’opera che campeggia in alto sul fondale della scena, coperta da un telo (come fosse un cadavere da coprire o un pudore vergognoso) che ne mostra i contorni riconoscibili ma mai totalmente visibili, in manutenzione perenne, ma la immaginiamo tutto il tempo, desiderandola come provetti voyeur privi di imbarazzo. La seconda linea guida, abbagliante e cromaticamente vivace, si muove per addizione: 12 i personaggi, 12 i quadri, 12 i movimenti, 12 le riprese + 1 che si susseguono rivelandoci dettagli personali e storici che ruotano attorno all’affresco. C’è il professore saccente ed entusiastico, l’addetta in tailleur e cappellino fucsia che ci accompagna per tutto il percorso – un po’ hostess svampita un po’ sexy valletta da ring; ci sono gli studenti d’arte e le truppe napoleoniche, gli addetti alle pulizie e le monache, le puttane e i danzatori; c’è l’artista sulle nuvole che curerà il restauro e la sua manager esasperata, Donato da Montorfano e la sua Crocifissione all’ombra del famoso pasto.
Affascinante il ritmo dei movimenti iniziali, un impulso elettrico, enfatico ed energetico da flash mob, un’esplosività, narrativa e fisica. Tutti si muovono dentro e fuori il quadro in una struttura simmetrica e speculare, come davanti a uno specchio in un rimando cenacolo-vinciano-1.jpgcontinuo di azioni e reazioni. Simmetrie che ritroviamo anche nelle coreografie (parte molto incisiva e pregnante dell’intera pièce) che aprono e chiudono lo spettacolo attraverso una somma (un’altra) di movimenti significativi: gli attori/personaggi assumono la posa degli apostoli raffigurati e da lì prende vita l’intera finzione scenica (ci ha ricordato la pellicola “Una notte al museo” dove statue e animali imbalsamati prendono vita quando se ne vanno i visitatori), come se fosse l’idea del dipinto stesso a respirare, a dare voce, corpo e azione al teatro. La nuvola che racchiude la famosa cena, plumbea e minacciosa sopra gli attori, pare una cappa gravida e colma pronta a rompersi come un palloncino estivo, a scoppiare esondando, annaffiandoci di colori e senso, quelli che ha a disposizione la tavolozza di Sinisi.
L’autore cenacolo4.jpgmantiene il suo fidato cast (con l’aggiunta di qualche giovane interprete di cui sentiremo parlare) ormai rodato e vincente (su tutti Stefania Medri sprintosa e Stefano Braschi esperto condottiero), lasciando ai suoi interpreti solidi ampi margini di manovra e una libertà espressiva contagiosa e dinamica. Riesce così a dipingere il proprio affresco sfacciato e insolente, uno spettacolo complesso che pompa sangue e adrenalina nelle vene, spiazzante (come il finale), illuminato, cerebrale ma emotivamente coinvolgente, uno spettacolo totale costruito in un equilibrio perfetto tra corpo, parola, immagine e suono. Un terremoto emotivo per una platea abituata fino a due anni fa a drammaturgie molto lontane: l’effetto è tellurico, disarmante.

Giulia Focardi 23/07/2019

Foto: Donato Puccioni

Prima di fare qualcosa noi cadiamo. Più grande è la caduta, più interessante è il lavoro” (Enrique Vargas). Siamo abituati alla caduta da quando nasciamo, “cadendo” dal ventre della madre, una prima incontrollata violenza che ci condiziona per la vita. La caduta è sinonimo di distacco, di perdita di controllo, di un dolore inevitabile ma anche di vibrazioni nuove, di cambiamenti inattesi, di un fluire energico.
È ciò che il maestro colombiano, Enrique Vargas, ci chiede con il suo “Il filo di Arianna”, avere il coraggio di cadere, di far scorrere il tempo, la vita, le paure, i mostri che nascondiamo. Il lavoro – il primo dellaIl Filo di Arianna 2 ph Stefano Di Cecio trilogia del Teatro de los Sentidos sul labirinto, sulla ricerca personale e individuale – è allestito negli spazi del Funaro di Pistoia (rimarrà in scena fino al 23 settembre), ormai stabile terra accogliente per il genio e il pensiero di Vargas dove, dal 2009, ha proposto, in ogni stagione, i propri spettacoli e laboratori; un percorso all’indietro per la compagnia, un ritorno alla origini, alla prima tappa di un lavoro sull’uomo che ha scardinato i limiti fisici e spaziali del teatro, rivoluzionandolo, piegandolo ai propri fini, alla propria analisi antropologica.
Entriamo in silenzio, scalzi, all’interno di un cammino che ancora non conosciamo e che iniziamo, come una sorta di rito apotropaico, scegliendo gli ingredienti del nostro passaggio, il colore dei fili della nostra anima. Procediamo seguendo questi stessi fili immaginari, immersi quasi completamente in un’oscurità che spaventa ma, al tempo stesso, solleva da tanti fardelli, andando a cercare dentro noi stessi una luce per farci strada, una memoria dei sensi troppo spesso occlusa che aiuti a orientarci. Siamo alla Il Filo di Arianna 3 ph Stefano Di Cecioricerca del Minotauro, una presenza che sembra sfiorarci, che avvertiamo nell’immaginario di ombre che attraversiamo lentamente tra teli, velluti e reti. Sono questi gli elementi che compongono il disegno di un labirinto evocativo all’interno del quale personaggi simbolici, a volte spettrali a volte sensuali, ci aiutano a ricordare chi siamo con mani che afferrano e calmano, voci appena sussurrate che spaventano e scaldano, braccia che fermano e accolgono.
L’analisi che i los Sentidos ci spingono a intraprendere è fatta di piedi che si adattano, che riconoscono, che si ritraggono e di dita che protendono verso l’ignoto, “i tuoi occhi devono essere la punta delle tue dita”. La scenografia sonora e olfattiva non ci lascia il tempo di distrarci dal cammino, tra leggeri scrosci d’acqua, rumori della natura e profumi familiari di lavanda e caffè nei quali identifichiamo frammenti di memoria: attiviamo tutti i sensi, cauti e coraggiosi come Teseo, in questo dedalo pulsante come l’utero materno che ci partorisce nuovamente, dandoci, qui, all’oscurità e non alla luce, ai nostri mostri, al silenzio. Il segreto, sembra suggerirci Vargas, sta proprio in un paradosso, riusciamo a vedere soltanto se chiudiamo gli occhi, riusciamo a sentire ogni cosa soltanto in assenza di suoni. È un viaggio ricco di ossimori, un viaggio di morte e di vita – metodo e temi ricorrenti nella poetica del registaIl Filo di Arianna 6 ph Stefano Di Cecio di stanza a Barcellona – carico di simboli fondamentali come maternità e eros e di paure antiche e mai risolte; un viaggio alla ricerca del proprio tempo (la clessidra è un elemento ricorrente in tutto il percorso), in cui dobbiamo perderci, cadere come Alice in un paese senza meraviglie e farci male, essere pronti a uccidere il Minotauro per scoprire infine che la bestia siamo noi.
Vargas ci aiuta a rivolgere lo sguardo verso la nostra interiorità, viaggiatori danteschi smarriti, invitandoci a liberare sensi e immaginazione e ad annusarci, fidarci di noi stessi, ascoltare il battito del cuore, lo stesso che ci accompagna nel cammino, in un crescendo di intensità fino alla nostra “ennesima” piccola epifania: siamo Teseo, siamo il filo che traccia la via, siamo il nostro peggiore nemico, siamo il labirinto stesso.
Se noi volessimo e osassimo un'architettura secondo la modalità delle nostre anime (ma siamo troppo vili per questo), nostro modello dovrebbe essere il labirinto”. (Friedrich Nietzsche, Aurora).

Giulia Focardi 20/09/2017

Foto: Stefano Di Cecio

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