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Ispirato alla biografia e alla figura letteraria di Truman Capote, nome d’arte di Truman Streckfus Persons, nasce il lavoro teatrale scritto da Massimo Sgorbani per la regia di Emanuele Gamba, Truman Capote. Questa cosa chiamata amore, andato in scena dal 15 al 17 marzo all’OFF/OFF Theatre a Roma, una produzione Florian Metateatro in collaborazione con il Teatro Nazionale della Toscana. L’allestimento scenico è di Massimo Troncanetti, i costumi di Elena Bianchini e l’aiuto alla regia di Jonathan Freschi. Solo in scena, nei panni di Capote, è Gianluca Ferrato che al pubblico parla d’amore facendo propria, senza riserve, la lingua irriverente di uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, autore di classici della letteratura come Colazione da Tiffany (Breakfast at Tiffany’s, 1958) o A sangue freddo (In Cold Blood, 1966). «Tutta la letteratura è pettegolezzo». Così Truman Capote liquidava con una delle sue abituali provocazioni antiletterarie qualsiasi visione sacrale dell’arte e dell’artista. “Pettegolezzo” inteso come svelamento di ciò che non si sa o non si vuole fare sapere, raccontato con la leggerezza di chi chiacchiera sorseggiando un Vodka Martini. Il suo stile decadente, ironico e iconoclasta ha segnato la letteratura degli Stati Uniti nell’indagine dei lati oscuri dell’America dell’epoca, il tutto con una lingua costruita alla perfezione, vero elemento distintivo della sua produzione tanto quanto i temi di cui si è occupato nei suoi libri.WhatsApp Image 2019 03 19 at 00.07.12

Per Truman Capote questa cosa chiamata amore è il trauma dell’amore, l’oggetto dei suoi racconti, la materia bruciante che ha tra le mani anche nei suoi sogni. La sua storia comincia dalla fine, dalle notti tormentate e insonni del traumatizzato d’amore dopo l’abbandono dell’amante Jack Dunphy. Non riesce a prendere sonno, si gira e si rigira nel letto, in affanno, in una corporeità disperata che, per chi ascolta e vede, ha il suono del brano musicale Moon River e il rumore assordante degli spari. Sul palco-salotto di casa Capote, andando indietro nel tempo tra ricordi e vecchie canzoni, per Gianluca Ferrato avviene la messa in scena della “vestizione” e della “presa del ruolo” del personaggio pubblico di Truman Capote: in abiti eleganti, in canottiera e in mutande o in vestaglia, che nascondono e allo stesso tempo mostrano la sua identità più nuda di uomo, si rivolge ad un imprecisato tu che chiama “tesoro”. Scrittore, giornalista, drammaturgo e omosessuale, l’innamorato Truman afferma l’unica identità che, a ben vedere, gli è stata realmente concessa e la sua preferenza per gli uomini. Su questo punto lo spettacolo apre all’aspetto passionale del desiderio omoerotico e all’orientamento sentimentale e sessuale del protagonista, dall’età della fanciullezza all’età adulta della maturità. Nel mezzo di queste esperienze dell’eros in cui l’adulto si sovrappone all’adolescente, Truman ironizza con cinismo sull’amore elencando ragioni che si rifanno all’etimologia della parola “anima” e alla storia ebraica, che qualificano un certo fare del piacere maschile nell’idea finale del soffio, del respiro vitale dell’anima che muore, come muore Mosè, sulla bocca di Dio. In questo desiderio rinnovato e allo stesso tempo proibito per gli uomini, si fa sentire il più infantile degli amori, quello per la madre, destinataria delle sue parole come destinataria lo è, più in generale, «l’umanità di una razza segaiola» in qualità di soggetto collettivo ed eterosessuale.

Il tavolo in scena viene capovolto in verticale e diventa una porta da prendere a pugni: la porta chiusa di una stanza d’albergo qualunque dove la madre si recava per ricevere gli uomini. Nel battere dei colpi, rimbomba forte l’immagine di un orfano inconsolabile. Il ritorno alla madre lo porta a Perry Smith: l’uomo più importante della sua vita è un assassino dall’infanzia negata come la sua, senza il quale non avrebbe mai scritto A sangue freddo e dato dignità all’incontro con Perry bambino né a farne una storia capostipite di un nuovo tipo di giornalismo letterario.  WhatsApp Image 2019 03 19 at 00.04.02Capote, è stato forse il più grande esempio di autore divenuto protagonista, divo e vittima, dello star system americano. Può permettersi di parlare, con la stessa dissacrante arguzia e la sua vocetta effeminata da cavoletto di Bruxelles o di finocchio, di Hickock e Smith che ti entrano in casa nel cuore della notte, di Hollywood e della società letteraria newyorkese, di Jackie Kennedy e Marilyn Monroe, di Ernest Hemingway e Tennessee Williams, senza mai risparmiare se stesso. Attraverso il dispositivo scenico e scenografico della festa (The Party, 1966), smaschera la frizzante società newyorkese. A un certo punto il palco diventa una pioggia di coriandoli e lustrini, ma anche un luogo a metà tra una galleria d’arte e un obitorio dove si espongono fotografie di cadaveri in giganteschi primi piani come fossero volti da copertine di riviste: del presidente John F. Kennedy, di suo fratello, di Marilyn Monroe, dello stesso giovane Truman Capote ai tempi del suo primo romanzo.

L’umanità si è evoluta per amore delle armi da fuoco: Colt, Winchester, bazooka, bombe, napalm, pistole fumanti o pistole letterarie come quelle dichiarate dall’attore-autore a proposito del suo ultimo Preghiere esaudite (Answered Prayers: The Unfinished Novel, 1986) pubblicato postumo e incompiuto: «Il libro è diviso in quattro parti e, in effetti, ha proprio la struttura di una pistola. C’è l’impugnatura, il grilletto, la canna e, alla fine, il proiettile». Come a dire che questo amore porta con sé sempre una miscela esplosiva di erotizzazione, aggressività e morte. Si sa che un amore può morire, ma quando viene sferrato il primo colpo che colpisce l’innamorato, egli precipita nella paura del più totale abbandono dell’altro. Torna ad essere il battito di un cuore palpitante come quello del vecchio di Il cuore rivelatore di Edgar Allan Poe (The Tell-Tale Heart, 1843), come quello in solitaria di Truman che dorme e a cui nessuno più risponde, se non la voce degli spari, temuti e sognati.

Elvia Lepore, 19.03.2019

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