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Il 25 Maggio del 1965 Muhammad Ali e Sonny Liston si incontrarono in uno dei match più memorabili della storia della box. Passato solamente un minuto dal primo round, Sonny cade improvvisamente al tappeto stordito da un colpo che sembrava essere innocuo e passò alla storia come il pugno fantasma. C’è chi sostiene che il pugno sferrato da Ali, sebbene a brevissima distanza, colpì le tempie di Sonny lasciandolo privo di sensi. Secondo molti invece, quell’inaspettato KO fu una farsa dettata dalle scommesse clandestine e dalla pesante ombra della mafia. “Alzati brutto orso siamo in televisione” disse imbestialito Muhammad Ali al suo avversario, ordinandogli di rialzarsi subito, in uno degli scatti che lo ha reso icona del pugilato e non solo.

Al teatro Piccolo Eliseo di Roma Francesco Di Leva interpreta il celebre pugile entrando in scena o meglio sul ring già pronto per un incontro. Nato Cassius Clay, ha rifiutato il suo nome da schiavo e per tutti è Muhammad Ali. Ci racconta tutta la sua vita con tutti i pugni assestati e presi. Il racconto procede a ruota libera fornendo un ritratto completo, carnale e umano di un campione leggendario. La scena è aperta: al bordo del palco-ring vediamo gli oggetti di scena, il regista e le varie attrezzature. Di Leva è allo stesso tempo aggressivo e dolcissimo mostrando la vita in bianco e nero di una persona che non si piega davanti a nulla, neanche quando tutto sembra finito e i ricordi d’infanzia sono solo ferri arrugginiti. 

La regia di Pino Carbone prevede anche un coinvolgimento molto forte del pubblico: Di Leva lo incita più volte come se fosse davvero sul ring. Forse però il momento in cui il pubblico è davvero partecipe è quando parla della prima moglie Sonij Roi, sposata nel 1964. Dal palco un persona scende in platea e chiede a una spettatrice di interpretare Sonij ballando sulle note di “Stand by me” . Anche nella vita coniugale Ali si dimostra affettuoso quanto aggressivo soprattutto quando colpevolizza la moglie di vestirsi al’occidentale picchiandola.

Francesco Di Leva

Lo spettacolo si configura come una storia di un grande campione dai forti chiaroscuri: anche per chi non ha vissuto quegli anni la sua figura risulta vicina perché la scena è davvero senza barriere, quelle barriere che Muhammad Ali ha sempre cercato di abbattere. Non a caso ha scritto la poesia più corta del mondo: Io. Noi. Ali è americano, bianco e napoletano.
Lo spettacolo sarà in scena fino al 18 aprile al Teatro Piccolo Eliseo di Roma.

Maria Vittoria Guaraldi  15/04/2019

 Foto di Federica Di Benedetto 

Forse sono dodici i colpi sordi e tremendi che fanno sobbalzare lo spettatore dalla poltrona quando ancora non c’è alcuna luce sul palco. Dodici come i baci sulla bocca che promette il titolo dell’opera scritta da Mario Gelardi e diretta da Giuseppe Miale di Mauro, secondo spettacolo del Dittico Nest – Napoli Est Teatro, in scena al Teatro India fino al 17 Febbraio.

Dodici colpi inferti al pubblico stesso dalla compagnia Nest, fondata dall’attore Francesco Di Leva nella realtà più scomoda di Napoli e d’Italia, con lo scopo di mettere in scena proprio quella realtà, cruda e brutale, per smuovere lo spettatore ad un’immedesimazione priva di catarsi. Un teatro che rinuncia alla finzione per concentrare la sua forza espressiva nella trasformazione della realtà sociale, colpendo lo spettatore tanto forte da costringerlo a reagire.

Dodici colpi che aprono e chiudono lo spettacolo contenendo nella loro atroce freddezza una storia lontana, ambientata nella Napoli degli anni ’70, eppure capace di percuoterci come accadesse in diretta, davanti ai nostri occhi. Occhi impotenti, che fin dal principio vedono il destino scritto e non possono intervenire. Allo stesso modo in cui tre monoliti, disposti a triangolo sul palcoscenico a rappresentare ognuno dei tre personaggi, hanno una superficie riflettente nella quale, però, lo spettatore non riesce a vedere il proprio riflesso, restando illuso.  

L’ordine geometrico dei tre monoliti traccia le dinamiche stesse tra Antonio (Ivan Castiglione), proprietario di un ristorante mafioso e vicino all’estrema destra, suo fratello Massimo (Andrea Vellotti), prossimo al matrimonio con l’unica donna che abbia mai avuto, ed Emilio (Francesco Di Leva), lavapiatti segretamente omosessuale con il sogno di trasferirsi lontano. Un triangolo alla cui punta sta Emilio, capace di intaccare la base della costruzione geometrica, il rapporto tra i due fratelli, facendo innamorare Massimo e costringendo Antonio a recitare un ruolo che non sembra appartenergli veramente.

La musica, popolare e intensa, riempie le loro traiettorie umane, così come riempie i vuoti presenti nei dialoghi. Per questo, l’incontro tra Massimo ed Emilio riesce ad avere la fisicità di uno scontro solo grazie alla capacità gestuale degli attori, senza il supporto dei dialoghi, troppo deboli per dare la giusta sostanza ai personaggi. La sola eccezione possibile riguarda Antonio, nel quale il rapporto contraddittorio tra le parole e la loro espressività, tra i gesti e il modo di realizzarli, sembra nascondere una complessità psicologica affascinante che non lo relega al semplice ruolo di cieco carnefice, dandogli una sostanza capace di superare la debolezza dei dialoghi.

Come il capolavoro di Ettore Scola, “12 Baci sulla bocca" è “una storia particolare", intarsiata sullo sfondo di un’altra Italia, lontana decenni e tristemente uguale a quella fascista. Anche qui è il documento sonoro ad inserire la drammaturgia nel suo contesto storico, riportando le voci di manifestazioni, attentati e dell’autocondanna della società per l’assassinio di Pier Paolo Pasolini. Echi esterni che seguono la traiettoria geometrica dettata dal palcoscenico, sfiorando Massimo, ferendo Emilio e mettendo in crisi le convinzioni di Antonio, fino ad arrivare a penetrare nella pelle dello spettatore e a trasformare la sua impotenza in bramosia di agire.

Alessio Tommasoli 13/02/2019

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