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SCANDICCI – Non tutte le ciambelle riescono con il buco. Non è esente da questo proverbio Federico Buffa, volto di Sky con le sue narrazioni piene di enfasi, pathos ed empatia, che, da qualche tempo sbarcato a teatro, non è riuscito a bissare i successi delle “Olimpiadi del '36” né di “A night in Kinshasa”. La differenza salta agli occhi, cantava De Gregori. Se nei primi due spettacoli di story telling e affabulazione c'era un tema solido e portante lungo tutto l'arco della drammaturgia, i Giochi nazisti e Jesse Owens il primo, l'incontro del secolo tra Alì e Foreman il secondo, infarciti con interessanti divagazioni geografico, politico, culturali e di costume, che davano quel tocco di colore e spinta, brio e brividi alle sue parole calde, in questo nuovo “Il rigore che non c'era” l'intreccio è debole, il plot è fragile e la costruzione narrativa che lo supporta praticamente inesistente. Non è deficitaria, è proprio mancante. E si sente anche nel pubblico questo gap, questo quid che non è stato colmato e più buffa-66-1033717.jpgva avanti nelle sue iperbole più capiamo che la serata sarà una sequela di aneddotica da almanacco, una sequenza di curiosità da “Non tutti sanno che” della Settimana Enigmistica. Per carità, adesso sappiamo perché si gioca in undici a calcio o perché Manhattan si chiami proprio così, ma non basta, non può bastare. L'attinenza con il titolo poi decade dopo i primi dieci minuti quando, appunto, l'argomento che avrebbe dovuto essere trainante si esaurisce.

L'escamotage di fondo che lega le varie gag e numeri, trovata per niente originale e abusata, è quello che ci troviamo in una sorta di limbo post mortem con due personaggi millenari (un attore, Marco Caronna bravo nel tentare di legare un quadro all'altro, nella regia invece pecca, e un pianista, Alessandro Nidi, virtuoso d'atmosfere che ci ha ricordato Novecento) che se ne stanno lì aspettando il Godot-Buffa da tempo immemore e che finalmente è giunto. Tu chiamalo, se vuoi, Messia. Una parentesi dalla quale si può solo entrare ma non si può uscire. “Meno male che sei arrivato tu”, lo incensano, lo investono di responsabilità, lo innalzano, lo esaltano. Less is more. La platea si aspetta storie legate al calcio, a qualche rigore che ha fatto storia, invece ci spostiamo vorticosamente da Comunardo Niccolai, difensore re delle autoreti, ai Beatles a Sonny Liston, a El Loco Houseman, ala destra argentina affezionato più alla bottiglia che ai dribbling sulla fascia. Ma il frullatore continua concentrico, il mosaico si arricchisce di nuovi sapori, sempre più disparati il che fa diventare sempre più arduo trovare un filo conduttore. per-sito-11.jpgSemplicemente non esiste.

Appaiono Kareem Abdul Jabbar, che di rigori non ne ha mai battuti, Garrincha e Muhammad Alì, Billie Holiday e Sammy Davis Jr, poi ci spostiamo sul Perù prima con Francisco Pizarro fino a Sendero Luminoso e l'affresco di accozzaglia è servito. Ogni tanto, spettacolo-federico-buffa-in-a-night-in-kinshasa-teatro-europauditorium-bologna-marzo-2018-idealshow.jpglateralmente, il discorso sembra scivolare sulla politica ma il tutto rimane in superficie, toccando molti punti senza analizzarli e senza andare a fondo veramente a nessuno di questi. Tutto sembra telefonato come un tiro floscio dal limite dell'area, di quelli che Sandro Ciotti avrebbe chiamato “di alleggerimento”. Ma non è finita qua, perché nel calderone finiscono Kennedy, evergreen che ci sta sempre bene e stuzzica le fantasie, e Jeff Buckley, gli ufo sopra l'Artemio Franchi nel '54 in occasione di Fiorentina-Pistoiese e Cristiano Ronaldo che la madre voleva abortire. Il focus non è centrato, anzi deborda e si scioglie, cade e sfora da ogni parte come sabbia in una mano. La cantante poi (Jvonne Giò), che ogni tanto vorrebbe arrivare a commuovere, è uno stop all'emozione, e, purtroppo, manca d'estensione (nel suo monologo finale non eccelle alzando i decibel). Per una facile commozione, di quelle che si sa già da prima da che parte stare, chi sono i buoni e chi i cattivi, eccovi sul piatto Hitler e Churchill, l'allunaggio del '69 e Paolo VI. Il guru questa volta non è riuscito ad indicarci la via. Il rigore non c'era, ma neanche lo spettacolo teatrale.

Tommaso Chimenti 16/03/2019

FIRENZE – “Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio” (Albert Camus).
Negli anni '80, quando ancora i cuochi non si chiamavano chef, andava molto la “Pasta alle sette P”. Nella serata organizzata dal Festival del Calcio (diretto da Alessandro Riccini Ricci, le scorse edizioni si erano svolte a Perugia) al Teatro del Sale molte, tante, e mai troppe P, sono scese in campo. Pensiamo al gioco della Palla e ovviamente al Pallone, tu pensa al Passaggio filtrante o al Pressing, alla Percussione sulla fascia o alla Penetrazione centrale, e poi ci sono il Possesso palla, il Palleggio e il Pallonetto, per non pensare al Palo, da benedire o maledire, la sempre mal digerita Panchina, la Parata dei numeri uno, il sempre utile Parastinchi, la Porta, da proteggere o sfondare, il Posticipo, l'anelato Procuratore, fino alla Punizione di Prima della Punta. A Firenze il calcio sta di casa con il centro federale di Coverciano.Roberto Pruzzo
Il calcio, il soccer, il football sono pieni delle P di Palla, ma riunire sotto lo stesso tetto, attorno agli stessi microfoni tre assi, forse casualmente accomunati da quella P iniziale nel loro cognome, non è impresa semplice: se a centrocampo metti Eraldo Pecci, una coppa Italia con il Bologna, poi Fiorentina, uno scudetto al Torino e infine con la maglia del Napoli di Maradona; se in attacco schieri Roberto Pruzzo, una carriera divisa tra Genoa, soprattutto Roma, con dieci stagioni, uno scudetto, oltre cento gol in maglia giallorossa, la finale di Coppa Campioni persa con il Liverpool in casa, e per concludere il Maestro Nicola Piovani, Premio Oscar per la colonna sonora de “La vita è bella” di Roberto Benigni. Tre P favolose che si sono aperte, raccontate, con dolcezza, semplicità, allegria, anche irriverenza, schiettezza, mischiando ricordi di campo e di spogliatoio con aneddoti di tifo. Piovani, qui in veste di romanista e non di pianista, ha messo sul piatto le sue nostalgie e le atmosfere di chi vive la squadra da fuori, miscelandole con i guizzi dei suoi ex campioni.
piovani oscarPecci, da bravo centrocampista qual era, si presenta subito con un'incursione: “Sono il trapano dell'Adriatico”, e qualunque allusione è lecita. C'è talento, gioia, fantasia, genio, niente è impomatato né abbottonato. Palla a Piovani: “Abitavo nel quartiere romano Trionfale e per noi ragazzini i “laziali” erano qualcosa di strano, di lontano: “I laziali stanno a via Tunisi” ci dicevamo con paura come fossero mostri. Non sapevamo come fossero fatti realmente questi “laziali”. E allora, quando volevamo proprio rompere le regole, ci dicevamo: “Ma perché non andiamo a scrivere Forza Roma con il gesso a via Tunisi?” e l'eccitazione per il tabù era fortissima. Il tifo non è una passione, è un'appartenenza. Se fossi nato a via Tunisi avrei vinto l'Oscar? Non lo so davvero”. Zeffirelli sosteneva che il calcio è, e deve essere, puerile, infantile. Ecco un nuovo intervento divertito di Pecci: “Se il rigore è a favore nostro c'era di sicuro, se era contro non c'era”, contravvenendo Boskov che diceva “Rigore è quando arbitro fischia”. E ancora il mattatore romagnolo con una grande verve e acume: “Fare il tifoso del Toro è come masturbarsi con la sabbia”. Ecco, l'immagine è precisa e rende bene l'idea.
Si può dire che sul palco, Fiorentina, Torino e Roma, si sono coalizzate in un tutti contro una, la squadra a strisce per eccellenza, quella inEraldo Pecci2 bianco e nero, quella innominabile. Pruzzo ce lo ricordiamo con i baffoni adesso sostituiti da un pizzetto leggero, appena disegnato, sembra il più schivo. Pecci invece è una bomba che scatena curiosità e sano divertimento gustoso; quest'estate è andato a Capo Nord in scooter: “Se Dio esiste, sta da quelle parti”, chiosa. Con un accenno di malinconia, dopo una carriera di luci e titoli e trionfi e telecamere sottolinea: “L'anno migliore della mia carriera? Al militare”. Pruzzo che racconta quando doveva andare alla Juventus, Piovani che ricorda di Pruzzo le cinque reti segnate all'Avellino: “Il calcio a certi livelli non si può spiegare, rientra nella categoria dello stupore, del disegno, di quel talento puro fatto con tutta quella semplicità e naturalezza che è frutto di tutto quel grande lavoro che noi umani non riusciamo a vedere”. E qui torniamo a Boskov: “Campione vede autostrada dove altri vedono sentiero”. Genio.
Un calcio senza il Var quello che hanno giocato Pruzzo e Pecci, classe '55 entrambi, nessuno dei due portati nell'82 al felice Mundial. Gli occhi di Piovani s'accendono, è qui che si vede il campione: “I calciatori hanno qualcosa di mitologico, sono come fumetti, e le immagini ti rimangono dentro, indelebili nel tempo: ad esempio io mi ricordo ancora quel Roma-Lecce, che ci avrebbe dato lo scudetto, con la Roma che mai quell'anno aveva pareggiato all'Olimpico e il Lecce già retrocesso”. Pruzzo non può non prendere la parola: “In quella partita non ci fu niente di logico, ma nel calcio ci ricordiamo sempre delle sconfitte”. Arriva Pecci: “Quando chiesero a Pesaola (un'altra P, ndr) il perché di una sconfitta lui rispose: “Io li metto bene in campo ma poi si muovono””. Viene tirato in ballo D'Alema: “Da quando D'Alema ha criticato Di Francesco le abbiamo vinte tutte, sarà una coincidenza”.
pruzzoSe si parla di calcio il discorso non può non arrivare a Nils Liedholm che Pruzzo (a Roma ha aperto il suo ristorante “Osteria il 9”) ricorda con infinito affetto rammentando le sue scaramanzie, le sue fissazioni con la numerologia e i segni zodiacali e quella volta che litigò con Furino, non un tipino agevole, dicendogli con tutta la calma e l'aplomb di cui era capace lo svedese: “Le do due pugni di vantaggio e il tempo di scappare”. “Mi ricordo che tante volte lo riportavo a casa dopo gli allenamenti e quei piccoli viaggi per Roma con la sua voce placida che mi dice gira a destra, Roberto vai piano, ce li ho ancora dentro”. L'addio al calcio di Totti raccontato come “doloroso”, “strappalacrime”, “ha fatto tristezza”, “doveva smettere due anni prima”. Ma poi tutto si riconcilia sotto il grande cappello dell'“odio”, sportivo ovviamente, verso la Vecchia Signora: “Ho sentito in questi giorni alcune statistiche che sostengono che se ci fosse stato il Var la Juventus avrebbe sette scudetti in meno in bacheca”, sentenzia Pruzzo; “A volte il racconto dell'errore dell'arbitro è bellissimo” - sterza Pecci - “utopicamente mi piacerebbe che fossero i giocatori ad autoarbitrarsi”.
Ma poi è la parola del Maestro d'orchestra a riprendere tutte le varie voci, coordinare i vari strumenti: “Non mi hanno mai chiesto di scrivere l'inno della Roma? Ma quello attuale è bellissimo, anche se io sono molto legato a “Campo Testaccio” scritto nel '30 da Armando Fragna”. Ma il solista Pecci ha ancora l'ultima cartuccia in serbo: “Rigore è quando Var fischia”. La palla intanto continua a rotolare, altri campioni, altri ricordi, altre vittorie, altre sconfitte, ognuno con la nostalgia per un'epoca che qualcuno considera sbiadita preistoria e che altri ritengono avanguardia futurista. Certo il calcio rimane “l'oppio dei popoli” ma è anche il rigore in “Mediterraneo”. “Il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce” (Osvaldo Soriano).

Tommaso Chimenti 10/10/2017

FIRENZE – Nella colonna vertebrale, nel dna e nelle vene della Chiesa Cattolica scorrono da sempre due anime, contrapposte e antitetiche, convivono, seppur difficilmente, la parte cardinalizia e quella apostolica, quella purpurea e pomposa e quella devota agli ultimi, le scarpine rosse di Prada di Ratzinger e le Mission sparse in Sud America lottando nel fango con i campesinos, gli attici di Bertone e i preti di strada, gli anelli da “baciamo le mani” e la Barbiana di Don Milani, l'opulenza della Cappella Sistina e tutti i Don Puglisi sparsi nel mondo e uccisi per difendere i più deboli, i Borgia e l'8 per mille apostolico.Caffe finale
Non bisogna mai dimenticare che il Papa non è il nonno buono e bonario che ogni tanto si affaccia alla finestra per l'omelia scontata che condanna sempre violenze e guerre sparse nel mondo, attentati e tragedie, ma è a tutti gli effetti un Capo di Stato e che, come tale, guida una nazione, anche se particolare. Bisogna infatti distinguere il numero di abitanti di Città del Vaticano con il numero dei “fedeli” senza sovrapporre il territorio, o la territorialità, con la fede nella religione. Che poi il Vaticano abbia disseminati nel mondo beni, terreni, immobili, monetari tanto da essere uno dei primi Paesi sul globo, questo è tutt'altro discorso.
Lo scontro tra potere temporale e quello spirituale diventa ambiguo, flessibile e vacillante se si parla di Vaticano. Molte le nubi attorno a San Pietro: dagli scandali sessuali insabbiati, soprattutto di carattere pedofilo, la lobby omosessuale che si aggirerebbe tra le sante aule, all'ambiguità dello Ior, la banca del piccolo Stato in Roma. Il Vaticano ha, nel secolo scorso, supportato e sostenuto sia Mussolini come più o meno tutti i dittatori sudamericani, da Pinochet a Videla. Eccoci all'Argentina, al “Mondiale di distrazione di massa”, alle telecronache alzate al massimo per coprire le urla che provenivano dalle fogne di tutti quei “Garage Olimpo” dove si torturavano giovani che da lì a poco sarebbero andati ad infoltire e infittire gli elenchi dei “desaparecidos”, i gol di Kempes e la combine del 6 a 0 al Perù.
Mitri 2012 09 ridUn tango maledetto ballato su pozze di sangue, altro che singing in the rain, i fiumi di denaro ad imbrattare e l'acqua dell'Oceano ad inghiottire ragazzi bendati lanciati dagli aerei, e infine le lacrime, amare e senza giustizia, di chi è restato, le madri di Plaza de Mayo. La Chiesa, quella di Roma, è fondamentale in tutto questo gioco di pedine, rimane sullo sfondo come una nube marcia e sposta, protegge, spinge, aiuta, un po' come la “mano de dios” di Diego Armando Maradona. Da tutto questo magma infuocato di misteri e segreti, nasce e cresce “Ite missa Est” della coppia Andrea Mitri e Mauro Monni (produzione Atto Due/Sine qua non; visto al Teatro delle Spiagge). “Andate, la messa è finita” è un messaggio di pace ma può essere letto anche come un segno di estrema impotenza, un arrendersi, un rassegnarsi senza essere riusciti a dimostrare responsabilità e congetture.
E' un dialogo a due voci, innescato dalla regia essenziale e funzionale di Jean Philippe Pearson, che si incontreranno soltanto nel finale, un doppio binario che mette da una parte il sacro, un prete (Mauro Monni, a tratti didascalico, tra Piero Angela e Carlo Lucarelli, soft ma preciso; a volte è la voce narrante) immerso nelle carte e nei numeri dopati della finanza creativa dello Ior (siamo a cavallo tra i '70 e gli '80) personaggio di fantasia, e il profano, il capitano dell'Argentina mundial Jorge Carrascosa (Andrea Mitri spagnoleggiante, lui che nella vita è stato realmente un calciatore professionista dimenticato, dà calore e linfa, partecipazione e contatto), realmente esistito, fino alle soglie della competizione, dimissionario per protesta contro i generali. Ed è in questo campo minato, in questa frizione, in questa parentesi tra vero e romanzato, che si palleggia, tra luce e buio, una drammaturgia ben orchestrata che va avanti a strappi, ad elastico, cercando di incedere su un terreno fragile, fangoso, pericoloso e scivoloso in una ricostruzione storica che tenta di fare una fotografia, dare un quadro, proiettare un affresco su questo lato oscuro della forza, su questa massa di eventi che messi insieme, uno dopo l'altro, danno il senso del marcio, dello schifo, della vergogna, da rimuovere, da spalare. E se da una parte l'uomo della strada ci racconta, carnale e terreno, di partite e combine, di Passarella e Bertoni e Maradona, che non fu convocato, dall'altro un sacerdote ingenuo e pulito stride nelle stanze dei bottoni in mezzo a tutto quell'ammasso di denaro sporco, guerre finanziate, collusioni, complicità, mani sporche di sangue.
E' un tango triste che ripercorre una fetta di storia d'Italia, una partita che si gioca in trasferta, tra Buenos Aires e il Vaticano. E si affacciano figure e volti che ancora ci fanno rabbrividire e cheFinale a due pronunciamo con il nodo alla gola come fosse l'enunciazione di una formazione dal sapore sinistro e terrificante: Licio GelliMichele SindonaRoberto CalviPaul MarcinkusGiulio Andreotti. Dai Patti Lateranensi, passando per Hitler, lo Ior diventa una potente banca non sottoposta a controlli internazionali. E' in questo solco che esplode la costruzione narrativa, fa crescere il pathos fino quasi a toccare la commozione e le ambiguità, le lacrime e i fascismi, le mani piene d'anelli a braccetto con quelle con i manganelli. Le rouge et le noir, dopotutto. Ma non basta; tutto è impastato, indissolubile: ecco Kissinger e il suo Piano Condor, ovvero il sistemare dittatori voluti dagli USA in ogni Paese del Sudamerica, la scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia di un funzionario del Vaticano, la Banda della MaglianaPapa Luciani e la sua morte strana, proprio lui che voleva dismettere lo Ior e auspicava una Chiesa povera. E ancora le BR e il rapimento di Aldo MoroWojtyla e la questione polacca con Solidarnosc, l'assassinio di Ambrosoli, quello che, secondo il nostro Presidente del Consiglio dell'epoca, Andreotti, era “uno che se l'andava cercando”, la guerra delle Malvinas o Falklands, la P2, il delitto Pecorelli. Non possono che non scorrere brividi. Una ricostruzione di pancia (il calciatore) e di testa (il prete), di cuore e di cervello perché ci vogliono entrambi per reggere le brutture, per non soccombere sotto le ingiustizie.
Papa Bergoglio tifa San Lorenzo. E a San Lorenzo cadono le stelle e illuminano il cielo. Sperando che cadano anche tutti i veli che ancora nascondono scomode verità, per far luce finalmente sulle tante pagine buie del nostro passato. L'urlo di “The Great Gig in the Sky” dei Pink Floyd (non a caso del '73) riassume tutta l'impotenza, la frustrazione, il dolore, il nostro essere indifesi. Siamo nudi davanti alla Storia.

Tommaso Chimenti 24/09/2017

FIRENZE – “In occidente non esiste la cultura del perdente, solo l’esaltazione del vincitore. Ma è nella sconfitta che si manifesta la gloria dell’uomo” (Leonard Cohen).
“Conosco un ciclista di Rovigo così sfortunato che quando stava per battere il record dell’ora di Moser è scattata l’ora legale” (Gene Gnocchi).

La Storia, si sa, la fanno i vincenti. Gli ultimi saranno i primi è ormai un vecchio motto ideato per far tacere e silenziare, con la paura dell'Aldilà, le masse povere e ignoranti. Gli ultimi sarannomuzzi ultimi, è questa la triste verità. Ma c'è anche della poesia, della filosofia di vita, del pensiero strutturato in chi, per scelta o, nella maggior parte dei casi, per mancanza di talento o sfortuna, occupa gli ultimi spazi della graduatoria, o chi, peggio ancora, arriva sempre lì, talmente vicino da poter sfiorare la coppa agognata e, all'ultimo tuffo, all'ultimo balzo, all'ultimo tiro, fallisce, perde, arriva secondo, cade nel dimenticatoio, nell'anonimato o peggio nel catalogo di chi non ce l'ha fatta, di chi non ha avuto forza e “palle” per reggere la pressione o precisione per portare a casa il trofeo. Ci sta di perdere, certo, che perdere nella vita è la normalità mentre vincere è l'eccezione. Vince soltanto uno, tutti gli altri ne escono sconfitti. Gli “zeru tituli” che Mourinho imputava, con fierezza e arroganza (l'umiltà non è la qualità migliore della maggior parte dei vincenti, dei quali viene apprezzata anche la spregiudicatezza e la superbia: Ibrahimovic) alle altre squadre in lotta per lo scudetto. “We are the champions, no time for losers” (Queen, “We are the Champions”)
Certo Woodberry diceva che “la sconfitta non è il peggior fallimento. Non aver tentato è il peggior fallimento”. Però Martina Navratilova aveva un'altra visione della faccenda: "Chi dice che vincere o perdere non conta, probabilmente ha perso”. Fallire vuol comunque dire averci provato, ma provare, ormai, nel nostro mondo fatto tutto da sorrisi a mille denti, apparenti, e di gente felice che “racconta dei successi e dei fischi non parlarne mai”, come strimpellava Ron, non basta più. La gente, il pubblico, la platea, l'audience, anche solo di un social network adorano e adulano i primi della lista e denigrano chi non è salito sul gradino più alto del podio. Salire sul carro del vincitore, che da lì le cose, sotto, si vedono più minute e piccole, insignificanti nascoste, confuse nella massa indistinta dei volti che guardano su in alto. “Più su”, volteggiava Renato. “I guai sono come i fogli di carta igienica: ne prendi uno ne vengono dieci” (Woody Allen)
Muzzi1E Andrea Muzzi, storico e solido e navigato comico toscano, passato da Benvenuti a Pieraccioni, sempre coerente alla sua idea di far ridere senza sproloqui né volgarità (tanto in voga in certo cabaret vernacolare), sempre leggero e umile come una carezza, ha creato il suo decalogo (sono anche un po' di più, a dir la verità) sui perdenti, su alcuni sconfitti eclatanti, storie che ai suoi occhi hanno riscosso un motivo, un'esigenza, un'urgenza per essere raccontate. Non la medaglia d'oro ma quella di argento. Se de Coubertin diceva che “l'importante è partecipare”, Boniperti, mostrando le sue strisce sottolineava, che “vincere non è importante, ma è l'unica cosa che conta”. Punti di vista. Giusta anche la riflessione del Dalai Lama: “Quando perdi, non perdere la lezione”, anche se c'è chi della sconfitta ne ha fatto collezioni e non è una grande iniezione di fiducia e di autostima. C'è chi ne ha fatto anche orgoglio come la squadra di calcio dilettantesco l'Excelsior che in quindici anni ha subito 1900 gol e vinto una sola partita. Gli avversari saranno andati, forse, sul lettino dello psicanalista. “L’arte di vincere la si impara nelle sconfitte” (Simón Bolívar)
All'alba perderò” (visto al Teatro Puccini il 27 aprile), parodiando l'ugola di Pavarotti e Puccini, è l'elogio della sconfitta di Muzzi, attraverso casi più o meno celebri, di uomini resi ancora più umani e fallaci e per questo simpatici ai nostri occhi solidali. Dell'aria della Turandot però Muzzi estrapola e si sofferma su quel “tramontate stelle”, perché le star prima o poi cadono e non si può sempre stare in cima alla classifica e se non si comincia ad accettare la sconfitta il tonfo sarà ancora più sonoro e la depressione e la delusione ancor più cocente. Non si vince l'argento ma si è perso soltanto l'oro. E' la dura legge della giungla dove uno solo, nel branco, è il maschio alfa dominatore e inseminatore e gli altri devono fuggire. Ayrton Senna diceva che “arrivare secondo è essere il primo degli sconfitti”. I nomi dopo il primo non hanno cittadinanza, si afflosciano nel tempo, si sciolgono al sole. Ma siamo tutti perdenti, ogni giorno, in ogni momento, è per questo che, nelle rare occasioni in cui capita di vincere, esultiamo a perdifiato come se non ci fosse un domani. “Se qualcosa può andare storto, lo farà” (Legge di Murphy)
Nella semplice ma suggestiva scenografia, fatta di grucce che sembrano tergicristalli sospesi per cacciare via i sogni infranti, paiono oggetti volanti come nella “Fantasia” disneyana, gabbianimuzzi2 con le ali spiegate come i desideri infranti e volati via. Ecco il rigore di Baggio ai mondiali americani, tirato alle stelle. Ci ricordiamo più delle sconfitte, sono quelle che lasciano il brivido, il segno, la lacrima. Lo sconfitto è nel posto sbagliato al momento sbagliato. C'è il samoano lanciatore del peso che ai mondiali di atletica viene segnato nelle batterie dei 100 metri con tutto il suo armamentario di ciccia e muscoli da dover spostare sul lungo rettilineo, c'è il pugile sconfitto sempre alla prima ripresa con decine di ko sulle spalle, la squadra di bob jamaicana, il nuotatore della Nuova Guinea che aveva imparato a nuotare poco prima delle Olimpiadi di Sidney dove partecipò nello stile libero, il Brasile sconfitto in casa per 1 a 7 dalla Germania. “I vincitori sono sempre colpevoli, e va bene. Ma gli sconfitti, è sicuro che siano innocenti?” (Gesualdo Bufalino)
Ci sarebbe stato anche da raccontare del maratoneta Dorando Petri al quale fu tolta la medaglia d'oro nella 42 km alle Olimpiadi di Londra ad inizio secolo scorso perché sorretto dai giudici. Oppure quella del ciclista Franco Bitossi fattosi rimontare nel mondiale del '72 a pochi metri dal traguardo. O l'Inter di Cuper del 5 maggio 2002. O l'Argentina di Messi per due anni consecutivi sconfitta ai rigori, dal meno quotato Cile, in Coppa America. O ancora il Brasile sconfitto dall'Uruguay nei mondiali di calcio del '50 proprio al Maracanà. O l'Atletico Madrid di Simeone, storie di questi ultimi anni, che ha perso due finali di Champion's League, e sempre contro gli odiati rivali cittadini del Real. Chiamalo karma, chiamala malasuerte, chiamala sfiga. “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio” (Samuel Beckett)

Tommaso Chimenti 30/04/2017

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