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MILANO – I testi di Bruno Fornasari sono piccole pietre miliari scagliate nel dibattito contemporaneo, ogni volta un argomento scandagliato fin nelle sue viscere più intime, potrebbe essere una conferenza tematica, nei suoi antri più nascosti e poco affrontati cercando un contraddittorio attraverso l'uso dei personaggi. Il suo alter ego in scena e attore-feticcio, Tommaso Amadio, dice che quello del regista milanese, direttore assieme a lui del Teatro dei Filodrammatici, è un “teatro brechtiano”. Ha ragione, in toto. Qualcuno accusa l'autore di “N.e.r.d.s.” come de “La prova” di essere “freddo”. Non è né freddezza né gelidità ma calcolo sì in una drammaturgia che ti porta esattamente dove ha deciso che la riflessione vada e punti, ti prende per mano, è corposa, robusta e muscolare nel mettere sul piatto varie strade fino a farti imboccare, senza per questo dare giudizi di valore o gerarchie, spontaneamente quella che, dall'alto, ha pensato.

c967e52171fd1f3b645b47588992fd9f_XL.jpgE torna spesso la parola “cinismo” ma non è nemmeno questa la definizione giusta, è più che altro un raziocinio, pieno di logica, attorno ad un tema utilizzando gli strumenti degli attori per esplicare i differenti punti di vista e facendoli collidere tra di loro. I suoi testi sono macchine ad orologeria, si incastrano alla perfezione tutti i meccanismi e gli ingranaggi di battute e dialoghi serrati dove la concitazione monta, così come il pensiero, si architetta, si inalbera, si inquieta, cerca il suo opposto per affrontarlo a viso aperto, in campo aperto, mettendo in risalto, al di là di ogni dogmatismo precostituito, di ogni assioma digerito senza dubbio, le problematicità di un ragionamento, i punti interrogativi, le virgole nelle arton56810.jpgquali sei inciampato. E' un procedimento filosofico che a step porta avanti un grande lungo pensiero distillato e frazionato nei tanti suoi interpreti, spezzettato e sbocconcellato nelle figure che compongono il suo mosaico, il suo quadro dove tutto è calibrato, questa composizione nella quale è bello lasciarsi andare e cullare, portare fino alla riva.

Certamente anche “La scuola delle scimmie” (prod. Filodrammatici, visto al Teatro Elfo Puccini) sprizza d'intelligenza e di acume, come sempre le sue drammaturgie sono molto riconoscibili, hanno uno stile anglosassone, ironia british e grande velocità, ci pone davanti non tanto alla stupidità degli altri quanto alle nostre sacche di conservatorismo, di bigottismo, di reazionarietà che vivono in ognuno di noi. Fornasari non mette mai in ridicolo i personaggi dei quali ha bisogno per mostrare la sua tesi ma gli dona pari dignità di esistenza. Ci sono le fazioni, le squadre, è la tensione scenica che fa scatenare il conflitto dialettico, il fuoco alimenta e sposta la razionalità di una società che non si muove mai linearmente ma a strappi, ad elastico e ha continuamente bisogno, per non inaridirsi come una fonte ormai secca, di qualcuno che rimetta in discussione anche i suoi valori più accettati e condivisi e creduti inalienabili.2213_vanessaporta.jpg

Nella “Scuola delle scimmie” (cast come sempre d'eccezione con un amalgama che se perde il ritmo affievolisce la resa concettuale dello scontro) sono due le dimensioni temporali che vengono ad incastrarsi, senza incagliarsi, a sovrapporsi, a interpolarsi, in un gioco di rimandi tra il 1925 (vicenda reale) e il 2015 come a dire che l'uomo può anche andare su Marte ma rimane sempre lo stesso e ciclicamente (vedi i terrapiattisti o il convegno a Verona sulla famiglia) ritorna prepotente sugli stessi nodi. Da una parte, nella scena novecentesca, un professore in un piccolo paese di uno Stato contadino e rurale statunitense che ha cercato di insegnare ai suoi studenti che discendiamo, secondo la lezione darwinista, dalle scimmie e non siamo il frutto dello sputo di Dio sul fango mentre ci modellava a sua immagine e somiglianza. Dall'altra, nel filone del Duemila, un altro professore al quale, in collisione con la preside, viene chiesto di occuparsi soltanto della sua materia, scienze biologiche, e non fare “politica” né religione quando in realtà ha soltanto immesso dei virus e dei geni di riflessione nei suoi ragazzi.

2414_vanessaporta.jpgLe scene si spostano l'una dentro l'altra con l'ausilio di pareti semoventi che sembrano aprire e chiudere a soffietto i quadri, come si può aprire e chiudere il cervello a qualcosa che non capiamo ma tentando di comprenderlo o trincerandoci dietro veti difensivi e teorie complottiste. Sono milioni tutt'oggi le famiglie negli Stati Uniti che fanno studiare a casa con un precettore (la parola fa pensare a Leopardi...) i propri figli proprio perché alla scuola pubblica insegnano l'evoluzionismo darwiniano al posto del creazionismo. Quasi fossimo dentro un “Ritorno al Passato”. In qualche modo ci sono dei nessi anche con “L'ora di ricevimento” di Stefano Massini. Ma l'intento di Fornasari e soci è cercare punti di contatto e punti di rottura, capire le falle, le crepe, insinuare dubbi e germi di implosione senza aggressività. Infatti, anche i personaggi che sono in antitesi con il pensiero moderno e contemporaneo non vengono mai descritti, né additati né fatti oggetto di epiteti, con pennellate negative o con tratti abietti. Non ci sono buoni e cattivi, ma c'è chi vuole ancora pensare e chi forse è stato ammansito e addomesticato tanto da impigrirsi e adagiarsi sulla soluzione più semplice, più conforme, più conservatrice.

Purtroppo oggi, con la regola dell'uno vale uno (Margherita Hack o un cittadino medio possono parlare parimenti di astrofisica) e i social 2.0 (tutti possono rispondere su qualsiasi argomento, anche senza averne i requisiti e le competenze, a chiunque altro anche ad un esperto del settore in questione) hanno creato enormi danni. A questo aggiungiamoci le fake news e gli algoritmi dei social network che ci fanno sempre vedere e seguire quello nel quale già crediamo, a forza di like e pollici, alimentando e rafforzando giorno dopo giorno la nostra idea ed escludendo il pensiero contrapposto.

In scena vediamo un grande albero della vita (non quello dell'Expo; ci ha ricordato maggiormente “Il diario di Eva” di Mark Twain con una punta della serie tv “13”) mantecato con 1920x560_LA-SCUOLA-DELLE-SCIMMIE.jpgWelcome to the jungle” dei Guns N' Roses a tambureggiare. Tra un velocissimo cambio di scena e l'altro, con non dei bui ma delle penombre quasi a voler sottolineare un continuum e un passaggio osmotico tra le dimensioni, tanti gorilla (alla mente ecco quelli di Antonio Latella in “Veronika Voss” o quella di Francesco Gabbani al Festival di Sanremo del 2017 con “Occidentali's Karma”) spostano oggetti e allestiscono (le scene sono di Erika Carretta). Fede cieca o dubbio, fanatismo o domande, Bibbia o Scienza, Inquisizione o Progressismo, Credere o Capire, trasformare la gente in scimmie ammaestrate o pensare che discendiamo dalle stesse?

Si maxresdefault.jpgride, e molto, di noi, delle nostre fragilità, delle nostre debolezze, della nostra finitezza: Tommaso Amadio, il professore di oggi, mette nelle sue scene sempre carattere e quello sguardo che apre, con la sua recitazione sfrontata, ora alle dinamiche d'intrattenimento sarcastico adesso a quelle più concettuali, sorprendente Giancarlo Previati nel doppio ruolo di zio ruvido e diretto ma franco e tagliente e di padre ora ferreo adesso ambiguo, il giovane Luigi Aquilino, il prof novecentesco capace di pathos e puntiglio, una sicurezza Sara Bertelà dirigente scolastica arcigna e severa, determinato Emanuele Arrigazzi nel doppio ruolo, personaggi agli antipodi, il giornalista dissacrante e assennato e il padre della studentessa bieco e violento, senza dimenticare la brava e sprint Camilla Pistorello, allieva provocante e provocatoria e fidanzata compressa nelle regole sociali e patriarcali, e l'elettrica e accesa Silvia Lorenzo, artista e compagna del professore dei giorni nostri. La frase: “Si può dire il mio Dio, il tuo Dio, ma non si può dire la mia Scienza, la tua Scienza”.

Tommaso Chimenti 05/04/2019

MILANO – “L'uomo e la donna sono le persone meno adatte a stare insieme” (Massimo Troisi).

Il periodo è buio. Sta tornando il Medioevo e l'Oscurantismo? Soprattutto la Caccia alle Streghe. Il caso Weinstein, sollevato per prima da Asia Argento, quello di Kevin Spacey, quello che ha riguardato, effetto boomerang, la stessa figlia del regista horror, quello che ha toccato Cristiano Ronaldo a Las Vegas, quello che ha investito il regista Fausto Brizzi (proprio suo il film dal titolo “Maschi contro femmine”) poi scagionato, quello che ha toccato Giuseppe Tornatore (accusato da Miriana Trevisan). Negli Stati Uniti già da anni gli uomini non entrano in un'ascensore dove è presente una donna sola per timore di poter essere accusati di comportamenti inappropriati. Al netto del #metoo (nessuno critica il movimento in sé quanto le modalità da pubblica gogna) non sempre e non per forza il lupo cattivo deve essere l'uomo e Cappuccetto Rosso la donna, ed è pur vero che può accadere che le accuse siano prive di fondamento per mettere in difficoltà o alla berlina la persona in questione, per motivi di interesse, di screditamento professionale, per competere nella carriera, per invidia, per farsi pubblicità, per vendetta, per avere puntati addosso i riflettori. Il punto è che i processi la prova© Laila Pozzo-2.jpgdiventano mediatici molto prima che giuridici, sono i media a decretare la sparizione di un personaggio, se conosciuto, il suo accantonamento (per il film “Tutti i soldi del mondo” il regista Ridley Scott ha sostituito Spacey, a riprese ultimate, con Christopher Plummer rifacendogli rigirare tutte le scene dove era presente il protagonista de “I soliti sospetti”; al Premio Oscar è stata anche cancellata la partecipazione nella pellicola “Gore”), l'emarginazione sociale e il marchio a fuoco come appestato, se comune mortale. E' di queste ore la notizia che Lady Gaga abbia autocensurato il suo duetto con il rapper R. Kelly per le accuse nei confronti del cantante da parte di diverse donne.

La la prova© Laila Pozzo-30.jpgcondanna però non può avvenire attraverso la voce del volgo né talk show o interviste televisive. Bisognerebbe che realmente, e non solo sulla carta, esistesse l'innocenza fino a prova contraria. Ecco le parole esemplificative post bufera di Tornatore: “Una mattina ti svegli, apri il giornale o il computer e scopri di essere un mostro, un molestatore, un violentatore. Poi siccome si fa un uso abbastanza sciolto delle parole, diventi uno stupratore. E scopri tutto questo grazie a certi metodi di certi organi di stampa, non tutti fortunatamente, che non seguono delle regole ortodosse. Perché scrivono che sei un assassino senza ricorrere al contraddittorio, poi tu ti difenderai, se vorrai come vorrai, ma intanto il danno è fatto. Questo è un sistema veramente mostruoso ed è inaccettabile”. Alcune accuse infamanti distruggono delle vite e il risarcimento, nei rari casi in cui avviene, non riporta mai indietro il tempo, le energie e la reputazione perdute.
Proprio su queste basi, perché i Filodrammatici milanesi sono sempre sul pezzo dell'attualità e del contemporaneo e non hanno paura a sporcarsi le mani, nasce il nuovo testo di Bruno Fornasari, “La Prova” che tenta di scardinare le modalità, di far emergere e di portare alla luce le crepe e le criticità del nostro mondo che improvvisamente si è risvegliato impaurito delle relazioni umane, bloccato, timoroso, pieno di dubbi e punti interrogativi verso l'altro o altra. Se, come nel caso dello spettacolo in questione, ci sono un uomo e una donna soli in una stanza, può accadere che la parola di lei, che abbia ragione o meno, possa vere più peso di quella dell'uomo. La soluzione non è quella di cercare il colpevole tra le fila degli uomini, in quanto maschi, etero, (se caucasici, meglio) proprio per la loro carica interiore storicizzata di predominio, violenza, sottomissione, colonizzazione, aggressione. E' da combattere la generalizzazione che ci dice che i buoni stanno da una sola parte e i cattivi, necessariamente, dall'altra. E' più facile l'idea dell'orco che una riflessione della nostra società più ampia.la prova© Laila Pozzo-3.jpg

Fornasari ribalta la faccenda, facendo diventare la pièce un thriller, un'indagine psicologica; sulla scena non siamo in presenza di nessun giudice o avvocato ma una donna, una collaboratrice di questa agenzia pubblicitaria, accusa il capo che la sera precedente ha avuto un comportamento non consono, una “microviolenza”, nello specifico una mano su una spalla, nuda per via della scollatura dell'abito da sera. Se da una parte le rimostranze della donna sembrano eccessive, o pretestuose è l'uomo messo alle strette e schiacciato alle corde, dal socio come dalla nuova compagna che vacillano nel credergli, ed è lui a dover mettere sul tavolo la “Prova”, che ovviamente, la sua parola contro quella della donna, non può produrre né fornire. La donna si trincera dietro al velo “che motivo ho io di mentire” accusandolo senza sconti di misoginia e sessismo. Ma è il ricorso, come in una vera e propria inchiesta d'investigazione della quale la platea diventa “persona informata sui fatti”, all'uso del flash back che ci portano ad altre situazioni e quadri precedenti temporalmente dove sono implicati i quattro personaggi a mostrarci non certo la soluzione ma un altro modo di riflettere sull'accaduto. Il filo tra verità e diffamazione è sottile: “Sentirsi offesi non vuol dire aver ragione”, dice l'accusato.

Se la prova© Laila Pozzo-32.jpgne viene fuori, come pubblico, frastornati perché il tema tocca potenzialmente tutti, al netto di bigottismi e moralismi, se ne esce con più domande di quando siamo entrati. Perché il tema è scottante ed è semplicistico accusare l'uomo in quanto portatore sano di generi violenti e muscolari, machisti e virili. In questo caso il genere conta, le pari opportunità si fanno da parte: “Cerchiamo sempre la conferma da quello che vogliamo sentirci dire”. L'ironia e l'intelligenza di Fornasari, alla scrittura e in regia, coadiuvato dai determinati, energici e affiatati, esplosivi e graffianti Tommaso Amadio, Emanuele Arrigazzi, Orsetta Borghero ed Eleonora Giovanardi (artistica, illuminante ed estetizzante la scena dello yogurt; che nessuno si offenda se i nomi degli attori sono stati scritti prima di quelli delle attrici, è soltanto il rigoroso elenco alfabetico) sta proprio nel riuscire a creare un percorso di pensiero che ci conduce a posizioni e convinzioni opposte, lontanissime, per poi farcene pentire e azzerare tutto, sconvolgere tesi appena costruire, mandare al tappeto certezze e opinioni sui diversi personaggi-topos. Fornasari mischia le carte in tavola senza trovare (non li cerca neppure) colpevoli mostrando quanto sia facile cadere in trappola, quanto sia semplice essere non solo accusati ma anche condannati moralmente e socialmente senza possibilità di difendersi.la prova© Laila Pozzo-9.jpg
Purtroppo la violenza sulle donne non si combatte, come auspicava qualcuno qualche tempo fa in Parlamento, cambiando il genere delle parole che si usano; chiamare una donna ingegnera o assessora non farà calare il numero devastante del fenomeno femminicidio. E nemmeno le “quote rosa” hanno azzerato le differenze, e neanche la dicitura “Genitore 1” e “Genitore 2” ci salverà. Sarà che forse il problema non sta lì?

Tommaso Chimenti 15/01/2018

Foto: Laila Pozzo

Mercoledì, 21 Novembre 2018 14:21

Le migliori sette produzioni di Next 2018

MILANO – L'importanza di Next, la vetrina del teatro lombardo, è che puoi gustare e vedere e assaggiare stralci (20 minuti) delle produzioni che verranno. Tutti i teatri lombardi, Milano ovviamente la fa da padrona, mostrano alcune parti delle novità che dovranno debuttare, da bando, entro il maggio dell'anno successivo. Il clima è un bel momento di unificazione, di scambi, di visione del lavoro altrui per una due giorni che fa da collante senza competizioni. Anche se una commissione giudicatrice stabilirà quanto premio di produzione assegnare ad ognuna delle opere scelte, finanziate dalla Regione Lombardia e dalla Fondazione Cariplo. Next è il teatro che verrà, ma il futuro, come sempre, è già qui. In questi momenti di condivisione già si può capire dove sta andando la stagione e cosa ci interesserà maggiormente seguire durante l'anno, insomma un giusto annusare l'aria, un modello che potrebbe essere esportabile ad altre regioni. Sui ventisei progetti scelti, tredici al giorno, una vera e propria maratona visiva, sono sette le pièce sulle quali ci siamo soffermati e che meriteranno certamente uno sguardo più approfondito quando debutteranno. Ed anche allora ci saremo per confermare o meno questo nostro primo giudizio positivo. Quindi segnatevi i titoli e cercateli, i boccioli diverranno fiori, si apriranno in tutta la loro forza e poesia, potenza e profondità.Atir.jpeg

L'Atir di Serena Sinigaglia è una garanzia di quel mix di intrattenimento alto, commozione, riflessione sull'oggi: “Aldilà di tutto” (supervisione di Arturo Cirillo) ci parla di malattia, di morte, di come sopravvivere senza farsi schiacciare dalle brutte notizie, di depressione. E ci mette di fronte, per chi ancora non le conoscesse, a due grandi interpreti, che qui collimano perfettamente, la forza di Chiara Stoppa e la delicatezza, tra lo svampito e l'indecisione all'ennesima potenza, della meravigliosa Valentina Picello (ci ha fatto venire in mente come movenze Angela Finocchiaro), ora nervosa adesso paranoica, spassosa e piacevole quanto paurosa, puntualmente sopra le righe per delineare questo nostro tempo fatto di up and down, di paure straordinarie e di eccezionali eccessi, comica nel dramma, senza mai scivolare né scadere nel ridicolo e nel grottesco.

Sul fronte brillante il Teatro Binario 7 ci porta in un interno durante la notte di Capodanno, una di quelle serate dove tutto può accadere, dove tutto è lecito, anche non sapere che cosa è successo. Un gioco da tavolo dà il titolo a questo “Sognando la Kamchatka” (ndr. foto di copertina), pensando a quella penisoletta inutile e periferica che a Risiko significava la vittoria schiacciante sugli avversari e parafrasando quel “California dreaming” delle Mamas and Papas che evocava altri desideri, altre speranze. Qualche maschio contemporaneo, deluso, frustrato, lasciato dalla fidanzata, bambini cresciuti, bugiardi, irresponsabili, soprattutto soli, traditori, si ritrovano a casa di uno di loro (emerge Marco Ripoldi); la notte è uno sfacelo tanto che la mattina l'appartamento è distrutto e uno di loro giace senza vita. Nessuno si ricorda niente. Ci ha molto ricordato la pellicola “Una notte da leoni”.

Visite.jpgSi stringe il cuore davanti alle “Visite” dei Gordi (prod. Franco Parenti) che abbinano un teatro fatto di piccoli grandi gesti simbolici ad un'immensa delicatezza e commozione miscelando il tempo che fu da giovani con il presente da anziani, rallentati, pieni di acciacchi, dimenticanze, debolezze. I due piani temporali si sommano, si aggrovigliano, si intersecano tra queste facce allegre e frivole e spensierate con tutta la vita davanti e queste maschere (di Ilaria Ariemme) rugose e prossime all'addio. La musica alta ed eccessiva di certi party tra alcool e baci rubati fanno da contraltare ai piccoli passi strusciati, alle cose perdute, ai lunghi silenzi della terza età: la vita è un soffio, ma i respiri continuano a risuonare nelle stanze che li hanno abitati.Sinisi.jpg

Squadra che vince non si cambia, e allora Elsinor si affida al team, capitanato da Michele Sinisi, che negli ultimi anni ha sfornato “Miseria e Nobiltà”, “I Promessi Sposi” e “La masseria delle allodole” e che adesso si getta a capofitto nel “Sei personaggi” pirandelliano. I lavori di Sinisi e Asselta hanno sempre nel caos controllato il loro punto di forza e perno sul quale tutta la struttura di testo e attoriale ruota, s'impenna, si ribalta. Ed è una festa del teatro (sicuramente i 20 minuti più esplosivi di questo Next), una sarabanda di video e musica, arrivi e risse, una diretta facebook, recensioni lette, una banda che suona l'hip hop e David Bowie. In tutto questo teatro nel teatro nel teatro con gli attori che interpretano se stessi ma anche i “personaggi”, in questo carnevale inaspettato e imprevedibile si perde la rotta, ci si trova felicemente naufraghi, dispersi, rapiti. La curiosità sarà quella che ad ogni replica saliranno sul palco attori colleghi che metteranno la maschera di se stessi. Così per complicare ulteriormente, gioiosamente, i vari piani: la realtà è già teatro, il teatro è là fuori.

Queen Lear.jpgDolcemente tempestose sono le Nina's Drag Queen che trasformano il “Re Lear” shakespeariano in “Queen LiaR” (prod. Teatro Carcano) attualizzando la vicenda e portandola, ovviamente al femminile, en travestì, nei loro costumi eccessivi e luccicosi, ad un oggi tutto nostrano. Tre sorelle e una madre anziana (in coppia di fatto con una vicina) il tutto infarcito di frasi delle canzoni pop anni '80 che abbiamo tutti tatuate nel nostro dna, ritornelli strazianti e sdolcinati, rime iperboliche e desideri inaccessibili e sopra ogni cosa questo amore contro tutto e contro tutti. Le due sorelle più grandi che professano, ma soltanto a parole, il loro grande amore per la madre, la terza viene rinnegata perché non riesce ad arrivare alle vette dialettiche delle sorelle esagerate e menzognere. Ed eccoci a far rimbalzare La Cura e cantare “Insieme a te non ci sto più”; con Gloria Gaynor Shakespeare duetta alla perfezione.

Sempre interessanti e intelligenti sono le riflessioni, mai provocazioni, di Bruno Fornasari e Tommaso Amadio ed anche stavolta hannoLa prova - Filodrammatici.png mostrato tutta la loro cifra e carica con il nuovo “La Prova” (prod. Filodrammatici). Proprio nel bel mezzo del #metoo, il movimento femminista sollevato da Asia Argento, il regista e l'attore milanesi sono i primi maschi, etero, a prendere posizione attraverso l'arte e vedere il processo, i suoi estremi, le sue derive, le sue problematiche, invece di fermarsi alle accuse, di puntare il dito ed incolpare che sembra diventato lo sport preferito dai leoni da tastiera che, per invidia e molto spesso per insoddisfazione e frustrazione, vogliono vedere tutti gli altri, giustificando invece sempre se stessi, dietro le sbarre e puniti. Una donna sostiene che il capo le ha messo una mano sulla spalla, una spalla nuda di un vestito da sera scollato. C'è chi dice che non è niente e chi vede il gesto come aggressivo, una vera e propria prevaricazione e violenza sessuale. Perché ormai la diffamazione fa già processo ed è già di per sé condanna. Il bello, il brutto semmai, è che è l'uomo a dover produrre “La prova” della sua innocenza, una prova per sconfessare la calunnia accusatrice, una prova forse impossibile da mostrare: povero maschio etero sei diventato la minaccia di questo mondo che ci vuole asettici, privi di relazioni: castrando l'uomo le donne saranno più contente?

Ufilippo-renda.jpgno dei mali del nostro contorto tempo sono le “Fake” news, quelle notizie false che girano sul web e sui social network che mutano la percezione del reale e che, se diventano virali, cambiano la realtà in maniera indissolubile sostituendo la verità con altre interpretazioni che spesso hanno secondi fini, soprattutto politici. Il discrimine ormai su che cosa è reale e cosa non lo è è nebuloso e alquanto difficile da poter determinare. L'uomo non può non credere a niente, a qualcosa deve affidarsi, di qualcosa deve fidarsi. Ma se la televisione è di parte, i giornali parziali e partigiani, il web è prezzolato e finanziato da editori che hanno i loro interessi, la vita per il cittadino medio diventa impossibile. Il testo di Valeria Cavalli e Filippo Renda (anche in scena e in regia; prod. Manifatture Teatrali Milanesi) mette in scena una storia vera (vera?, non è dato saperlo): un'intervista ad una donna che ha vinto una somma spaventosa al jackpot nazionale e che ha stracciato il suo biglietto perché quella cifra l'ha spaventata e avrebbe cambiato per sempre la sua semplice grama esistenza. La signora, dalla vita grigia, ha anche scritto la sua esperienza sui social venendo aggredita, anche minacciata pesantemente, perché oggi rifiutare 40 milioni di euro con la fame e la povertà, o la voglia di lusso indotta proprio dai social, che c'è in giro è sembrato un affronto incolmabile. Una fredda intervista con questa piccola segretaria dove il pubblico sarà interattivo: che cos'è la verità? Quello a cui crediamo.
Sette come i vizi capitali, sette come le meraviglie, sette come i nani, sette come il teatro che verrà. Voglio vedere come andrà a finire, cantava il Vasco che andava al massimo.

Tommaso Chimenti 21/11/2018

 

Venerdì, 25 Maggio 2018 11:21

Il fanatismo miete sempre nuovi "Martiri"

MILANO – Siamo sempre a rimproverare i giovani che non hanno ideali, che non hanno sogni né desideri, che non si impegnano nel civile, che non hanno idee politiche, che pensano soltanto ai testi fumosi della musica trap e allo smartphone. E poi, appena ne troviamo uno che si imbatte, si butta e si infervora su un tema, abbracciando completamente un argomento e una causa, allora il nostro paternalismo e protezionismo ci fa saltare sulla sedia se quest'ideale non si confà a ciò che avremmo pensato che un adolescente potesse seguire. Mi spiego. Grazie al testo “Martiri”, che è tedesco si sente per formazione, durezza, piglio, di Marius von Mayenburg, il regista Bruno Fornasari, grande conoscitore della drammaturgia europea e scopritore di nuove riflessioni e scritture in giro per il martiri1Vecchio Continente, ci porta dentro un terreno a lui caro, quello dell'ambiguità religiosa, del dogma, della dittatura culturale, dell'autoritarismo delle istituzioni che limitano, ingabbiano, schedano le libertà. La sua è una battaglia, anche politica e politicamente scorretta, fatta per aprire e ampliare il pensiero, scatenare il dibattito non soltanto in una forma sterile di provocazione (a Fornasari non interessa) ma instillando a piccole dosi, a gocce di veleno, quei germi per generare pensiero ora vedendoci da una parte adesso dall'altra, ora salvando e perdonando l'uno, adesso condannandoci. E' un processo difficile il rimettere in discussione le nostre certezze statuarie della nostra società occidentale.

Qui, in “Martiri” (che è un perfetto continuum della “Scuola delle scimmie”, scritto da Fornasari, che ha debuttato a gennaio scorso), il “nemico” è tutto interiore; nessun scontro di culture e nessuna guerra di religione, anche se è proprio di religione (in senso stretto ma anche in senso lato) che si parla. Un adolescente, appena passato dal mondo dell'infanzia alla scuola superiore, uno che secondo gli adulti dovrebbe fare come i suoi compagni, un po' instupiditi un po' vuoti perdendosi in giochi e trastulli, comincia a leggere l'Antico Testamento e a trovarci dentro risposte chiare e soluzioni lampanti, inizia a spulciare versetti e a riconoscere tra quelle righe regole certe e ferree, la giustizia e la giustezza per incasellare questo mondo che sta andando alla deriva, che si sta liquefacendo nella lascivia, nella dissoluzione, nel peccato. E' qui messo in discussione il martirifornasarimondo degli adulti che non sanno reagire dando un'alternativa alla radicalizzazione cristiana, aggressiva e violenta, del ragazzo ma scendono sullo stesso piano di accuse e veti autoritari. Lo sfondo rosso è sempre presente e pulsante perché i cambiamenti e le rivoluzioni hanno sempre bisogno di sangue fresco e le idee si cibano e si abbeverano come Dracula ad un cocktail.

Da questo testo nel 2016 è stata tratta una pellicola russa, presentata anche a Cannes, con il titolo “Parola di Dio”. Ma se i russi ammantano e dispensano tutto di dramma insolubile, Fornasari applica la sua ricetta (con un manipolo di ottimi attori diplomati alla scuola dei Filodrammatici, veramente pronti) che in questi anni ha ben funzionato nel loro teatro vicino alla Scala: un testo solido ha bisogno, per entrare più in profondità nel midollo, di quell'ironia scanzonata e di quegli incastri e incroci di senso tra il leggero sorriso e il punto di domanda che dentro nasce come fungo dopo una pioggia battente. In questo i balletti e le coreografie, le canzoni pop (non poteva mancare Jesus Christ Superstar o la hit sanremese di Gabbani con le teste di scimmie), danno il giusto (di)stacco e risalto alle scene, fermando e confermando, esaltando e imprimendo in uno scorrimento drammaturgico che suggestiona e spiazza, sorprende e incuriosisce senza mai perdersi nella ripetizione né nella scontatezza.

Gli adulti vogliono realmente che i ragazzi siano liberi ed abbiano un pensiero proprio e originale e non omologato? Dall'intelligente “Martiri” non sembra proprio, anzimartiri2 appare come un'inquietudine continua e sferzante doversi rapportare ad un ragazzo che ha preso la sua vita nelle proprie mani e la sta direzionando, con forza e nettezza certo, verso la strada che vuole seguire, anche contravvenendo alle regole sociali imposte, alle leggi stabilite e in maniera consuetudinaria accettate. Già perché anche la democrazia è la dittatura del 51% e lo Stato non sempre è dalla parte del cittadino. Le parti della Bibbia più cruente e sanguinolente, più splatter e truci e violente, innescano in Benjamin un sentimento di pulizia e chiarezza con regole certe e pene e punizioni ancora più limpide in una semplicistica limitazione della libertà personale. Ma se gli adulti si fermano con il dito puntato a urlare l'errore, tacciando l'alunno di aver passato il segno e contravvenuto alle verità imposte, il giovane si schiera con ancora più forza e convinzione chiudendosi a riccio nel suo sistema rassicurante di dogmi.

Ma il fanatismo religioso e intollerante del ragazzo (Luigi Aquilino, una marcia in più, energico e suadente) innesca tutta un'altra serie di dinamiche tra gli adulti: il preside (Eugenio Fea efficace) che per non avere problemi giustifica il ragazzo e mette all'angolo la professoressa sparring partner, la madre, serenamente isterica (Denise Brambillasca, sveglia), dell'allievo che scarica sull'istituzione-Scuola il compito della formazione del figlio, il professore di ginnastica che vorrebbe risolvere la questione in modi spicci, il parroco (puntuale Daniele Vagnozzi) che vorrebbe utilizzare questa foga per cercare nuovi adepti ad una Chiesa morente, la professoressa di biologia (Gaia Carmagnani, decisa, attenta), l'unica veramente ad avere a cuore l'allievo e che, per questo, tenta, finendo per perdersi, di martirifornasari2comprenderlo ma senza buonismi. Da una parte c'è un giovane che prende alla lettera le Sacre Scritture (come i Testimoni di Geova o gli islamici radicali) su temi come il sesso, la questione femminile, la giustizia, il pudore, la vergogna. Il ragazzo diventa la pietra scagliata nel vetro, l'ago che fa scoppiare il palloncino, il crack inaspettato nel tranquillo tran tran delle generazioni scardinando l'assioma che gli anziani indichino la via e i giovani la seguano, ribellandosi un po' certo, ma sempre incasellati e rimessi in riga da punizioni e ricompense, bastone e carota.

Questo ragazzo ci mette davanti allo specchio quello che siamo diventati, “Il vostro Dio è un hippie” (Simone Previdi, un Dio figo in bianco, guru californiano, carismatico), adulti che si condonano ogni pena, che si abbuonano e perdonano peccati più o meno veniali, che cercano la salvezza nella carne e in un presente fatto di cose materiali. Sarebbe troppo facile vedere, soltanto, nel ragazzo l'ingranaggio che ha deragliato, il mattone uscito male dalla fornace, il folle con idee strampalate da far rigare dritto con le buone o con le cattive. Forse i Martiri siamo tutti noi, consacrati sull'altare di credo finti e squallidi pronti ad interpretare quando ci torna comodo, sempre benevoli e accoglienti verso i nostri errori. La nostra croce sono gli altri con i quali, volenti o nolenti, dobbiamo farci i conti. Chi è davvero fanatico in un mondo dove i matti pensano che i veri pazzi siano sempre gli altri?

Tommaso Chimenti 25/05/2018

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