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Squadra vincente non si cambia. Già impegnata nel “Barbiere di Siviglia” del 2015-2016, torna sulla scena del Teatro dell’Opera di Roma la coppia Yves Abel e Lorenzo Mariani, rispettivamente direttore d’orchestra e regista della “Traviata” che apre la stagione estiva alle Terme di Caracalla. E di una squadra vincente c’era bisogno, l’impresa – ardua davvero – lo richiedeva. Il confronto con un classico amatissimo ed eseguito in tutto il mondo impone un surplus di creatività alla regia e una particolare dose di perfezionismo all’esecuzione; la cornice, antica e maestosa, richiede una proposta scenografica all’altezza; la presenza, infine, della “Traviata” firmata Coppola e Valentino per il terzo anno consecutivo nel cartellone invernale del Costanzi impone un occhio di riguardo, alla prospettiva del regista come alle aspettative del pubblico (e tra il pubblico della prima spettatori di tutto rispetto, da Gabriele Lavia a Virginia Raggi). «Vergogna!», «Bellissimo!», «C’est génial!»: l’ouverture non è ancora terminata che il pubblico già esprime il suo consenso-dissenso (più il primo per la verità), confermando la sua vocazione internazionale così come il suo coinvolgimento attivo: commenta e canticchia le arie tante volte orecchiate, salvo poi prendere la direzione dell’uscita tra terzo e quarto quadro (nel passaggio dalla festa in casa di Flora al letto di morte di Violetta) a causa della confusione destata dal coro salito alla ribalta prima della fine dell’opera.
Traviata I attoL’idea registica di Mariani, pur non brillando di originalità, appare senza ombra di dubbio forte e calzante. Italo-americano della Grande Mela, Mariani dell’Italia ha un’immagine sfumata dai clichè. L’Italietta glamour di via Veneto e del neorealismo era già stata oggetto di ispirazione per il “Fra Diavolo” di Giorgio Barberio Corsetti al Costanzi (ottobre 2017) e, più recentemente, per il “Don Pasquale” di David Livermore alla Scala (aprile 2018). Il processo di crisi e decadenza inarrestabile, della società come del corpo malato di Violetta, appare agli occhi di Mariani senza speranza, come “La dolce vita” nelle parole dello stesso Fellini in “8½”. Ecco che l’esclamazione di Violetta, addolorata, all’incalzare delle preghiere di Germont Padre («Siate di mia famiglia / l’angiol consolatore», atto II) diventa la chiave di lettura di tutta la produzione: «Così alla misera ch’è un dì caduta, / di più risorgere speranza è muta».
Kristina Mkhitaryan è una Violetta Valery matura e sofferta, novella Marilyn Monroe, è una diva corteggiata dai paparazzi (come suggerisce la pin-up di rosso vestita della locandina che fa da sfondo). Una punta di eccellenza per qualità vocale e attoriale nel duo con Germont Padre, il baritono Fabián Veloz. Nei panni di Alfredo è la voce piena e limpida del tenore Alessandro Scotto di Luzio. Flora (Irida Dragoti) e Annina (Rafaela Albuquerque) sono alcune delle nuove leve di “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma. I passaggi di umore e di atmosfera, tuttavia, non sempre rispettano le doverose pause e sospensioni, i legati abbondano e non c’è silenzio o requie nella vita di Violetta che folleggia di gioia in gioia.
La traviata regia di Lorenzo Mariani ph Yasuko Kageyama Caracalla 2018 0798 WEBMentre solisti, maestri del coro e dell’orchestra combattono con l’acustica delle Terme (suggestiva, certo, ma poco music-friendly), sulla scena vengono dispiegati oggetti di culto e costumi anni Cinquanta, dalla Vespa di “Vacanze romane” alle giacche di pelle simil “Grease”, dalle acconciature di lacca alle gonne a ruota. La casa di Flora è allestita come il Moulin Rouge di Baz Luhrmann, dove troneggiano un cuscino fucsia a forma di cuore gigante e un’altalena (ammiccamento tanto a Nicole Kidman-Satine quanto alla Masina di “Giulietta degli spiriti”). Sfilano zingarelle versione Victoria’s Secret in pelliccia e occhiali da sole e persino «Marchese mio giudizio» (Flora a d’Obigny) diventa un giocoso siparietto sadomaso. La scenografia è affidata ad Alessandro Camera, ma i meriti sono ugualmente distribuiti con i responsabili di luci e video (Roberto Venturi, Fabio Iaquone, Luca Attilii), con la costumista (Silvia Aymonino) e con l’ideatore dei movimenti coreografici (Luciano Cannito): coro, mimi e ballerini riempiono la scena creando dinamicità, insieme alle proiezioni di foto ricordo e onde del mare sui resti monumentali del complesso archeologico che d’estate ospita la stagione lirica romana. Luci e tralicci da set sono a vista, una pedana a ziggurat, un red carpet (nel primo atto), una villa al mare per il secondo. Nel terzo, invece, il disfacimento totale: l’impressione è di essere davanti ad una tela di Rauschenberg, dove il naturalismo ha ceduto il posto alla metafora. Il caos e l’abbandono da cui è attorniata Violetta riflettono il disfacimento della sua giovinezza (sempre commovente il «Gran Dio! Morir sì giovane»). La parabola di Mademoiselle Valery si consuma ancora una volta, più tragica tanto più è vicina alla memoria collettiva del pubblico.

 

Visto alle Terme di Caracalla il 3/07/2018 (primo cast)

Alessandra Pratesi
7/07/2018

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