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Accadeva che 90 anni fa, il 14 aprile 1930, moriva uno dei padri di quel teatro immediato, diretto ed efficace che era l’Agit-Prop: il poeta e drammaturgo russo Vladimir Majakovskij. Ma è accaduto anche che, 43 anni dopo la prima messa in scena de La Gaia Scienza, ha ripreso vita “La rivolta degli oggetti”, ora guidata dagli stessi protagonisti del 1976.
I testi e la regia di Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari e Alessandra Vanzi ripercorrono proprio la tragedia in versi di Majakovskij, attraverso una selezione di parole che affronta metaforicamente le questioni umane più varie.
Lo spettacolo è attualmente disponibile sulla piattaforma di RaiPlay, un’occasione per rivivere una messa in scena storica tornata coraggiosamente dopo tanto tempo. La rivolta degli oggettiTre giovani interpreti, Carolina Ellero, Dario Caccuri, Antonino Cicero Santalena, basici ed essenziali nell’aspetto, viaggiano sulla scena disseminata di oggetti con cui entrano in vivace sintonia, per una dialettica dell’incontro-scontro pronta a tradurre e rivelare la loro presenza anche come performer. 
Impossibile prescindere dal terreno natio dello spettacolo originario, figlio della Compagnia orientata alla sperimentazione, che guardava con interesse le nuove forme artistiche. La messa in scena ha inizio con i richiami alla Contact Improvisation di Paxton: i protagonisti si muovono in un campo di eventualità, versatile e provvisto della tensione che solo l’impatto casuale con un oggetto può dare. La carta, gettata a terra come un sentiero da seguire, si corrompe e permette la creazione di nuove figure tra gli interpreti.
Come un quadro surrealista, dove gli oggetti sono posizionati -apparentemente- in modo casuale, seguiamo le corse, gli spostamenti affannosi e sincopati dei protagonisti. 
La mutevolezza della scena si fonde a quella della vita reale, dove l’accidentale può intaccare l’ecosistema presente. L’acqua, lentamente, modifica il volto e le vesti dell’attore come le parole che gli fuoriescono dalla bocca, anch’essa preda dell’acqua.
Gli attori appaiono progetti sempre nuovi per una contaminazione delle forme di espressione e, conseguentemente, del loro approccio emotivo.
Un contesto drammaturgico saldo dove il fine ultimo è riuscire a trasmettere la tangibilità del rapporto con la scena, tramutandolo in parole e concetti universali.
Ma qual è il contenuto che abita le molteplici forme?
“La rivolta degli oggetti” appare oggi un esperimento meno evanescente ed onirico, per un pubblico ormai alfabetizzato al racconto teatrale atto a destrutturare gli spazi e i ruoli, abituato alla privazione di una consistente forma narrativa.
Un terreno aperto alle infinite possibilità sceniche e sensoriali, declinate attraverso arti differenti con la compenetrazione della cultura russa, da cui il testo nasce.
Il linguaggio a primo impatto frastagliato, concede al dispositivo teatrale di coinvolgere e attivare il pensiero del pubblico, con il compito di dover concludere le riflessioni sull’umano, nate dalle molteplici stimolazioni prodotte e consegnate dagli artisti.
Si compie il senso di un'elaborazione poetica continua e caotica, che si agita e si srotola con vigore riconnettendoci verso nuove suggestioni; testimoniando la plasticità di un testo consapevolmente rimaneggiato e ancora vivo dopo decenni, confermando l’efficacia delle parole di Majakovskij: azioni teatrali viventi e possibilmente mutevoli, sempre contemporanee e tese, senza fatica, alla possibilità di nuovi contesti storici e sociali.

Arianna Sacchinelli
16-04-2020

Nella singolare cornice del Nuovo Cinema Palazzo, spazio adibito a sala prove, teatro, sala da concerti e luogo ricreativo per la popolazione di San Lorenzo, riqualificato e sottratto al destino infelice di diventare un casinò dalla volontà degli stessi cittadini e associazioni, si è tenuto venerdì 15 marzo un reading dedicato Vladimir Majakovskij, poeta simbolo della Rivoluzione russa. Scritto e interpretato da Daniel Terranegra, con la regia di Reza Keradman, Un chiodo nel mio stivale è un omaggio a uno dei più grandi poeti e intellettuali del Novecento, e una riflessione sulla rivoluzione di ieri e la necessità, più che mai impellente nella società dell’individualismo e dei consumi, di una rivoluzione oggi.

Il contesto, in questi spettacoli, è tutto, e il contesto del Nuovo Cinema Palazzo è una singolare commistione di antico e moderno, di gente di tutte le età che per i motivi più disparati si riunisce sotto il segno del teatro, nel luogo meno teatrale che esista. Lo spazio, che ricorda un centro sociale, tappezzato di stelle rosse, con sedie e tavoli sparsi ovunque nella sala adiacente al palco, con il piccolo chiosco che serve birre alla spina, fa viaggiare la memoria fino agli anni Settanta, quando luoghi come questo erano il cuore pulsante della vita culturale e politica della capitale. Oggi si può respirare un clima disteso, amichevole, incompatibile con la solennità delle poltrone rosse, la gentilezza delle maschere e i lussuosi bar dei teatri istituzionali, ma proprio per questo più vero, pulsante di vita. La gente fuma tranquillamente nello spazio antistante il palcoscenico, e anche in platea, costituita da panche di legno, spartane, scomode da morire, ma democratiche. Tutti siamo uguali, nessuno ha pagato di più o di meno per assistere allo stesso spettacolo (che richiede un contributo volontario).

Questo viaggio nel passato, iniziato appena si varcano le porte, ci spinge ancora più lontano, nella Russia rurale, povera e freddissima di inizio Novecento, in cui Majakovskij muove i primi passi, trasferendosi a Mosca dalla provinciale Georgia e cominciando la sua iniziazione a poeta rivoluzionario. Daniel Terranegra incarna un Majakovskij nostalgico, incline al ricordo autobiografico, alla provocazione, alla sfida verso tutti: Dio, il popolo, il potere, la borghesia, gli amici e i rivali, i futuristi, i “vecchi”. Un vomito di parole pronunciate spesso con rabbia e sarcasmo, oppure lette su una sedia a dondolo con ammiccante sornioneria.

La scena è costituita solo da luci posizionate in diversi punti del palco, una sedia a dondolo di legno, uno sgabello da cui Daniel Terranegra sorge a sorpresa all’inizio dello spettacolo, da sagoma informe, sulle note di un pianoforte suonato da Fabio D’Onofrio. Un contributo sonoro fondamentale, quello del pianoforte, che si inserisce nelle parole e nei versi come contrappunto, contraddizione, accompagnamento, scherno persino dell’interprete. Musiche che vanno dalla contaminazione tra jazz e musica classica, al più moderno minimalismo, come a comporre un’ipotetica colonna sonora al film biografico che Daniel Terranegra interpreta sulla scena.

Un’interpretazione fortemente sentita, che riesce bene soprattutto nei momenti di recitazione pura, quando è libero di muoversi sul palcoscenico, e che risulta più contenuta quando si tratta di leggere poesie. La sua recitazione non sconfina mai nell’autocelebrazione, ma è sempre al servizio del personaggio interpretato, con una passione che il pubblico coglie e premia con calore alla fine della rappresentazione. Un chiodo nel mio stivale riesce a proporre una figura come quella di Majakovskij a un pubblico contemporaneo, con uno spettacolo che ripercorre la sua volontà di “svecchiare” l’arte, la sua amicizia con compagni come Blok, Esenin, Pasternak, la sua fame di poesia e parole che erutta da lui con una violenza inaudita. Una figura, quella di Majakovskij, di cui si ha nostalgia in tempi come questi: ma il parallelismo con la nostra realtà attuale è lasciato al pubblico, che non viene in alcun modo “imboccato” sulla questione.

Una scelta che premia l’onestà intellettuale degli autori, Daniel Terranegra e Livia Filippi, che puntano sulla rappresentazione più che sulla “educazione” del pubblico. Le analogie, d’altronde, vengono da sé: l’Italia di oggi, come la Russia di ieri, è una nazione asservita al pensiero unico, fortemente bisognosa di una riorganizzazione delle coscienze politiche e sociali e di riscoprire la propria umanità. In questo senso, la goccia di Un chiodo nel mio stivale si perderà forse in un mare magnum di spettacoli che vanno in una direzione che piace ai molti. Ma Majakovskij anche dalla tomba chiama all’azione:

Tu che combatti per loro e muori, / quand’è che ti leverai in piedi / in tutta la tua statura / e lancerai sulla loro faccia / la tua ira profonda / in un grido: – Perché si combatte questa guerra?

Giulia Zennaro, 16/3/2019

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