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È il trionfo della romanità quello che viene rappresentato sul palcoscenico del teatro Bellini, quadretti di vita della Roma degli anni Cinquanta tra Pasolini e la commedia all’italiana. “Ragazzi di vita”, primo romanzo pasoliniano pubblicato nel 1955, viene adattato per la scena da Emanuele Trevi con la regia di Massimo Popolizio. Quella vita violenta, disperata, a tratti allegra, che caratterizza le borgate romane del Dopoguerra viene raccontata da Lino Guanciale, che in qualità di narratore unisce i vari racconti, e dai personaggi stessi che parlano di sé in terza persona e consentono così l’avanzamento della storia. Il Riccetto, Agnolo, il Begalone, Alvaro, Amerigo, sono i ragazzi di borgata che raccontano le proprie storie: tanta vita, troppa, quella che si esprime furiosa e senza sosta tra le strade del centro e poi giù fino alle periferie, in quei quartieri oggi inglobati nella città, e tra le campagne, il Tevere e i suoi affluenti. «Per noi la marana era come il Mississippi» avrebbe avuto modo di scrivere Pasolini a proposito di quell’affluente del Tevere, fiume che dà vita e morte, come nel caso di Genesio affogato nelle sue acque nell’ultimo episodio in scena. 

La drammaticità degli episodi narrati risulta sempre alleggerita dagli intervalli musicali: le musiche di Claudio Villa, intonate in coro dai giovani, rievocano l’allegria mista a disperazione del Dopoguerra, che tanto cinema neorealista andava raccontando in quegli anni – non stupisce, in questo senso, la proiezione cinematografica sul palcoscenico – e che si traduce nella vitalità mai spensierata di chi è costretto a procurarsi quotidianamente da vivere. I diciannove ragazzi pasoliniani si esprimono in un romanesco carnale e lirico, in quella invenzione verbale di gusto espressionista che Pasolini stesso definiva «una lingua inventata», che è la lingua delle borgate così come percepita dal narratore. Lino Guanciale, infatti, non si fonde con i ragazzi di cui racconta le storie, i suoi abiti sono borghesi, è osservatore e talvolta mediatore tra chi è in scena e chi ascolta. Proprio come Pasolini, che si era immerso totalmente in quelle borgate che non gli appartenevano, da spettatore, mantenendo quel distacco che gli ha permesso di raccontarle come pochi altri. A Roma Pasolini era giunto nel 1950, dopo l’allontanamento forzato dal Friuli della sua infanzia, insieme a sua madre. Emanuele Trevi ne ha saputo cogliere lo spirito e commenta: «questo straniero che li spia, che vede tutto, parla di Roma come se la sorvolasse. Ma non si accontenta di rimanere lassù, è attratto dal basso, dove brulicano le storie».

Di quella «periferia tagliata in lotti tutti uguali, assorbiti dal sole troppo caldo, tra cave abbandonate, rotti argini, tuguri, fabbrichette» – come avrebbe più tardi scritto Pasolini – Trevi sceglie alcuni episodi emblematici, che riconsegnino al pubblico la ferocia mista a tenerezza dei suoi protagonisti. Tra le buone prestazioni dell’intero cast spicca quella di Lorenzo Grilli, Er Riccetto, trait d’union tra i vari episodi, ben diretti da Massimo Popolizio. Lo spettacolo, già vincitore del Premio Ubu nel 2017, tra gli altri, convince nella sua coralità che fa rivivere una Roma che non esiste più, ma che continua ad affascinare, turbare e divertire quando rievocata.

Pasquale Pota 01-04-2019

Torna al Teatro Bellini di Napoli la rilettura di Tito Andronico e Giulio Cesare di Shakespeare operata da Michele Santeramo con regia di Gabriele Russo, nel primo caso, e da Fabrizio Sinisi con regia di Andrea De Rosa nel secondo. Due tragedie, o meglio un tentativo di tragedia e un’opera compiuta del Bardo, riportate in scena con l’intento di dimostrare la sua genialità e attualità quando si parla di potere, anche a distanza di cinque secoli. Il Tito Andronico è il primo tentativo di tragedia di Shakespeare, di gran lunga superato dalle opere successive. Il forte influsso senecano che caratterizza l’opera fa sì che l’orrore sovrasti irrimediabilmente il terrore in una catena di delitti raccapriccianti ed eccessivi, vera e propria rappresentazione splatter ante litteram, particolarmente apprezzata dagli spettatori del tempo. Non basta l’assassinio da parte di Tito del figlio minore della regina dei Goti Tamora: la donna, infatti, attua la sua vendetta tramite i suoi due figli, che uccidono il primogenito del generale e abusano di sua figlia Lavinia, lasciandola morente senza lingua e con le mani amputate. Con quegli stessi moncherini sanguinanti, poi, Lavinia traccerà nella sabbia i nomi dei suoi aggressori, che saranno a loro volta uccisi. Una catena di delitti infernale, che la riscrittura di Santeramo non manca di sottolineare con una certa ironia. La brama di potere, simboleggiata da una corona sospesa al centro del palco, è il motore trainante dell’opera, che si sofferma piuttosto sulle conseguenza del suo raggiungimento spesso brutale. Tito Giulio Cesare 1


Ed è proprio questo il tema di fondo che unisce la prima riscrittura shakespeariana a quella di Sinisi e De Rosa: il raggiungimento del potere, tema di fondo di tutte le histories del Bardo, è eviscerato attraverso le riflessioni di Bruto, Cassio e Casca, tre cospiratori dell’assassinio di Cesare. Il corpo del tiranno è posto al centro del palcoscenico, in attesa di essere sepolto da Antonio, che intanto si domanda cosa possa venire dopo Cesare. L’impianto scenico, ideato da Francesco Esposito, accomuna le due rappresentazioni con piccole modifiche. Le prime file della platea del Teatro Bellini risultano smantellate per far spazio ad un lungo palcoscenico che sembra voler inglobare il pubblico secondo quell’idea partecipativa del teatro elisabettiano, in cui gli spettatori più ricchi potevano occupare persino il palcoscenico. Un sistema di botole consente agli attori di sfruttare lo spazio sottostante il palco, mentre le quinte risultano quasi inutilizzate nel Tito Andronico, i cui attori occupano i lati dello spazio scenico in una sorta di coro che assiste e commenta ciò che vede. Assai discutibile appare invece la soluzione di Sinisi e De Rosa di mettere in musica la battaglia di Filippi nel finale del Giulio Cesare, una guerra che si immagina combattuta a colpi di bombe e gas letali per i nemici. Tito Giulio Cesare 2


Tito/Giulio Cesare nasce nell’ambito del progetto “Glob(e)al Shakespeare” presentato al Teatro Bellini nel giugno 2017 durante la decima edizione del Napoli Teatro Festival. In scena nel primo atto Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Fabrizio Ferracane, Martina Galletta; nel secondo, invece, Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini.

Pasquale Pota 26/03/2019

Che Toni Servillo fosse un esperto conoscitore del teatro era cosa nota, che sapesse anche parlarne per oltre 70 minuti catturando l’attenzione del pubblico, meno. “Elvira”, infatti, è una vera e propria lezione sul mestiere dell’attore e su cosa significhi realmente fare teatro. Lo spettacolo è basato sulle sette lezioni che Louis Jouvet – tra i più importanti esponenti del teatro francese del Novecento – tenne al Conservatoire National d’Art Dramatique, presso cui insegnava, alla sua allieva prediletta Claudia sul personaggio di Elvira nel quarto atto del “Don Giovanni” di Molière. Le lezioni furono stenografate dalla sua assistente Charlotte Delbo – poi deportata e sopravvissuta ad Auschwitz – tra il febbraio e il settembre del 1940, mentre Parigi veniva occupata dai nazisti. Le sette lezioni divennero uno spettacolo di grande successo già nel 1986, “Elvire Jouvet 40” di Brigitte Jaques-Wajeman, ripreso da Servillo nell’autunno del 2016 al Piccolo Teatro Grassi di Milano, che lasciò dopo un grande successo – 80 repliche – per approdare a Napoli e poi partire per una lunga tournée internazionale: tra le tappe anche quella parigina al Théâtre de l’Athénée, il teatro di Jouvet oggi a lui intitolato. Il ritorno dello spettacolo al Teatro Bellini di Napoli vede la traduzione del testo di Giuseppe Montesano ed un cast formato dallo stesso Servillo nel ruolo di Jouvet, affiancato da Petra Valentini nei panni di Claudia, e dai giovani Davide Cirri e Francesco Marino. Elvira Toni Servillo 3

Servillo si trova alle prese con uno spettacolo di successo, di cui firma anche la regia, portato in scena da Strehler già nel 1986, in quella che lui stesso definisce «un’esperienza che spinge il teatro ai confini della spiritualità». Le prove che la giovane attrice Claudia svolge per entrare nel personaggio di Elvira diventano dunque il pretesto per mostrare quella che è la creazione del personaggio e la stessa concezione di Jouvet del teatro, del quale è nota la distinzione tra acteur, il quale abita il personaggio con la sua personalità, e comédien, abitato da una infinità di personaggi da cui si lascia assorbire. «Per me il teatro è questo» scrisse Jouvet nel 1943 «una cosa dello spirito, un culto dello spirito. O degli spiriti». Le estenuanti ripetizioni del monologo di Elvira da parte dell’attrice Claudia non sono dunque volte alla ricerca di una perfezione, quanto piuttosto alla ricerca del «sentimento nelle parole», del senso profondo di ciò che si sta per mettere in scena. Se l’attore è «qualcuno che viene a consegnare un messaggio suo malgrado», come indicato da Servillo/Jouvet in scena, allora Claudia deve trovare Elvira dentro di sé, effettuare il procedimento inverso rispetto a quello che Servillo indica come tipico delle attrici di oggi, che non recitano più le parti di Ofelia o di Giulietta, ma se stesse in quelle parti. Elvira Toni Servillo 2

In “Elvira”, allora, il teatro si fa metateatro, racconto del teatro stesso, e dunque di per sé affascinante. Lo spazio del palcoscenico, quasi del tutto spoglio, si estende fino alle prime file della platea, da cui Servillo-Jouvet assiste alle prove di Claudia, interrompendo e consigliando. È lui stesso ad indicare le difficoltà di un testo del genere, spoglio di scenografie e musiche, in cui è solo la bravura e il sentimento dell’attrice ad essere centrale. L’atmosfera parigina degli anni Quaranta è rievocata dai costumi e dalle acconciature dei protagonisti e da una leggera musica che accompagna l’inizio e la fine della rappresentazione. Nel finale, poi, la musica lascia il posto all’annuncio radiofonico dell’occupazione nazista di Parigi, che pose fine alle lezioni di Jouvet e pone fine ora allo spettacolo.

Pasquale Pota 15-01-2019

«Vi piacerebbe essere svegliati durante un sogno?» chiede la voce che raccomanda di spegnere i cellulari ad inizio spettacolo, ma è quasi un incubo quello in cui si viene precipitati nei primi momenti della rappresentazione: luci bianche e blu piovono sul pubblico mentre tutti i personaggi corrono giù dal palco e una di loro – Ippolita – viene trainata su attraverso una corda. Il forte impatto visivo è completato dalle poche note da nenia che si trasformano in musica rock. È bene dirlo subito: le interpretazioni troppo ardite dell’opera di Shakespeare quasi mai risultano convincenti, e corrono spesso il rischio di perdere di vista il testo già di per sé perfetto. E invece, la rappresentazione pensata da Terza Generazione - Cantiere Teatrale Flegreo per la regia di Michele Schiano di Cola riesce a cogliere il senso dell’opera shakespeariana facendone emergere la sua vera natura: quella di commedia. È proprio il riso, infatti, in Sogno di una notte di mezza estate, a collegare il mondo umano a quello naturale e alle creature fantastiche che popolano la selva, oltre alla metamorfosi asinina subita da Bottom a causa di Puck, antica figura del folklore nordico, qui vero e proprio deus ex machina della storia. compagnia


Shakespeare dà ulteriore energia al versante comico dell’opera attraverso la recita messa su da Bottom e compagni per allietare le nozze di Teseo e Ippolita che fanno da sfondo agli avvenimenti. La messinscena di Cantiere Teatrale Flegreo pone particolare attenzione all’allestimento comico della Lamentevolissima commedia e la crudelissima morte di Piramo e Tisbe, che risulta la parte meglio architettata e riuscita dello spettacolo: perfetti Pako Ioffredo e Luigi Bignone nei panni dei comicissimi Piramo e Tisbe. La commedia, tra le più note di Shakespeare, presenta già nel titolo alcuni dei suoi elementi fondamentali: il sogno, lo stato tra realtà e irrealtà, la notte, ovvero il momento in cui tutto assume forme alterate, e il passaggio alla stagione estiva, accompagnato in numerose civiltà da riti connessi alla fertilità. Il bosco, poi, luogo del dionisiaco e dell’onirico è contrapposto alla corte, ovvero l’apollineo e la razionalità, due piani contrapposti della narrazione; terzo piano è proprio quello del racconto del mondo degli artigiani, dell’arte: l’intento di Shakespeare è quello di rappresentare uno spaccato sociale del tempo, quello dei mestieranti e attori, attraverso la pratica del play within the play cara agli elisabettiani. puck


L’allestimento è calato, secondo le dichiarazione dello stesso regista, in un contemporaneo non naturalistico e si domanda quale possa essere il significato oggi di fate e folletti, del bosco o del conflitto tra apollineo e dionisiaco. La difficoltà del comprendere lo scarto all’interno della rappresentazione diretta da Schiano di Cola sta proprio nella capacità del Bardo di trattare temi e argomenti che riguardano l’uomo elisabettiano quanto quello del XX secolo, tanto che alcune delle istanze poste dai personaggi shakespeariani sono valide ancora oggi. La messinscena del Cantiere Teatrale Flegreo gioca, poi, su alcuni capovolgimenti: il più evidente e riuscito, quello di un Puck in scena con bastone e occhiali da non vedente e privo di quella velocità e prontezza tipici del folletto shakespeariano. Nel finale, forse, la chiave di interpretazione più convincente dell’opera: Botton cerca di spiegare al pubblico il sogno che ha vissuto, il momento della sua trasformazione in asino, e non vi riesce: un sogno che supera ogni capacità per un uomo di poterlo raccontare.

Pasquale Pota 14/06/2018

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