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Attenzione

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Nato nel 2017 da un’idea di Gabriele Russo, in occasione del “Glob(e)al Shakespeare”, ed insignito del premio dall’Associazione Nazionale Critici di Teatro come miglior progetto speciale, Tito/Giulio Cesare ha debuttato a marzo al Teatro Bellini di Napoli, per poi andare in scena dal 7 al 12 maggio al Teatro Argentina di Roma. Lo spettacolo è strutturato in due atti distinti, ciascuno dei quali incentrato su una delle due figure storiche trattate e curato da un proprio drammaturgo e regista: il testo di Tito è stato scritto da Michele Santeramo per la regia di Gabriele Russo; Fabrizio Sinisi, invece, firma Giulio Cesare, per la regia di Andrea De Rosa.

Dopo anni lontano dalla patria e dalla famiglia, il generale Tito fa ritorno a casa. Marco Andronico, suo fratello, lo aspetta per annunciargli la nomina ad imperatore. Questo è il volere del popolo, a discapito dei principi Bastiano e Saturnino, legittimi eredi al trono. 811ebeb995a22870e562dc4cc35a49b1 XL
Tito, stanco di lotte decennali, rifiuta: desidera solo la normalità. Ma è una prospettiva irrealizzabile perché un nuovo campo di battaglia, il più decisivo e sanguinario, avrà luogo proprio all’interno delle mura di casa. Come trofeo di guerra, il generale ha portato con sé la regina del paese sconfitto, assieme ai figli e allo schiavo-amante. I figli di Tito chiedono vendetta a nome dei propri fratelli persi in battaglia, invocando la morte di uno dei prigionieri. A essere orrendamente trucidato sarà il figlio più piccolo, “il migliore perché quello con più futuro”: sarà la miccia di una inevitabile escalation di omicidi compiuti per vendetta, che porterà alla decimazione dei personaggi. Tito è, tra le opere Shakespeariane, la più cruenta: la volontà degli autori è porre lo spettatore di fronte ad una esasperante condizione di violenza. La scena dell’abuso di Lavinia e le varie esecuzioni sono caratterizzate da una fortissima componente splatter che sembra ribaltare la condizione del pubblico da semplice spettatore a complice passivo e silenzioso. Il colore rosso che timbra il corpo dei colpevoli è un espediente di forte impatto visivo che evoca il sangue versato in sacrificio. A scandire il ritmo della narrazione concorrono anche la musica, i costumi e le luci, in un alternarsi di pathos e amari sorrisi.

Giulio Cesare 1Fabrizio Sinisi opta per una lettura politica del testo shakespeariano, che è stato modificato in modo da ridurne il numero dei personaggi, preservando tuttavia i ruoli più adatti alla trasmissione del messaggio. È una trovata finalizzata ad una precisa riflessione sul ruolo dello Stato e delle figure che lo caratterizzano. Cesare perde la propria individualità per divenire l’immagine rappresentativa della res publica. Intanto Bruto, Cassio e Casca portano sulla scena tre visioni alternative del potere. Antonio, che fino a quel momento era rimasto sullo sfondo, ad evocare un ideale lavoro di sepoltura del corpo di Cesare, guadagna la scena, afferrando un radiomicrofono e rivolgendosi alla platea con atteggiamento da moderno entertainer. Si compie così un radicale cambio di tono dello spettacolo, che da epico assume contorni pop, nei quali riecheggia lo stile di Mario Martone, con cui De Rosa ha spesso collaborato.

Tito/Giulio Cesare costituisce un esperimento di riscrittura innovativa dell’opera classica, capace di rileggere in chiave contemporanea un testo classico ed universale, compiendo un’efficace analisi della società attuale e dei suoi risvolti socio-economici.

12/05/2019
Francesco Caselli, Federica Cucci, Lorenzo Ciofani, Valeria De Bacco, Silvia Piccoli, Noemi Riccitelli

Diretto e interpretato da Massimo Popolizio, "Un nemico del popolo" di Henrik Ibsen è andato in scena al Teatro Argentina dal 20 marzo al 28 aprile 2019, nella traduzione di Luigi Squarzina. Dramma ancora attuale che indaga i temi del potere, della corruzione e della responsabilità, è la storia del conflitto politico e morale tra due fratelli: il dottor Thomas, che scopre l’inquinamento delle acque termali della sua città, e il sindaco Peter Stockmann, che intende assecondare i sogni di benessere della maggioranza per salvaguardare i propri cinici interessi. Grande successo di pubblico, lo spettacolo ci è apparso talmente importante e problematico da meritare una riflessione approfondita, nella forma di un confronto tra posizioni antitetiche, l’una positiva e l’altra negativa, sulla drammaturgia, la regia, la recitazione e la messinscena.

Maria Paiato

Drammaturgia

Perché sì

Popolizio intercetta, con lucida introspezione e acuta ironia, la dirompente attualità di un testo di fine Ottocento, che mette in risalto i paradossi e le criticità del sistema democratico. Il tutto rendendo la narrazione immediata e accessibile a un pubblico eterogeneo.

Perché no

Nel riprendere l’ormai classica traduzione di Luigi Squarzina, l’opera di Popolizio mantiene una sostanziale fedeltà all’adattamento ma, attraverso alcuni discutibili tagli, finisce per sacrificare gli elementi politicamente più densi in favore di una eccessiva semplificazione. Tale scelta, dettata dal desiderio di attualizzare l’opera e di renderla più fruibile al grande pubblico, toglie complessità e profondità a uno dei passaggi fondamentali dello spettacolo, vale a dire il monologo del protagonista che si svolge durante l’assemblea popolare. Se l’intento era quello di rendere più agile il testo, sarebbe stato preferibile intervenire sulle parti precedenti, dove a volte il ritmo cala sensibilmente. Inoltre, se il ridimensionamento di certi personaggi marginali (tra cui i figli piccoli del protagonista) appare opportuno, Popolizio ne sviluppa un altro non molto convincente, Mister George, un menestrello afroamericano che riprende e amplia la figura dell’ubriaco che di tanto in tanto interviene nella scena dell’assemblea: questo personaggio, come in generale tutta la scelta di spostare l’ambientazione nel contesto rurale statunitense di inizio Novecento, denuncia il tentativo fin troppo didascalico di avvicinare i temi del testo di Ibsen al contesto sociopolitico contemporaneo.

Regia

Perché sì

La regia – curata dallo stesso Popolizio – organizza lo spazio attraverso una disposizione razionale e schematica, sia per gli elementi scenografici che per i movimenti adottati dagli interpreti, la cui prossemica evidenzia uno studio attento, approfondito, ricercato.

Perché no

La regia si contraddistingue per una propensione all’eccesso didascalico in ogni sua componente: dallo schematismo rigido dei movimenti dei personaggi in scena a una serie di trovate di comodo, come per esempio il ricorso all’audio registrato di una folla per dare l’impressione che la platea sia parte integrante dell’assemblea cittadina. Allo stesso modo risultano posticci e superflui gli inserti audiovisivi che inframmezzano i vari atti – al cui interno compaiono anche delle citazioni non necessarie dei brani musicali – e tra cui possiamo ricordare la sequenza che mostra i batteri visti al microscopio per rimandare all’inquinamento della sorgente termale.

Recitazione

Perché sì

Popolizio dimostra grande padronanza del palcoscenico: con poche e misurate espressioni del volto dà vita a un personaggio di grande spessore senza risultare banale e ripetitivo: la sua bocca può arricciasi in un ghigno o in un sorriso, lo sguardo può essere malvagio e, in un attimo, carico di onestà. Il ruolo del suo antagonista è interpretato da Maria Paiato, per la prima alle prese con un ruolo maschile: veste, infatti, i panni del sindaco Peter Stockmann con sorprendete naturalezza, senzarisultare mai caricaturale o stereotipata nella caratterizzazione del personaggio. Completano il cast Tommaso Cardarelli, Francesco Ciocchetti, Martin Chishimba, Dario Battaglia, Maria Laila Fernandez, Paolo Musio, Michele Nani, Francesco Bolo Rossini, Cosimo Frascella, Alessandro Minati, Duilio Paciello e Gabriele Zecchiaroli. I numerosi attori danno vita ad una recitazione corale di alto livello, la cui gerarchizzazione tematica comporta una caratterizzazione ben definita dei personaggi.

Perché no

Nonostante la buona resa del cast – tra cui spicca su tutti l’eccellente prova di Maria Paiato nella parte del sindaco –, la recitazione nel complesso esaspera i toni grotteschi del testo originale (forse influenzata dal modello di Ronconi, caro al regista) fino a toccare i limiti della parodia. Questi personaggi così interpretati ricordano più le caricature di Honoré Daumier che i personaggi duplici e sottilmente ambigui del dramma ibseniano. L’intento del regista era probabilmente quello di enfatizzare la decadenza e la falsità del gioco delle parti borghesi; tuttavia, in questo modo si finisce per appiattire gran parte della tensione drammatica svelando anzitempo la natura artefatta della morale dei personaggi e riducendo, a tratti, lo stesso protagonista a sterile caricatura di se stesso.

Massimo Popolizio e Maria PaiatoMessinscena

Perché sì

Marco Rossi, curatore della scene, ha effettuato la scelta di spostare l’azione in un luogo non specificato dei sud degli Stati Uniti è valorizzata da una messa in scena attenta e minuziosa. Tanto i costumi scuri ed austeri e la scenografia essenziale e versatile , quanto la colonna sonora blues, riescono a connotare efficacemente il contesto storico-sociale proposto da Popolizio. Le proiezioni video, da un lato riconducono alle sperimentazioni teatrali di fine anni ottanta, dall’altro alle più attuali tendenze di intermedialità della fruizione artistica anche in un teatro dalla struttura tradizionale. L’abbattimento della quarta parete, attraverso l’utilizzo di voci registrate, coinvolgono lo spettatore in prima persona dandogli l’impressione di esser chiamato in causa direttamente dagli attori.

Perché no

I costumi si rivelano adeguati alla resa del contesto borghese e della dialettica tra il singolo e una collettività chiusa e soffocante, in particolare per la scelta di privilegiare gli abiti scuri che a tratti rendono le figure che si muovono intorno al protagonista una sorta di grottesco coro. Ma, al contrario, il minimalismo scenografico risulta più funzionale ai cambi di scena che non ad aggiungere un senso ulteriore alla rappresentazione. Ancor meno convincenti appaiono i rimandi visual al tardo Far West americano e l’utilizzo di brani musicali country-blues che stonano con il resto della narrazione.

 

Perché sì a cura di Piero Baiamonte, Francesco Carrieri, Francesco Caselli, Valeria De Bacco, Maria Vittoria Guaraldi

Perché no a cura di Francesco Biselli, Emanuele Bucci, Lorenzo Ciofani, Federica Cucci, Silvia Piccoli, Noemi Riccitelli

3-5-2019

Enrico IV ,opera fondamentale del teatro di Luigi Pirandello, torna in scena adattata e diretta da Carlo Cecchi. Il nuovo allestimento è andato in scena al Teatro Argentina di Roma dal 12 al 24 Febbraio. Lo spettacolo è prodotto da Marche Teatro. Carlo Cecchi interpreta Enrico IV, Angelica Ippolito La Marchesa Matilde Spina, sua figlia Frida è interpretata da Chiara Mancuso, Remo Stella è nei panni del Marchese Carlo Di Nolli, il Barone Tito Belcredi ha il volto di Roberto Trifirò e il Dottor Dionisio Genoni quello di Gigio Morra. 

Un nobile del primo ‘900 prende parte a una cavalcata in costume nella quale impersona l’imperatore Enrico IV di Franconia; alla messa in scena prendono parte anche Matilde Spina, donna della quale è innamorato e il suo rivale in amore Belcredi. Quest’ultimo disarciona Enrico IV, il quale nella caduta batte la testa e si convince di essere realmente il personaggio storico che stava interpretando. La follia dell’uomo viene assecondata dai servitori che il nipote Di Nolli mette al suo servizio per alleviare le sue sofferenze. Dopo 12 anni Enrico guarisce e capisce che Belcredi l’ha disarcionato apposta per conquistare Matilde. Decide di fingersi ancora pazzo, di indossare una maschera per non vedere la realtà.
La scena è composta da una struttura girevole che rivela,a seconda della situazione, la finzione della cavalcata in costume e la realtà, ovvero la casa del nobile. Anche i costumi, il linguaggio e gli atteggiamenti traslano continuamente. Lo spostamento continuo rivela allo spettatore la macchina teatro dai copioni ai provini: il passaggio da persona a personaggio non è mai netto ma l’uno si stempera nell’altro come avviene nel film “Inland Empire- L’impero della mente” di David Lynch, film in cui Nikki Grace diventa Sue, l’attrice che interpreta nel film One night in blue Tomorrow senza mai una cesura netta. Lo spettacolo si configura come uno spettacolo nello spettacolo dove ognuno recita una parte e non si sa quale sia la vera faccia delle persone. La pazzia vera e poi finta di Enrico IV denota l’indossare una maschera per nascondere quello che si prova veramente, tema cardine della poetica di Pirandello. Molto spesso le persone deridono una vecchia signora imbellettata senza capire che lo fa per tenersi il marito molto più giovane di lei. Carlo Cecchi interpreta Enrico IV e si configura come un abile attore che sa giocare con un ruolo, modellandolo a suo piacimento togliendosi o indossando la corona e il mantello. Gli altri personaggi stanno ai suo gioco ma molte volte si illudono di aver capito e non sono abbastanza abili da vedere oltre. L’adattamento , nella sua essenzialità , mette in luce tutte le componenti dell’opera tenendo e dipanando i vari fili con grande abilità. Il ruolo di Enrico IV era stato scritto per Ruggero Ruggeri e dopo di lui tutti i grandi attori si sono cimentati in questo ruolo. In questa versione la sua parte è stata ridotta per realizzare un gioco d’insieme dando voce a tutti i personaggi.

La pazzia, l’arte e l’immaginazione avvengono dentro la cornice del teatro, unico vero protagonista , sin dalla prima scena dove un attore deve sostenere un provino fino all’ultima dove dopo l’omicidio di Belcredi Enrico IV esclama: “ Alzati su che domani abbiamo un’altra replica”, sintomo che ogni giorno indossiamo un maschera.
Lo spettacolo proseguirà il tour dal 6 al 10 Marzo al Teatro Massimo di Cagliari.

Maria Vittoria Guaraldi
25/02/2019

 

Maria Vittoria Guaraldi
25/02/2019

Turandot” è uno spettacolo andato in scena dal 7 al 10 febbraio al teatro Argentina di Roma. La regia è di Marco Plini con Xu Mengke che partecipa anche in veste di attore nel ruolo di Calaf. La drammaturgia è scritta da Xu Jiang. Gli attori sono della Compagnia Nazionale dell’Opera di Pechino. L’assistente alla regia è Thea Dellavalle. Le musiche originali sono composte da Luigi Ceccarelli, Alessandro Cipriani e Qiu Xiaobo. Lo spettacolo è stato prodotto dalla China National Peking Opera Company, da Emilia Romagna Teatro Fondazione- Teatro Nazionale, Teatro Metastasio di Prato. Gli altri interpreti sono Zhang Jiachun (Turandot), Liu Dake ( Timur), Wu Tong ( Liu), Ma Lei (Whang Ping), Whang Chao ( Ping), Nan Zikang ( Pong) , Wei Penygu ( Pang). 

La storia è la novella del principe Calaf e della celebre principessa che da donna assetata di vendetta si trasforma in donna innamorata. Un principe straniero si presenta alla corte della principessa Turandot intenzionato a risolvere gli enigmi pur sapendo che rischia la vita. Il principe li risolve tutti e da ultimo lancia una sfida alla sua amata: indovinare il suo nome. Alla fine il cuore di ghiaccio si scioglierà e Turandot capirà il significato dell’Amore anche attraverso il sacrificio di Liu. Turandot.jpg
La scenografia si compone di otto colonne mobili e da un telo di velluto verde steso sul palco che funge sia da interno che da esterno. Sul palco ci sono anche i musicisti che suonano rigorosamente dal vivo. La drammaturgia è molto diversa dalla celebre opera lirica: si tratta di una versione in prosa pennellata da intermezzi musicali cantati. Gli attori cantano e parlano in cinese, danzano e si esibiscono in numeri acrobatici.
I costumi estremamente elaborati e sfarzosi, il trucco, le musiche, l’abilità degli attori e la scena duttile ed evocativa contribuiscono a creare un’atmosfera di fiaba molto affascinante che trasporta subito lo spettatore nella lontana Cina, paese ricco di tradizioni e di storia. Gli attori dimostrano inoltre l’abilità di evocare le varie situazioni e i cambiamenti della storia utilizzando con maestria pochi oggetti di scena come lampade, le teste tagliate dei precedenti pretendenti e armi. Ci sono molti momenti drammatici anch’essi ben gestiti che ,nonostante la storia si conosca, tengono teso il filo della tensione.

Musicisti.jpgMarco Plini realizza una riuscita versione della celebre storia facendoci sperare che anche i cuori più duri si possono sciogliere: alla fine le colonne scompaiono, il passato è solo una sequenza di immagini in bianco e nero e i personaggi sono liberi e messi a nudo in una scena dove vediamo tutto, anche quello che si nasconde dietro le quinte del teatro. 

Maria Vittoria Guaraldi 12/02/2019

L’11 gennaio 2013 si spegneva a Roma Mariangela Melato, signora indiscussa del teatro, del cinema e della televisione italiana. L’8 aprile 2018, nel quinto anniversario dalla morte, il Teatro Argentina di Roma per una sera si è trasformato in una grande sala cinematografica per ospitare la proiezione del programma “Mariangela!”. Iniziativa fortemente voluta dalla sorella, Anna Melato, e da Renzo Arbore, fidanzato storico dell’attrice meneghina. Un’iniziativa che ha visto la mobilitazione non solo del Teatro Nazionale di Roma e della Rai, ma di numerosissime personalità del mondo dello spettacolo e del giornalismo, famigliari e amici. Tra il pubblico: Gabriele Lavia, Franca Leosini, la costumista e amica Bruna Parmesan.

A fare gli onori di casa è il direttore del Teatro di Roma, Antonio Calbi, che presenta la Melato accanto a Pina Bausch e Valentina Cortese, trittico di numi tutelari che popola le pareti del suo studio. Mariangela Melato e Renzo Arbore fonte Huffington PostLa definisce una “fabbrica di miele”, giocando sulla combinazione di cognome materno (Fabbrica) e paterno (Hönig, tedesco per “miele”), “un’operaia esigente con se stessa - prosegue - ma capace di dolcezza”. Ricorda, poi, l’omaggio alla Melato presentato nell’installazione site-specific di Mimmo Paladino in occasione dell’Interludio Valle. Il direttore di Rai Storia Giuseppe Giannotti, invece, ricorda che il filmato sarà trasmesso a fine aprile. La sorella, Anna Melato, confessa intenzioni e finalità del progetto: “continuare ad averla in memoria”. Renzo Arbore, il cui legame sentimentale con la Melato non è mai stato un mistero, interrotto a causa della partenza di lei per l’America ma recuperato negli ultimi anni, dichiara di volersi limitare ai ringraziamenti a Mariangela e a chi ha reso possibile il programma. “Sono in un’età in cui i sentimenti vengono fuori in maniera pericolosa”, confessa visibilmente commosso, “non riesco a parlarne ancora”. L’autore del programma, Fabrizio Corallo, non anticipa nulla e si affida ad una canzone di Gigliola Cinquetti per descrivere la coppia Arbore-Melato: “La gente ci segnava con il dito dicendo: Guarda la felicità!”.

Mariangela Melato El nost Milan Strehler locandinaMariangela Melato (Milano, 1941-Roma, 2013). La sua storia d’amore con il teatro nasce da un grande dolore, un eczema superato grazie ad un medico illuminato e ad un modello di scuola alternativo: a dieci anni inizia a costruire la sua personale filosofia esistenziale incentrata sulla credenza che il palcoscenico sia “luogo di guarigione” anche per una ragazza timida con “una voce di raganella in gola”. Debutta al Fossati di Milano, oggi Teatro Studio Melato inglobato al Piccolo. É poco più che ventenne quando lavoro al fianco di Dario Fo in “Settimo non rubare” (1963) e da lui apprende che il teatro è azione, la parola viene dopo. Anni dopo in un’intervista, Mariangela avrebbe confessato di fare teatro “perché mi piace la fisicità degli attori”. Nel 1967 è impegnata con la “Monaca di Monza” di Luchino Visconti; nel 1969 con l’“Orlando furioso” di Luca Ronconi, che furioso non lo sarebbe stato - ricorda Michele Placido, anch’egli nel cast – “se non ci fosse stata la voce di Mariangela Melato”. “A lei si poteva chiedere tutto, e questo ai registi piaceva”, commenta il critico teatrale Masolino d’Amico; Ronconi ad esempio “voleva qualcuno che si buttasse nel fuoco, e lei si buttava”. Con Ronconi tornerà a lavorare più avanti, con “L’affare Makropulos” (1993) e con “Quel che sapeva Maisie” (2002) esemplare l’uno per la sua interpretazione di una donna di 337 anni, l’altro per quello di una bambina tra i 6 e gli 11: ciò che non poteva l’anagrafe, poteva l’abile uso dell’espressività del corpo. Nel 1979 è la volta di Giorgio Strehler, che la dirige al Teatro Lirico in "El nost Milan":
Lo stesso 1969 che l’avrebbe consacrata a teatro, segna il suo debutto cinematografico in “Thomas e gli Indemoniati” di Pupi Avati, il quale ancora ricorda come fu solo merito della sua ostinazione inserirsi nel cast: dal canto suo, cercava un’attrice che si avvicinasse per fisicità e voce all’angelica Grace Kelly! Da quel momento cinema e teatro avrebbero proseguito a braccetto regalando interpretazioni tra le più diverse, grazie alla sua incredibile duttilità fisica e mimetica. Tra i registi con i quali ha lavorato si ricordino: Elio Petri, Lina Wertmüller, Enrico Vanzina, Mario Monicelli, Giancarlo Sepe, Elio de Capitani, Marco Sciaccaluga. Tra i colleghi con i quali ha calcato palcoscenici e set: Nino Manfredi, Gigi Proietti, Giancarlo Giannini, Eros Pagni, Adriano Celentano, Sonia Bergamasco, Isabella Ferrari, Sergio Rubini, Ennio Fantastichini, Alessandro Gassmann, Alessio Boni, Massimo Ranieri, Toni Servillo, Gabriele Lavia.
Ballava qualsiasi cosa, pur non essendo ballerina professionista. Lo aveva dimostrato subito con la partecipazione a “Canzonissima” condotto da Pippo Baudo (1972). Lo avrebbe continuato a dimostrare fino alla fine quando, a 66 anni, si cimenta nel one-woman-show “Sola me ne vo”, diretta da Giampiero Solari e coreografata da Luca Tommassini che ne parla come di un “arcobaleno di tutti gli stili che voleva fare”. E, infine, quel tumore che a 71 anni consuma la ragazza milanese dall’inesauribile ansia di vivere.

“Mariangela!”, condotto da Lella Costa, non è un programma come gli altri, perché Mariangela Melato non era un’attrice come le altre. Non è un semplice docu-film-intervista. É il sommo tributo ad un’artista nella lingua parlata dall’artista stessa, quella della scena e della cinepresa, del corpo e del ballo, del gesto e della voce. È un viaggio nella storia recente e gloriosa dello spettacolo dal secondo dopoguerra a oggi. La vita di Mariangela Melato scorre in 110 minuti di filmati e foto storiche, di interviste a lei e a chi l’ha conosciuta, nella vita o sulla scena. Che poi, a ripensarci, ogni distinzione è vana: per Mariangela il teatro era la vita. E qui rivive, magnetica e magica, leale e generosa, divertente e divertita, euforica ed energica, inarrestabile e vulcanica. Tante le testimonianze raccolte, e un’unica voce all’unisono nel riconoscerle talento e umanità: una macchina teatrale dal cuore grande.

Alessandra Pratesi 10/04/2018

ROMA - “Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi, Signori, davanti ad una donna”. Lo scrive William Shakespeare. Lo stesso che vergò con l'inchiostro “Chi dice donna dice danno”, ma questo è un altro discorso. Nessuna quota rosa da invocare. Qui parliamo di donne già emerse nell'ambito teatrale, attrici under 35 da segnalare, supportare.2reitherAntoniaTruppo
Il “Premio Virginia Reiter”, alla dodicesima edizione, nel ventunesimo anno (la prima fu nel '95; in principio era biennale), tra Modena e Roma, è dedicato alla memoria dell’attrice emiliana che ad inizio Novecento fu la prima a “fare ditta” in un mondo prettamente maschile come quello del palcoscenico. Contemporanea della Duse, fece tournée mondiali, ed era apprezzata per la voce. Il premio vuole valorizzare una giovane attrice italiana, un'attrice in ambito europeo, e un premio alla carriera. Il tutto declinato al femminile: “Essere donna è un compito terribilmente difficile, visto che consiste principalmente nell’avere a che fare con uomini” (Joseph Conrad).
Il "Premio come miglior attrice europea" è andato ad Antonia Truppo che evidentemente fa diventare oro tutto quello che tocca; dopo l'Ubu come attrice non protagonista con “Serata a Colono” con Carlo Cecchi, Premio “Maschera d'oro” come attrice emergente per “La dodicesima notte” sempre di Cecchi, e, dulcis in fundo, “David di Donatello” per “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il “Premio alla carriera” invece è andato a Paola Mannoni, attrice e doppiatrice dalla voce inconfondibile: “Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede tale coraggio, una sfida che non annoia mai” (Oriana Fallaci).
Le tre finaliste del Premio che sarà assegnato il 27 ottobre al Teatro Argentina di Roma (la giuria è composta dal presidente Sergio Zavoli, e da Gianfranco Capitta, “Il Manifesto”, Ennio Chiodi, Rai, Rodolfo Di Giammarco, “La Repubblica”, e Maria 3AnahiTraversiGrazia Gregori, “L'Unità”, mentre la direzione artistica è affidata a Laura Marinoni, la finale è al Teatro Argentina) sono Eugenia Costantini, Sara Putignano e Anahì Traversi. Un premio che negli anni ha visto trionfare da Manuela Mandracchia a Debora Zuin, da Maria Pilar Perez Aspa a Francesca Ciocchetti, da Anna Della Rosa a Caterina Simonelli, da Licia Lanera a Silvia Calderoni. Donne di sostanza e spessore, fuori e dentro la scena: “Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti”. (Ginger Rogers)
Tre attrici con tre percorsi, curriculum, background e scelte professionali molto differenti: Eugenia Costantini è figlia d'arte, di Laura Morante, e ha alle spalle corsi di teatro internazionali, in Francia sul metodo Lecoq e a New York, esperienze con Carlo Cecchi, su Shakespeare in versi, e nella serie “Boris”; Sara Putignano invece arriva dall'Accademia d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico" di Roma, passando per Nekrosius e Luca Ronconi, Paravidino, Cesare Lievi e Carmelo Rifici; infine Anahì Traversi proviene dalla scuola del Piccolo di Milano, dai laboratori diretti da Federico Tiezzi con una carriera divisa tra Italia e Svizzera: “Qualsiasi cosa facciano le donne devono farla due volte meglio degli uomini per essere apprezzate la metà. Per fortuna non è difficile” (Charlotte Witton, politico canadese).
Alla prima classificata andrà un gioiello disegnato da Daniela Izzi mentre il manifesto della rassegna è stato ideato da Andrea Marchi: gemma e locandina hanno un qualcosa che ricorda l'art4reitherPutignanoSara decò, immersi in figure geometriche spigolose gialle e nere e un tocco orientaleggiante. “In Italia abbiamo formidabili attrici ma pochissimi ruoli disponibili; – chiosa Caterina d'Amico, preside del Centro Sperimentale di Cinematografia – gli aspiranti attori sono numericamente più donne e, dal punto di vista qualitativo, le donne sono certamente e oggettivamente più brave. Questo premio deve servire per dire ai drammaturghi di oggi di dare più spazio alle attrici che sono tante, ma soprattutto sono bravissime”. In fondo rimaniamo sempre d'accordo con Oscar Wilde che diceva: “Date alle donne occasioni adeguate ed esse saranno capaci di tutto”.

Tommaso Chimenti 26/10/2016

Nelle foto, dall'alto: Eugenia Costantini, Antonia Truppo, Anahì Traversi, Sara Putignano

Il Premio è stato vinto da Sara Putignano.

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