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SIENA – Artemisia Gentileschi è sempre un personaggio d'attualità, portatrice, suo malgrado, della lotta impari nei secoli delle donne nei confronti dell'arroganza, della violenza e del sopruso dei maschi. Il regista Altero Borghi (abbiamo apprezzato in questi anni i suoi spettacoli all'interno della Casa circondariale di Siena con i detenuti) ne ha immaginato un ipotetico passaggio traghettato, metaforico e simbolico, in questo “Il viaggio di Artemisia” (prod. Sobborghi; in un Teatro dei Rozzi colmo), un momento privato che diventa confessione aperta e flusso di coscienza della pittrice verso e contro gli uomini che hanno affollato la sua vita, distruggendola, in special modo il padre Orazio e il suo aguzzino e bieco violentatore Agostino Tassi. Un viaggio dove i colori sul fondale la fanno da padrone con cambi cromatici che ci portano nella tavolozza del pittore per descrivere e delineare il mondo e i sentimenti della donna.artemisia-gentileschi-giuditta-oloferne.png

Artemisia (sempre utile e necessario parlarne), ed è questo il nodo focale del testo di Paola Presciuttini, si chiede a gran voce, e con malinconia e tristezza, se sia diventata famosa più per il processo che ha subito, in conseguenza dello stupro, che per le sue doti artistiche. E di questo se ne duole e si rammarica. Come a dire che una donna può essere finalmente riconosciuta nella propria professione e capacità e competenze soltanto se le accade qualcos'altro (di solito pruriginoso e licenzioso, oggi diremmo gossip) che esula dal suo mestiere e impegno. Ma è un cane che si morde la coda, senza soluzione. Artemisia (le presta corpo e voce Serena Cesarini Sforza; recitazione enfatica da rivedere e asciugare; gli altri attori sono: Claudio Ceccarelli, il padre; Ahmed Alshaafi - Castore; Silvano Borselli - Galileo Galilei; Marco Bonucci è il giudice; Lorenzo Vanni è Agostino Tassi; Abdallah Ateeya è il musico) rievoca, portandoli sul palco, gli uomini che l'hanno fatta soffrire, in primis il suo stupratore e in seconda battuta, ma forse in maniera ancora più angosciosa proprio perché imperdonabile visto il rapporto di sangue, il genitore che, questa la sua accusa, denuncia e accusa chi ha abusato della figlia solo per un contenzioso di merce e quadri sottratti mettendo ancor più alla gogna la dignità della ragazza (siamo agli inizi del 1600 e la ragazza promettente pittrice subisce violenza quando di anni ne ha diciotto).

Il-viaggio-di-Artemisia_prima-nazionale_6-marzo.jpgArtemisia (prossima replica il 12 marzo all'Affratellamento di Firenze) rimprovera il padre di averla lasciata sola, in qualche modo abbandonata, in questa battaglia, inscenata non tanto per l'onore della figlia ma quanto per quello del casato paterno, del cognome. Infatti dopo il processo, Orazio Gentileschi e il Tassi continueranno a frequentarsi, collaborare e lavorare insieme, e questo Artemisia proprio non lo può digerire. Artemisia rimane un'anima in pena, naufraga in questo mare di vessazioni, scombussolata, mai definitivamente emancipata né libera, ed è ancora una figura centrale, suo malgrado, del femminismo ante litteram, simbolo della violenza sulle donne in ogni epoca, ad ogni latitudine, emblema di un 8 marzo che troppo spesso si confonde con mimosa e spogliarellisti. Qui Artemisia (il progetto luci e video sono di Damiano Magliozzi) è descritta come progressista e votata e desiderosa di futuro, promotrice di un cambiamento culturale, di un avanzamento civile nei rapporti e nelle relazioni, sempre dubbiosa se le committenze che le arrivano sono in qualche modo riparatrici del torto subito o effettivamente riguardanti il suo talento.

Di scuola caravaggesca, Artemisia Gentileschi fu molto di più dello stupro subito; capolavori come Giuditta che decapita Oloferne o CleopatraArtemisia-Gentileschi-Giaele-e-Sisara-1620.-Museo-di-Belle-Arti-di-Budapest.jpg o ancora una Maddalena hanno fatto scuola e forse ricondurli a quell'evento negativo è riduttivo e limitativo. Nel testo poi il ruolo delle due levatrici che durante il processo constatarono e documentarono la situazione e le condizioni intime di Artemisia è stato sostituito con un uomo di chiesa lievemente grottesco. La Gentileschi che una volta lasciata Roma, per Firenze, Napoli e Londra, firmerà i propri lavori con Lomi, il cognome della madre, per interrompere i rapporti anche simbolici con il padre-padrone. Più che lo stupro il cardine di questo “Il viaggio di Artemisia” è l'interrogarsi sul mondo maschilista e sulla negazione del talento delle donne, sempre messe in un angolo, nell'ombra. Nelle “Vite” del Vasari infatti non è presente nemmeno una donna. Un tema ancora, purtroppo, attuale riacceso dal recente #metoo capitanato da Asia Argento. La tesi della Presciuttini e di Borghi è la costante, perenne ricerca di vendetta da parte della Gentileschi in tutta la sua vita e in tutta la sua opera, mentre nella realtà dei fatti le vittime vengono punite due volte, dai delinquenti e dall'opinione pubblica. Nell'incontro-incrocio tra l'arte e la biografia però sembra che l'artista, nel finale, abbia trovato pace e serenità; il suo monito-consiglio: “Nella vita e nella pittura resterà soltanto la luce”.

Tommaso Chimenti 10/03/2019

CASOLE D'ELSA – Forse a quella maestra in Veneto che nei giorni precedenti al Natale appena passato aveva sostituito la parola “Gesù” con “Perù” in una canzoncina per i bambini della sua classe elementare, un'operazione, più culturale che folcloristica, come il “Praesepium” di Casole d'Elsa, non sarebbe andata a genio. “Per non disturbare i bambini di fede islamica”, ci avrebbe detto. Noi, che crediamo più alla valorizzazione delle differenze che all'appiattimento e alla sottrazione delle specificità, abbiamo fatto un tuffo nel passato, abbiamo messo le lancette dell'orologio indietro di duemila giacintobambini light1anni, rimanendone felicemente meravigliati. Nel chilometro di strada, tra fuori le mura e il borgo d'acciottolato e stradine e saliscendi, negli oltre tre ettari di terreno utilizzato per questa ricostruzione il più fedele possibile ai documenti che ci sono pervenuti dell'epoca della Palestina di due millenni fa, l'ideatrice e regista di questa vera e propria “impresa”, l'illuminata imprenditrice Luciana Calamassi, assieme ai 380 figuranti, ai 60 tecnici ed a tutta l'unita comunità di Casole, è riuscita a ricreare, complice una cura dei dettagli maniacale e una precisione stilistica di grande fattura e alta qualità, un'atmosfera, un humus, un'immersione totale dentro la Storia, dentro la Natività.
lana light1Trenta le scene in una ideale Via dalle tante stazioni, aperte in giardini o piccole piazze come all'interno di botteghe, negozi o abitazioni, nel tentativo (riuscito) di un'apnea in un mondo rurale, contadino e rustico dove nacque il Bambin Gesù (che non abitava a Lima). Colpiscono le finiture, i particolari disseminati in questo lungo cammino, vivido ed emozionante, sicuramente sorprendente, la filologicità ammirevole come la dedizione di un'intera popolazione (tutti i figuranti sono di Casole, che conta 3.800 abitanti) che si è stretta nell'ottava edizione del Presepe Vivente negli ultimi venti anni. Nella precedente, era il 2015, 12.000 sono state le presenze per un evento che quest'anno ha avuto un budget di 70.000 euro, che non riceve alcun contributo e che si autofinanzia totalmente grazie allo sbigliettamento.
Quest'anno il salto di qualità: da “Presepe vivente”, come ce ne sono molti sparsi nell'intera penisola, a “Praesepium” si è passati dall'evento natalizio allo spettacolo itinerante, completo, complesso, sfaccettato: ogni sera (èPraesepivm 2017 andato in scena il 26, 30 dicembre e 1, 6 e 7 gennaio) il tutto è in divenire, il tutto è mutevole, all'interno di un canovaccio elastico, e la vita del borgo si sposta verso l'arrivo dei Re Magi che quest'anno monteranno tre cammelli prestati per l'occasione dal Circo Medrano. Sentire le musiche mediorientali, ammirare i mestieri e la manualità, le stoffe ricostruite alla perfezione con un grande sforzo sartoriale anche nell'invecchiamento dei tessuti, gli oltre cento animali, tra cavalli, pony, oche, galline, capre, pecore, conigli, gli immancabili classici bue e asinello, agnelli appena nati, i profumi, le essenze, gli incensi che profumano l'aria: un'esperienza a 360 gradi, che coinvolge tutti i sensi. Qui non c'è spazio per il kitsch, non siamo dentro una di quelle pacchiane ricostruzioni cariche di cliché fuori luogo (ad esempio “Il Divo Nerone”, il musical dell'estate scorsa sul Palatino a Roma) o peggio sature di elementi trash: ci sono le fiaccole e i fuochi vivi a riscaldare la natura, la frutta e la verdura sono fresche e cambiate ad ogni replica. Notevole lo sforzo anche di coprire tutti i segni di modernità, dalle porte alle grondaie, per rendere il viaggio più credibile e realistico possibile: un'avventura. Come impatto, colorato, fresco, frizzante, si potrebbe tracciare un “gemellaggio” artistico con “Mercantia” di Certaldo Alto. C'è stupore e sorpresa (a proposito è molto ricco il volume di un centinaio di pagine e fotografie a colori).
Praesepivm 2017 2Il fatto che tutte le energie in campo (tantissimi anche i bambini) fossero appartenenti ad abitanti del comune senese fa sì che si possano trovare delle analogie con esperienze toscane già strutturate nel tempo, dal Teatro Povero di Monticchiello alla Tovaglia a Quadri di Anghiari dove un intero paese si raccoglie attorno ad un'idea e, con sforzo creativo e sudore, artigianato e voglia di fare, mette in piedi un qualcosa di unico, partecipato, vissuto, generatore di ricordi, di legami, di passione, di vicinanza, solidarietà; insomma tutto quello che la politica non riesce più a dare. Chi lavora come casari, chi in tintoria alla coloritura della lana, chi fa il falegname, chi il panettiere, chi il ciabattino e tutti fanno veramente quel mestiere (tranne le lupanare, ovvero le prostitute, e i lebbrosi), interpretandolo realmente, immedesimandosi totalmente nel loro personaggio (manca il Bambinello, però). Il pubblico è un voyeur che si affaccia in una crepa apertasi in questa dimensione spazio-temporale; infatti non esiste interazione tra platea in cammino e attori. Siamo come invitati fortunati a partecipare, per il tempo di questo “viaggio” dentro i secoli, ci sentiamo danteschi, alla scoperta affascinante della vita dei millenni passati fino ad arrivare all'ultimo step, quella “Capannuccia” prima di essere “risputati” nell'attualità, nel nostro nuovo 2018. Una prova davvero riuscita che potrà essere migliorata tentando di eliminare ogni fonte di corrente elettrica, oppure provando ad usare i sesterzi, cambiando all'entrata gli euro con monete coniate per l'occasione. Se vi siete persi il “Praesepium” di Casole però c'è un'altra occasione, in questo caso estiva, creata e messa in piedi dallo stesso team guidato dalla signora Calamassi, e dagli abitanti del paese: il “Borgo Nero” a luglio dove tra teschi, tunnel, cavalieri in processione e uomini incappucciati si potranno rivivere, ovattati, i secoli bui dell'Inquisizione, comprese le purtroppo celebri pire usate per “purificare” le streghe.

Visto a Casole d’Elsa, il 1 gennaio 2018

Tommaso Chimenti 03/01/2018

SIENA – “Ciò che non hai mai visto lo trovi dove non sei mai stato” (Proverbio africano).
“Il vero domicilio dell’uomo non è una casa ma la strada, e la vita stessa è un viaggio da fare a piedi” (Bruce Chatwin).

Che cos'è in definitiva il viaggio? E' un cambiamento di status, è ricerca, è voglia di vedere, conoscere, andare. Praticamente è la colonna portante, lo scheletro di ogni animale, dell'uomo certamente. Spostarsi un po' più in là,vian1 vedere altri panorami non tanto per la bellezza della vista quanto per quell'intimo desiderio di scoprire, curiosi come bambini, che cosa si muova dietro la siepe, come albeggi dietro l'angolo. Il nuovo come primo passo di un futuro migliore, abitare nuovi spazi, o soltanto attraversarli, per cercare quel posto al sole, quel pezzetto di pace o paradiso, quella dose di tranquillità e serenità, che ogni essere, ogni creatura va cercando. Il viaggio, che sia metaforico o reale, simbolico o tangibile, è questo: siamo noi verso ciò che saremo perché se è vero che “chi si ferma è perduto” è altrettanto vero che il viaggio, per quanto duro e faticoso possa essere, porta sempre con sé, come dono e conquista, finestre spalancate e nuova luce su noi stessi, sulle nostre capacità, su chi siamo veramente, nel profondo. Il viaggio è la vita, è il percorso per essere persone e uomini, per portare conoscenza e sapienza attraverso l'incontro. Il viaggio è, per forza di cose, generoso, è uno scambio osmotico tra chi arriva e chi c'era.
“Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove” (Pino Cacucci).
Questo il pensiero di fondo che ha spinto prima, e legato poi, il composito lavoro, il mosaico paziente del regista Altero Borghi (qui abbiamo già recensito il suo recente “Ho sognato un mondo nuovo” all'interno della Casa Circondariale di Siena: http://www.recensito.net/teatro/ho-sognato-un-mondo-nuovo-altero-borghi-carcere-siena.html) che, in questo vaudeville, in questa serie di scene e quadri, ha proposto le varie sfaccettature del complesso caleidoscopio, delle mille coniugazioni e declinazioni del viaggio. “I viandanti” (visto al Teatro dei Rozzi senese il 29 marzo), questo il titolo profetico, attualissimo, anche biblico e spirituale, siamo tutti noi nella nostra piccola esistenza su vian3questa terra, qualunque sia il nostro pensiero, religioso o ateo, al riguardo. Con la sua compagnia (con un gioco di parole, enfatico e pregnante per chi lavora da oltre venti anni nel sociale, si chiama “Poveri ma alteri”, dal nome del regista appunto, e la sua associazione “Sobborghi”, dal cognome e dalla marginalità dei temi toccati e affrontati), mista tra attori e detenuti (capaci Giuseppe A. e Giuseppe P.), che lo stesso Borghi (qui anche in scena) allena e alleva con i suoi intensi laboratori scenici e di recitazione, il viaggio diventa cartina di tornasole di un momento storico complesso fatto da mille rivoli contrastanti, un mix feroce dove stanno sullo stesso piano la miseria e la solidarietà, la comprensione dell'altro e la paura che porta alla chiusura, la povertà e la ricerca di un posto migliore per se stessi e per la propria famiglia.
“Non si fa un viaggio. Il viaggio ci fa e ci disfa, il viaggio ci inventa” (David Le Breton).
I viandanti erano i monaci che portavano la fede e il Verbo, secondo il loro credo, i viandanti battono i cammini sterrati e impervi, le strade bianche dell'anima, quelle irte e curve, quelle in salita dove non bastano buone calzature ma occorre forza di volontà e spirito di sacrificio. L'andare non è la strada percorsa ma la spinta interiore a mettere un passo dopo l'altro. Come diceva Lao Tzu “Un grande viaggio comincia con il primo passo”, inizia con la voglia di cambiamento, con il desiderio di essere altro rispetto all'oggi, a quello che fino a quel momento siamo stati. E il passo del viandante è per forza stanco e caracollante, non sa bene la direzione né che cosa troverà, né se troverà amore o odio al suo arrivo, o se il suo arrivo sarà sempre spostato senza posa, senza resa, senza riposo. “Chi va non è mai la stessa persona che è partita” (Proverbio cinese). I viandanti sono attraversatori, sono linee luminose, strisce che segmentano una città, un quartiere, ma anche un tempo, sono gli occhi di quel presente, occhi esterni che non giudicano ma vedono, bene e chiaramente, chi siamo e dove stiamo andando. I viandanti sono per loro natura senza pregiudizi, hanno bisogno di tutto ma hanno lavian2 dignità e la fierezza del passo, del camminamento. Le loro armi sono le gambe, i passi infiniti per inerzia a rincorrersi, a cercare l'ombra, polpacci e tendini, alluci e caviglie, ginocchia e anche. I viandanti non li puoi fermare proprio per questo, sono incontrollabili, non fanno del male a nessuno, vanno come se avessero dentro un radar o il sonar dei delfini, vanno perché lo star fermi, per loro, equivale alla morte. Non possono attendere. Il viandante porta con sé la sofferenza e la tristezza dell'aver dovuto abbandonare casa propria, ma anche la ricchezza che tutto il mondo può diventare casa propria. Il viandante elimina la paura dell'altro con l'apertura verso l'altro.
“Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina” (Agostino d’Ippona). In questo mondo di scatole di cartone, la scena che ci aspetta, cubi vuoti e fragili come le nostre Torri di Babele arroganti, come torri gemelle che cadono, un mondo che sembra stabile e solido ma poi, al minimo soffio di vento, cede e crolla, si sfascia e si accartoccia, il viandante è mistero, perché non sottostà alle leggi occidentali e consumistiche, e tragedia, perché non ha le comodità, le sovrastrutture inutili create e alimentate e foraggiate dall'uomo contemporaneo. Le scatole sono le nostre certezze vane, cataste senza fondamenta, colossi dai piedi d'argilla. “E' ben difficile, in geografia come in morale, capire il mondo senza uscire di casa propria” (Voltaire). Sono viandanti i ragazzi africani che, con il loro tamburo che scandisce il ritmo della vita e il battito del cuore, attraversano continenti per cercare un posto dove non si combatta, dove non si muore, dove non si spara, dove ci sia pane, il viandante è come la rondine di vian4Mario Luzi (Andrea Amos Niccolini) nel suo vorticare frenetico, nella sua inquietudine di non trovare un posto giusto, condannato alla libertà, costretto all'andare, fagotto sulle spalle, pochi oggetti nella sacca ma infinite immagini nelle retine e milioni di ricordi e facce e sorrisi e lacrime. Il viandante cammina per trovare la pace fin quando non capisce che il suo riposo è proprio il camminare e che il viaggio non sta nella meta ma proprio nel viaggio, che non esiste meta, che il fine ultimo è questo grande cammino senza soluzione che si chiama vita.
“Andare avanti, inseguire l’assenza di avere un fine e dell’ansia di raggiungerlo” (Fernando Pessoa). Viandante è stata Artemisia Gentileschi (Serena Cesarini Sforza) con la sua indomita voglia non di chiudersi ma di lottare per un mondo dove essere donna non fosse un danno o una diminutio. Viandante è chiunque decida di non sottostare e di non zittirsi, di non silenziarsi (Paola Lambardi, Eva Pratesi), il viandante cerca sempre la verità proprio perché pungolato dalla sua incapacità di stare comodo. Il viandante è ricercatore e cantore di storie, è perennemente kerouckiano on the road, viandante per eccellenza è Ulisse o ancor meglio Don Chisciotte, matto o sognatore che sia, che il viaggio, anche se mentale (o in cyclette – Niccolò Marzi - o virtuale), è un dono da dover essere esplorato e scartato. Perché “non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando”, lasciandoci il libero arbitrio del nostro destino nel grande libro bianco che scriviamo ogni giorno. Il viandante ci sembra un'anima in pena che vaga quando, forse, lo siamo noi nel nostro restare, rimanere, come l'orchestra del Titanic, continuando a suonare pur accorgendoci che la barca sta affondando.

“Viaggiando alla scoperta dei paesi troverai il continente in te stesso” (Proverbio indiano).
“Avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è la vita” (Jack Kerouac).

Tommaso Chimenti 31/03/2017

SIENA – “Si dice che non si conosce veramente una nazione finché non si sia stati nelle sue galere. Una nazione dovrebbe essere giudicata da come tratta non i cittadini più prestigiosi ma i cittadini più umili” (Nelson Mandela).
Molto spesso si crede che il teatro in carcere in Italia sia solo ed esclusivamente quello all'interno della Fortezza a Volterra. Che faccia rima con Punzo e soci. O con i Fratelli Taviani. Invece, a livello nazionale, molte compagnie sono state artefici di eventi e manifestazioni, di creatività significative dai pionieri Alfonso Santagata e Claudio Morganti a Lodi al Tam a Padova, dal Ticvin a San Vittore fino a Vannuccini a Rebibbia. Ma soprattutto nella realtà toscana (Gianfranco Pedullà a Pistoia e Arezzo, i Metropopolare a Prato, Elisa Taddei e i Krill a Sollicciano), è tutto, fortunatamente, un fiorire di esperienze di laboratori pedagogici e didattica teatrale dentro le mura anguste e claustrofobiche delle case circondariali come dei penitenziari. Basta non avere la pretesa attoriale e artistica ma istruttiva e didattica, basta non avere la presunzione di creare un teatro stabile. Empoli, Firenze, Livorno, Lucca, hosognato2Massa Marittima, Montelupo Fiorentino, Pisa, Pistoia, Pontremoli, Prato, San Gimignano, Siena, Volterra, Isola d'Elba; in ognuna di queste strutture professionisti e volontari portano la loro esperienza scenica a chi, forse, il teatro non ha mai avuto la possibilità né di vederlo né tanto meno di poterlo fare (per info: teatrocarcere.it).
“Colui che apre la porta di una scuola, chiude una prigione” (Victor Hugo).
Ed ecco questo incrocio elettrico ed elettrizzante con i detenuti, con le loro storie di sofferenza, emarginazione, disagio e degrado, che portano sulla scena parole millenarie oppure racconti tratti dalle proprie esistenze in una catarsi, un osmosi, un dare e ricevere con la platea, uno scambio che ci fa sentire vicini a chi ha sbagliato, molte volte per mancanza di possibilità di scelta e opportunità, per ignoranza e analfabetismo, e che ci fa dire: “Potevo esserci io al suo posto”. Non si tratta di buonismo. Molti detenuti, grazie al teatro, imparano a leggere e a scrivere, a esprimere le proprie emozioni, a tirarle fuori senza quella rabbia distruttiva e autolesionista che li ha affossati e li ha spinti proprio dove stanno adesso. Siamo stati spettatori e testimoni della pièce che il regista Altero Borghi (da ventidue anni docente all'interno di vari penitenziari: diciassette a San Gimignano, poi Siena e recentemente anche Grosseto e Massa Marittima) ha cucito (insieme a Serena Cesarini Sforza, suo l’intenso monologo sulla violenza alle donne) con le testimonianze di una dozzina di detenuti della Casa circondariale di Siena.
“Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni” (Fëdor Dostoevskij).
hosognato3Il titolo “Ho sognato un mondo nuovo” (Associazione Sobborghi Onlus; nuove repliche il 10 e il 31 marzo) porta con sé una patina di speranza, ha un sapore di futuro, contiene un profumo di un domani da prendere, vedere, sentire, toccare una volta fuori dalle sbarre, lontano dai chiavistelli che ti si chiudono dietro ad ogni passaggio, delle serrature che schioccano. Tutti abbiamo diritto a sognare un mondo nuovo, soprattutto chi è qua dentro, recluso. Inevitabilmente c'è del naif, si respira dell'ingenuità ma anche quella leggerezza e quella purezza d'intenti che porta gioia attraverso la semplicità. Siamo in un bar, una sorta di “Classe morta”, dove l'orologio si è bloccato da tempo immemore (come queste vite sospese in attesa della fine della pena) e i clienti dormono di un sonno stanco (bella presenza scenica Giuseppe P.), rassegnato, senza forza né volontà, zombie in letargo. Ma l'arte porta con sé la libertà, il sogno fa uscire dalla gabbia con la mente. Come delle epifanie, delle apparizioni salvifiche si materializzano sul palco dodici storie che, tra autoironia (“Siamo V.I.P.: Viviamo In Prigione”) e riflessioni amare e scanzonate, ci parlano, metaforicamente, di Terra Promessa (il mondo che sta là fuori, che hanno perso, che si sono lasciati sfuggire e soffiare e che adesso stanno, giorno dopo giorno, riconquistandosi), di storie di clandestinità, dell'Anno che verrà, della voglia di riscossa e rivincita che rilascia nell'aria la potenza di David Bowie, quel desiderio feroce di ripartire, di mettersi alle spalle i brutti momenti, risalire la china, rialzarsi dopo una rovinosa caduta agli inferi.
“Negli Stati Uniti spendiamo quarantamila dollari per mantenere ogni detenuto e ottomila per l’istruzione di ogni alunno delle elementari” (John Grisham).hosognato1
C'è chi sogna un “Perfect Day” alla Lou Reed (bella fluidità di parola Stefano A.), perché non può fare altrimenti, c'è chi invece non sogna più (l'uomo “morettiano” pessimista che passa e se ne va scuotendo la testa) perché sente di non poterselo permettere, di non esserne degno, c'è chi sogna di essere un lupo nella foresta, pieno di fierezza e dignità, c'è chi sogna “il mondo che vorrei”, c'è chi legge la lettera inviatagli dalla propria figlia, c'è chi ha un sogno come il ragazzo africano che attacca un “I have a dream” che detto qui dentro ha ancora più senso e densità. C'è l'anziano detenuto che attacca le banche come simbolo del capitalismo e dell'assurda follia dell'avere, del possedere i soldi per poter comprare beni, c'è il ragazzo cresciuto per strada che rappa il suo amore per la giovane donna che lo sta aspettando a casa. I ricordi e le confessioni (Giuseppe A. ben dosa sarcasmo e durezza) si miscelano alle promesse e ai buoni propositi.
Per coloro che, nel nostro mondo là fuori, sono depressi e si lasciano andare, un giro ogni tanto in un penitenziario (o in un ospedale) potrebbe essere un toccasana per apprezzare quello che diamo per scontato: una camminata quando c'è il sole, un bacio, una carezza, un abbraccio, una risata all'aria aperta. La maggior parte di loro non saprà recitare così bene (la recitazione è assimilabile ad esperienze teatrali popolari e apprezzate come il Teatro Povero di Monticchiello o la Tovaglia a Quadri di Anghiari), non faranno gli attori professionisti una volta usciti da qua (non è questo l'intento e il fine ultimo), ma l'umanità che esprimono è qualcosa di imparagonabile, di tangibile, di felice. Anche con poco, si può fare molto, moltissimo. Questi ragazzi, questi uomini, insieme ad Altero Borghi, ce l'hanno dimostrato. Il teatro in carcere può recuperare coscienze e salvare vite con il play: il gioco del teatro. “Sono la più forte contraddizione delle sbarre, i libri. Al prigioniero steso sulla branda spalancano il soffitto” (Erri De Luca).

Tommaso Chimenti 01/03/2017

SIENA – A Siena confliggono due anime, quella dei turisti con i loro obbiettivi e gelati e cappellini e scarpe da ginnastica colorate, e quella antica delle contrade. Mattoni rossi e tradizioni in mezzo a tante pizzerie e kebab sorti negli ultimi anni in un mangia mangia ad ogni angolo, di cestini stracolmi e mani a scattare e nessuno che chiede più alcuna notizia o informazione sul Monte dei Paschi. Tutto messo a tacere. Il tempo è galantuomo solo per alcuni. Ogni tanto una bandiera, un foulard, un accenno acceso a qualche animale fantastico e fantasioso e mitologico e la Piazza del Campo come polo attrattivo che tutti ci spinge e ci attira ai suoi piedi in discesa. Le finali del premio “In-Box” quest'anno si sono svolte a casa degli Straligut, la compagnia senese che ha ideato il progetto. Da tre anni la fase conclusiva viene aperta al pubblico: è successo nel '14 a Firenze al Cantiere Florida, lo scorso anno dagli Scarti a La Spezia, quest'anno dislocati tra il Teatro dei Rozzi e il non agevole, geograficamente e soprattutto come visuale coperta da vetri alti e spessi che occludevano il palco, Auditorium della Casa dell'Ambiente, bello esteticamente ma assolutamente non funzionale per il teatro.astorritintinelli
Ai sei spettacoli finalisti, l'organizzazione ha aggiunto tre spettacoli di alcune compagnie che nelle scorse edizioni avevano ben figurato: gli Zaches con “Il Minotauro”, i Lab 121 (vincitori 2015) con “L'insonne” e i Vico Quarto Mazzini con il debutto di “Little Europa”. Tra i sei, lo spettacolo vincitore dell'edizione '16, e quindi che avrà la possibilità di effettuare più repliche, a cachet fisso e garantito, tra i 46 soggetti gestori di teatri, è stato “Gianni” di Caroline Baglioni con 19 repliche ottenute, “I giganti della montagna - Atto III” di Principio Attivo, 9 repliche, così come “Come un granello di sabbia - Giuseppe Gulotta”, Compagnia Mana Chuma Teatro, mentre “Il sogno dell’arrostito" di Astorri Tintinelli (4 repliche), “Luna Park - Do you want a cracker?” de Leviedelfool (2 repliche), “L'inferno e la fanciulla” della Piccola Compagnia Dammacco (1 replica).

In questa occasione parleremo delle piece di Vico Quarto Mazzini e degli Astorri Tintinelli. Il quadro generale non è tra i migliori, non è rassicurante il panorama. Partiamo dagli AT nei quali, a distanza di anni da quel “Titanic” che già vinse In Box '11 (perché hanno potuto ripartecipare?), riscontriamo gli stessi cliché e stilemi che già non ci convinsero allora. Anche questo “Il sogno dell'arrostito” parte bene, veleggia sicuro, per poi affondare poco dopo, al largo, in assenza di un pensiero al quale si possa dare l'etichetta di drammaturgia. L'idea di arrostitofondo sembra esserci, è lo sviluppo che si affossa presto e velocemente e i quadri danno la sensazione del mosaico a tavolino, del lavoro per accumulo e somma dove i guizzi e le aperture si riscontrano difficilmente e con grande fatica si procede verso l'approdo. Gli oggetti anche qui la fanno da padrone (tanti, troppi, offuscanti, abbondantemente inutili), come se la drammaturgia scaturisse dalla necessità forzata di appigliarsi, di chiedere aiuto ad arnesi vari e attrezzi artigianali che inondano la scena.
Non eravamo partiti affatto male, anzi. Mentre il lui di questo duo stralunato e beckettiano leggeva da un foglietto le varie azioni-istruzioni da compiere, lei (visivamente si incastrano fisicamente a meraviglia, lui grosso come Bruto, lei smilza come Olivia) le metteva in atto. L'assurdo prendeva la platea tra sogno e frasi poetiche e la voce di Astorri che sottolineava caldo e il corpo della Tintinelli a creare delicatezza e armonia. Sgualciti e clochard, carbonari e nascosti come appartenenti ad una setta vessata, sembravano essere in una dimensione futura (“Siamo 12 miliardi di persone”) dove, presumibilmente dopo il terzo conflitto mondiale, la tecnologia era regredita ad una sorta di pre-rivoluzione industriale. Sono operai di una ditta dai rumori gutturali (insopportabili e disturbanti, eccessivi, acuti, fastidiosi) e vengono alla mente le battaglie sindacali e i partigiani, Chaplin e Marx: “Qui si onorano i morti per mortificare i vivi”. Renzi e il suo Job's Act erano velatamente chiamati in causa. Dopo quest'inizio accattivante e pieno di senso, qualcosa s'inceppa, nei megafoni, nei suoni molesti e smodati di una gag sommata all'altra senza un vero filo conduttore, perdendo la linea, il fulcro del discorso, il centro dell'idea iniziale.

Ai VQM ci si avvicinava con attesa dopo l'“Amleto fx” che aveva persuaso e trascinato i più, anche se poi c'erano stati i “Sei personaggi” a far ricredere molti. Prendendo spunto da Ibsen, (“Il piccolo Eyolf”, 1894) questo loro “Little Europa” travisa, travalica, tradisce, metaforizza il discorso ibseniano che era portato più alla responsabilità individuale che alle vicende transnazionali alle quali sembra, forzando la mano palesemente, far riferimento il gruppo pugliese. Più performance che prosa con pochissimi dialoghi e soprattutto una voce fuori campo invasiva che tutto spiega. La tesi di fondo è che nazioni diverse e totalmente dissimili si siano messe insieme creando un mostro, un colosso dai piedi d'argilla dal nome Europa. Qui un italiano e una scandinava, in un interno hopperiano VicoQuartoMazziniscenograficamente impegnativo, tra infinite urla e grida e latrati, hanno generato un essere deforme (Gabriele Paolocà che sembra improvvisamente perdere le doti energetiche emerse nell'Amleto, qui con imbarazzo recluso dentro un infagottante costume carnevalesco kafkiano che ci ha ricordato Chernobyl), con bitorzoli tumorali repellenti, un ammasso informe disgustoso e inguardabile. Il tema è assolutamente politico e si teorizza che i problemi dell'Europa attuale derivino dall'Europa stessa facendo un esercizio di negazionismo rispetto a tutto quello che gira attorno al Vecchio Continente, non considerando la storia del dopoguerra, annullando e non prendendo in considerazione gli eventi epocali e mondiali che ultimamente hanno sconvolto l'Occidente.
Dire che l'Europa affonda per colpa dell'Europa stessa è non vedere la trave nell'occhio sottolineando la pagliuzza. Certo l'Impero Romano fu affossato prima negli ozi poi, o di conseguenza, per l'arrivo delle popolazioni barbare del nord. Quello che sta accadendo anche ai nostri vecchi e stanchi popoli immersi nei diritti e nel benessere. Non inserire nel contesto e in questo disegno la crisi economica, l'11 settembre, le guerre in Iraq e Afghanistan, la caduta di Saddam e Gheddafi, la crescita esponenziale demografica e in termini di Pil di Paesi come India, Brasile e soprattutto Cina, la Primavera araba e la Rivoluzione Verde, Al Qaeda e l'Isis, per concludere con la guerra in Siria e l'arrivo di milioni di africani sulle nostre coste, è quantomeno semplicistico.
L'Europa, al contrario dell'indesiderato e non voluto bambino Europa, fu una scelta consapevole nel fronteggiare, soprattutto con la moneta unica, il dollaro statunitense a livello commerciale. Tutto da allora è cambiato, la bilancia finanziaria si è spostata e l'Europa vira verso il tracollo a causa del suo poco decisionismo, del suo lassismo, del suo poco nerbo nel fronteggiare le crisi, nell'accoglienza (vedi i fatti di Parigi e Bruxelles e prima ancora di Londra) di chi vuole mettere in dubbio il nostro stile di vita fondato su valori come libertà e laicismo. E' il perbenismo, il benpensantismo e questo cattocomunismo diffuso che ci affosserà. Se qui l'italiano (Michele Altamura) abbandona il figlio volontariamente, avuto con la svedese (Gemma Carbone, imbrigliata in un ruolo di contenimento non riesce ad emergere), nella cruda realtà i figli dell'Italia abbandonano la propria terra perché il ventennio berlusconiano ha affossato scuola e università (creare un popolo di tv dipendenti è mossa politica che si traduce in consenso o in astensionismo) non competitive a livello globale. Europa fu sedotta con l'inganno, e violentata, da Zeus che prese le sembianze di un toro, la cui testa riprodotta è appesa alle pareti di questa casa nordica. Toro che è anche simbolo di fertilità e prosperità economica (il toro davanti alla Borsa di Wall Street). L'Europa è un mostro perché il mondo è mostruoso. Il senso di colpa sulla nostra incapacità di generare bellezza oltre ad essere astorico è anche fondato su falsi miti esterofili.

Ci sono tre principali gruppi di uomini: selvaggi, barbari inciviliti, europei”. (Novalis)
Noi italiani siamo il cuore d’Europa, ed il cuore non sarà mai né il braccio né la testa: ecco la nostra grandezza e la nostra miseria”. (Leo Longanesi)
L’Europa non è un luogo, ma un’idea”. (Bernard-Henri Lévy)

Tommaso Chimenti 23/05/2016

Foto di copertina ("Gianni"): Cristiano Proia 

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