Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Non c’è forse luogo più adatto ad accogliere il “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare del Globe Theatre di Roma. La più nota delle commedie del Bardo, infatti, prende vita al confine tra la città – Atene – e il bosco, in cui il sovrannaturale incontra l’umano, dove la notte sbiadisce il confine netto tra realtà e irrealtà tanto da consentire l’apparizione di fate, folletti e delle innumerevoli creature che popolano il bosco. Gli elementi di fondo dell’opera, poi, sono già elencati nel titolo della stessa: alla notte e al sogno, si aggiunge il solstizio d’estate, il momento di passaggio dalla stagione primaverile a quella estiva, contrassegnata in varie culture e Paesi da riti e feste connesse alla fertilità. Tre, come è noto, sono i mondi – e almeno altrettanti i livelli di lettura – che caratterizzano l’opera shakespeariana: quello reale del duca di Atene Teseo e della futura sposa Ippolita, quello incantato del bosco popolato da ogni sorta di creatura, e quello degli attori popolani che, nell’amata tradizione elisabettiana del play within the play, provano nel bosco la Lamentevolissima commedia e la crudelissima morte di Piramo e Tisbe, tutta da ridere. 

Sogno 1

Il Sogno in scena al Globe è di provato successo e si ripete ormai da tredici anni. La regia di Riccardo Cavallo, oggi scomparso, accompagna ancora lo spettacolo. Grande spazio qui, forse troppo, viene dato al versante comico vero e proprio: la strampalata e inesperta compagnia di attori che prova la commedia di Piramo e Tisbe compie numerose incursioni sulla scena e il quintetto di attori dalla parlata partenopea, capitanati dal bravo Marco Simeoli, diverte e conquista il pubblico. Ad unire il mondo naturale e quello fantastico è il succo di viola del pensiero che Puck, interpretato da Fabio Grossi, stilla sulle ciglia di Lisandro attivando la serie di malintesi tra i quattro amanti ateniesi che sarà lo stesso folletto a dover risolvere, su ordine di Oberon. Lo stesso succo, poi, consente a Titania di innamorarsi di Bottom, che ha subito intanto una metamorfosi asinina. La sua passione per l’uomo-bestia è il lato più oscuro dell’eros rappresentato nel dramma. Buona la prova dei quattro amanti ateniesi, così come quella di Titania e Oberon, interpretato da Carlo Ragone che sorprende il pubblico anche cantando. La musica, infatti, gioca un ruolo fondamentale nella messinscena: la luna che osserva quieta la fuga nel bosco e segue dall’altro gli intrecci del dramma prende vita attraverso la Casta Diva di Bellini, più volte accennata con buona pace dei puristi. Sogno 2


Scarna la scenografia – come d’altra parte lo era nel teatro elisabettiano – ma d’effetto, allestita da Silvia Caringi e Omar Toni e buoni i costumi confezionati da Manola Romagnoli. In Sogno, che non prevede parti singole da protagonista, è la buona prova corale a fare la differenza. Qui è il riso, o meglio il sorriso, a vincere sul pianto e lo stesso Shakespeare sorride della sua storia nel finale tramite Bottom, che riprese le sue sembianze umane non è in grado di spiegare cosa gli sia successo e fornisce una chiave di lettura dell’opera affermando: «Ho avuto una visione incredibile…un sogno tale che nessun essere umano può dire che razza di sogno era». La stessa idea che fornisce la voce di Oberon fuori campo, quando riprendendo le parole dello spiritello Ariel della Tempesta afferma: «Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra breve vita è circondata da un sonno».

Pasquale Pota 15-07-2019

Il Mattatoio di Testaccio riapre i cancelli ai fumetti. Dal 24 al 26 maggio torna per la sua quinta edizione l’ARF!, il festival del fumetto romano, contraltare più raccolto e introspettivo all’orgia di colori, folla e incursioni crossmediali del Romics. E si allarga anche lui ma per dare più spazio al fumetto indipendente, che fin dalla prima edizione è stato il Nord della sua bussola: lo spazio della Pelanda si ristruttura per dare più spazio ai talk, conversazioni che vanno a sviscerare l’essenza della vignetta con professionisti del settore, al Job ARF!, la sezione dedicata agli incontri professionali fra editori e aspiranti autori, e soprattutto alla Self ARF!. IMG 20190524 100125

Gli editori sono stati spostati nei due padiglioni, dove sono ospitate anche le mostre di Attilio Micheluzzi (“La nostalgia dei luoghi mai visti”), Giuseppe Palumbo (“Palumb-o-rama”) e Frank Quitely (“All Star Quitely”). I veri protagonisti della fiera sono loro, gli autori indipendenti che si auto-producono e si prendono non più il cortile ma tutto lo spazio all’ombra della Pelanda – una grazia non da poco, mentre il sole ricomincia a picchiare più forte alla fine di un maggio tutt’altro che primaverile. Loro e le tavole di fumettisti magari meno conosciuti al grande pubblico ma con tutte le carte in regola per farsi apprezzare anche dai non addetti ai lavori.

L’ARF! si riconferma un viaggio nello spazio profondo del fumetto, che si tuffa oltre la superficie della pagina bianca e accompagna il visitatore nei segreti che si nascondono fra i confini instabili della vignetta. Non è solo il caso delle Masterclass – le prime tre ore del venerdì mattina se le prenderà Yoshiyasu Tamura, autore di “Fudegami”, per approfondire l’uso delle vignette e dei balloon nel rendere scorrevole il movimento e coinvolgere il lettore nell’azione disegnata. E non c’è solo la possibilità di trovarsi davvero a tu per tu, nella ARFist Alley, con i professionisti del fumetto internazionale, da Giacomo Bevilacqua a Frank Quitely, da Arianna Rea a LRNZ.

Ci sono anche i talk, appunto, come quello dedicato alla sottile linea di confine fra animazione e fumetto. “L’eternità della vignetta o la sequenza animata?” è l’eloquente titolo dell’incontro con tre professionisti che hanno lavorato a cavallo fra i due mondi della sequenza animata e della vignetta immobile: Yoshiko Watanabe (animatrice giapponese che ha lavorato sia agli albori della Mushi Production di Tezuka che negli italianissimi progetti de “La freccia azzurra” e “La gabbianella e il gatto”), Bertrand Gatignol (che si è dedicato al matte paiting per “Reinassance” e ha poi virato verso il fumetto con “Gli Orchi-Dei”) e Davide Toffolo (frontman dei Tre Allegri Ragazzi Morti).

IMG 20190524 104457A moderare l’incontro Giovanni Masi, che sostituisce prontamente Mauro Uzzeo, bloccato da un mal di gola, e si fa forte della sua passata collaborazione da sceneggiatore proprio con Yoshiko Watanabe. L’animatrice e fumettista giapponese è una veterana di lungo corso. Ha lavorato alle animazioni quando Osamu Tezuka in Giappone cominciava appena a inventare le regole di questo nuovo modo di raccontare storie sullo schermo. “Tezuka era un grandissimo artista ma un disastro come amministratore”, ricorda, motivando così anche la sua scelta di lasciare la terra del Sol Levante per l’Italia alla metà degli anni Settanta. È qui che comincia a fare la fumettista, abbandonando anche i ritmi di lavoro proibitivi a cui gli animatori giapponesi sono sempre stati sottoposti. “Diciotto, venti ore al giorno,” esclama, spiegando poi, “non tornavamo nemmeno a casa, dormivamo sotto le scrivanie”.

Bertrand Gatignol viene da un altro mondo e un’altra generazione. Classe 1977, vuole fare animazione ma ci arriva tangenzialmente, dopo aver fatto un corso di grafica che lo ha preparato, invece, al mondo della comunicazione. Si dedica al matte painting, il disegno di fondali per le scene animate, più che all’animazione dei movimenti in sé per sé e approda al fumetto perché gli dà “più libertà”. Ogni sceneggiatura è una sfida a capire come trasformare in immagini le scene più azzardate e immaginifiche ed è quella la spinta di cui ha bisogno, soprattutto contando quanto poco viene pagato per il lavoro di disegnatore.

E poi c’è Davide Toffolo, che si muove addirittura fra tre mondi, quello della musica, quello del fumetto e quello dell’animazione. La sua sfida più grande? Convincere i produttori che coniugare musica e animazione fosse un progetto sensato, ben prima che i Gorillaz mostrassero al resto del mondo che, sì, una band può avere successo anche se i volti dei suoi membri sono quelli dei personaggi di un cartone animato. Arriva in ritardo all’incontro, Toffolo, a casa di un contrattempo ma le sue parole sono in perfetta armonia con quello che i suoi colleghi hanno raccontato poco prima. Immaginare una scena prima come sequenza e poi scomporla mentalmente, fotogramma per fotogramma, prima di estrarne quelli più significativi da comporre in una tavola è un processo creativo che li accomuna. IMG 20190524 124405

Così come li accomuna la percezione che quello del disegnatore sia un lavoro che costa fatica e non sempre dia adeguate soddisfazioni economiche. Eppure, spesso proprio la staticità della vignetta permette di ragionare ancora meglio sul modo di mostrare certe sfumature dell’animo umano, senza l’ausilio dei suoni, della musica, delle voci e del movimento. Ma la pagina bianca li spaventa, più dei limiti in qualche maniera rassicuranti che l’animazione impone? Yoshiko Watanabe è sicura di no, ha sempre avuto un approccio molto spontaneo al modo di riempire la gabbia delle vignette. A spaventare Gatignol, invece, è il pensiero della mole di lavoro che lo attende, ogni volta che una nuova sceneggiatura siede sul suo tavolo e gli impone un grande sforzo di immaginare come sistemare tutte quelle scene.

Davide Toffolo ha paura della pagina bianca, sì, ma il fumetto gli permette di sperimentare al punto da smontare la sequenza lineare degli eventi e giocare a creare storie che si chiudono nei quattro angoli della pagina bianca, che diventa l’unità prima della narrazione. Sta poi al lettore assemblarle anche in un ordine diverso da quello in cui le pagine vengono messe in fila, fruendo della storia in maniera totalmente nuova e personale. Insomma, c’è poco da fare: quella del disegnatore di fumetti è tutt’altro che una vita facile ma le soddisfazioni creative che dona ai suoi autori ripagano almeno in parte l’ingrata fatica.

Di Ilaria Vigorito, 24/05/2019

Una schiera di spose, disposte su un lato della sala e rigorosamente vestite di bianco, accolgono il pubblico del teatro Marconi di Roma per la prima di "Tu non mi farai del male", spettacolo scritto da Rosa A. Menduni e Roberto De Giorgi e dedicato a Pippa Bacca, la giovane artista performativa tragicamente scomparsa il 31 marzo 2008.

Tra le braccia le spose stringono dei cartelli con sopra riportati una serie di valori – fratellanza, condivisione, solidarietà – che esprimono il senso di quel progetto, Spose in viaggio, intrapreso insieme a una compagna l’8 marzo 2008, giornata internazionale della donna, e mai portato a termine. La performance prevedeva un tragitto interamente in autostop da Milano a Gerusalemme attraverso undici paesi toccati dalla guerra, undici come i veli degli abiti nuziali indossati per tutto il tempo dalle due; lo scopo fondamentale del viaggio doveva essere quello di lanciare un messaggio universale di pace e fiducia nell’umanità con la scelta simbolica di affidarsi a degli sconosciuti per i vari spostamenti. Ma purtroppo, dopo essersi separata dall’amica a Istanbul con l’obiettivo di ricongiungersi poi a Beirut, Pippa fu violentata e uccisa da un uomo che le aveva dato un passaggio nei pressi della cittadina di Gebze.Pippa Bacca 02
Lo spettacolo ha inizio proprio dall’ultima stazione, in «una strada deserta dove tutto sembra surreale», e rievoca a ritroso le tappe e le ragioni profonde di questo cammino, oltre a mettere in luce gli aspetti, a volte sorprendenti e altre volte contraddittori, della straordinaria personalità di Pippa. In uno scenario quasi beckettiano, seduta ai margini di una strada su un ceppo rovesciato, la protagonista – un’intensa Caterina Gramaglia – attende il suo Godot, un’utopica conciliazione tra arte e vita che sappia redimere l’umanità. Nel corso di questa attesa entrano ed escono di scena una serie di figure sospese tra passato e presente e tra l’innato idealismo di Pippa e la cruda realtà del mondo circostante: il confronto che ne scaturisce lascia emergere al massimo grado la natura eterea e naïf della protagonista, proiettata con un candido e coraggioso ottimismo verso un altrove che trascenda la malvagità dell’uomo. Una delle componenti più efficaci della drammaturgia risulta essere proprio il contrasto della ragazza con quelle presenze che faticano a intendere il senso del suo viaggio e che cercano di riportarla coi piedi su una terra per lei sin troppo arida: presenze come la cinica e pragmatica “fata” vestita di verde o come l’unica figura maschile dell’intero spettacolo, un viaggiatore che si mostra gentile, disponibile e interessato alle sorti di Pippa ma che appare incapace di condividerne fino in fondo il destino. Tutta giocata sui flashback è poi la peculiare dialettica tra la protagonista e la sua partner, il cui rapporto ondeggia ambiguamente tra complicità affettiva e conflittualità artistica e che rispecchia in parte le sensazioni contrastanti dello spettatore di fronte alla radicalità del disegno etico ed estetico di Pippa.Pippa Bacca 03
La regia di Tiziana Sensi si mantiene in perfetto equilibrio tra l’oggettività della cronaca e le astrazioni soggettive operate dalla fantasia e dalla memoria della protagonista. In quest’ottica risulta estremamente funzionale il pregevole lavoro di mescolanza tra luci fredde e calde e, ancora di più, l’uso poetico di un separé trasparente come elemento scenico per restituire la simultaneità dei differenti piani temporali. Infine, in questa congerie di simbolismi, appare centrale il colore verde, segno cromatico ricorrente e delicata metafora della creatività della performer.
Lo spettacolo si rivela come un sincero, toccante e coinvolto omaggio all’arte e alla persona di Pippa, solo a tratti indebolito dal didascalismo di alcune battute, presenti in particolare nei dialoghi con la sopracitata figura maschile. Tali sbavature sono comunque irrilevanti dinnanzi all’efficacia con cui vengono risolti i momenti di maggior tensione drammatica: su tutti spicca il tragico epilogo dove viene scelto di non dare un volto all’assassino, trasformandolo in un’autentica allegoria del Male, e di non rappresentare in scena il martirio della protagonista, evitando così qualsiasi facile sensazionalismo.
Opera di forte impegno civile, Tu non mi farai del male può essere riassunta nel suo senso più profondo e nella sua urgenza poetica e politica con una delle frasi più emblematiche pronunciate da Pippa: «L’arte per me, per gli altri, è un modo per diventare persone migliori».

Piero Baiamonte
Francesco Biselli
Emanuele Bucci
Maria Vittoria Guaraldi

10/05/2019

Quel giorno Paula aveva appuntamento con suo padre. Arrivata in anticipo si mise a spiarlo dal vetro della porta dove l’uomo teneva una lezione per il corso universitario di Scienze Politiche; la ragazza conosceva a memoria le citazioni preferite che il genitore amava ripetere ai suoi studenti, si riempì d’orgoglio scorgendo gli sguardi attenti, l’ammirazione. Non sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima lezione, e che, durante il viaggio del ritorno a casa, e dopo uno scatto rubato al padre alla guida, l’uomo sarebbe morto, per un colpo di pistola. matar Courtesy of Latido Films

Matar a Jesus è un film, nonché opera prima, della regista colombiana Laura Mora. La storia attinge direttamente all’autobiografia dell’autrice: suo padre venne assassinato nel 2002 da un uomo non identificato quando lei aveva 22 anni. Paula assomiglia a Laura, hanno uno sguardo simile e gli stessi capelli lunghi e scuri, ma la ragazza protagonista vede l’assassino in faccia e ricorda quel volto. La scelta della testimonianza oculare permette alla narrazione di estendersi al di là di un revenge movie in cui Paula desidera solo di farsi giustizia da sola: innesca infatti un meccanismo autodistruttivo di cui è protagonista l’intera città e un sistema criminale efferato ed ingiusto. Dopo due mesi in cui le autorità non fanno niente di concreto per risolvere il caso, la ragazza incrocia in una discoteca lo sguardo dell’assassino di suo padre, e, fingendo di interessarsi a lui, riesce ad avere il suo numero di telefono, e a concepire la vendetta come possibilità realizzabile.

Jesus: è questo il nome del ragazzo, della stessa età di Paula, che se ne va in giro con una pistola infilata nei pantaloni e vive già da solo, per non mettere in pericolo sua madre. In sua compagnia la studentessa di fotografia, che della città di Medellin conosce una sola metà, sprofonda in un mondo fatto di povertà ed inconsapevolezza: ogni momento sembra buono per ucciderlo senza pietà, ma anche per tirarsi indietro e provare a capire. Paula riesce quasi a comprendere perché Jesus può essere stato spinto ad un gesto del genere, poiché come lui sta imparando ad essere esclusa dal mondo dove la giustizia è inesistente, ma vittima di una violenza totalizzante, quella che costringe lui ad uccidere e lei a vendicarsi. Laura Mora, scegliendo attori non protagonisti e realizzando una regia violentemente sensoriale, pone delle questioni circa l’esigenza di spezzare un sistema che si perpetua a discapito di giovani e famiglie senza via d’uscita.matCourtesy of Latido Films

Il film è una lettera d’amore per un padre ucciso senza pietà, ma anche l’epigrafe liberatoria di un evento che l’ha fatta sentire impotente e senza armi adeguate per contrastarne gli effetti, fino ad ora. 

Silvia Pezzopane

08/05/2019

Photo credits: Courtesy of Latido Films

Qui il trailer ufficiale del film

 

Primo premio all’ultimo Festival di Guadalajara, per le luci di García-Alix e le sue ombre, Alberto García-Alix: la linea de sombra (2017) di Nicolás Combarro è in programma alla 12° edizione del festival del cine español, dal 2 all’8 maggio 2019 a Roma, cinema Farnese. Un film su un artista, esito di una conoscenza di molti anni tra fotografo e regista, che risale al 1993. Un documentario e un’autobiografia girato in bianco e nero, proprio come le fotografie di García-Alix, e la sua voce fuori campo che ci conduce attraverso il documentario. Non c’è altro modo che la prima persona, per chi si racconta, di raccontare la sua storia e articolare una visione che è necessariamente sempre propria. Quello di Nicolás Combarro e Miguel Ángel Delgado, il regista e il produttore del film, è stato un viaggio affascinante, non soltanto nella fotografia, ma negli avvenimenti che hanno costruito la memoria delle immagini negli occhi, delle moto e degli aghi in vena: immagini tormentose e dolci della giovinezza, del rock e dell’eroina. Più costruite e fisse le fotografie, più nudi e fluidi i fotogrammi del film. Alberto García-Alix comincia il documentario affermando che c’è sempre qualcosa di inafferrabile che il fotografo, nell’immagine, non riesce a catturare. La linea d’ombra è un colpo di luce, una fotografia che è il limite irrappresentabile del ritratto. Come la fotografia immaginata del fratello morto, Willy. Come quella mai scattata al seno nudo della nonna che il nipote è incapace di fotografare, che rivela pudore (scena tagliata). La scena dello sviluppo delle fotografie in virato rosso, nella camera oscura, è un filmato in infrarossi – come accade per lo sviluppo di una foto, dove succede quello che succede – del quale l’esito del girato era celato. 
La sua fotografia evoca una distanza emotiva che è fondamentale per capire la profondità di questo artista. Eppure, il momento che lo avrebbe definito e che lo trasformerà in un fotografo coincide con una promessa d’amore: «Amavo una donna, avrei fatto qualsiasi cosa per lei. Le dissi che ero fotografo e lei mi ha creduto. Poi lei mi disse che c’era bisogno di soldi per mangiare. Allora presi i rullini ed entrai in laboratorio. Guardavo e pensavo: amerò questo lavoro? Mi piace o non mi piace? La fotografia fin da subito mi ha obbligato a una riflessione». Alberto riflette sulla parola e sull’immagine attraverso una forte capacità narrativa quando parla, compositiva e descrittiva quando guarda. Le video creazioni che si vedono nella sequenza alla fine del film sono di Alberto, le quali mantengono il formato originale in 4/3 o 16/9, volutamente in contrasto con il formato del film in 4k. Cosa potremmo sapere, immaginare o ricordare della sua Leica se non ci fossero, stampate nei nostri occhi, le foto di un autodidatta testimone della Movida madrilena di nome Alberto García-Alix?

Elvia Lepore  07.05.19

ROMA – Dopo la non esaltante visione del superincensato e iperpremiato “Fa'afafine”, per il quale si era gridato al miracolo, al capolavoro e ci si erano spellate le mani (soprattutto certa critica e grazie anche alla pubblicità, evidentemente controproducente, data dalla protesta e dalla raccolta firme per bloccarne la messinscena nelle scuole), ho voluto provare l'ebbrezza del nuovo lavoro di Giuliano Scarpinato per confermare il primo giudizio o se ribaltarlo completamente. E' bello, e interessante e positivo, qualche volta, darsi anche torto, sconfessarsi, mutare le certezze in possibilità, tenere sempre la porta aperta al cambiamento, all'incertezza, al dubbio. Non è capitato, almeno stavolta, almeno in questo caso. Ci siamo dati ragione, abbiamo convalidato la prima impressione.MG_3370-copia.jpg

Se nel primo caso era il gender fluid il tema cardine, un bambino che una mattina si sentiva maschio e il giorno dopo femmina, stavolta, in “Se non sporca il mio pavimento” (prod. Wanderlust + CSS, in collaborazione con Rifredi, Corsia OF, Industria Scenica, Angelo Mai), è una storiaccia da cronaca nera di pochi anni fa con una coppia omosessuale che assassina brutalmente una donna; l'area e l'universo di riferimento sta sempre lì, sospesa in quel preciso ambito. Similare l'ambientazione scenica con la riproposizione di una cameretta, i famigerati video proiettati sul fondale, questa sensazione come di stare sott'acqua, in apnea, aiutata dal suono amniotico e ovattato, da pesci che fluttuano. Potrebbero essere l'uno il continuum dell'altro, ovvero il bambino problematico e viziato di “Fa'afafine”, cresciuto in una famiglia da lui bullizzata e succube e repressa e schiavizzata, che nella tarda adolescenza si trasforma nell'assassino di “Se non sporca il mio pavimento” (da una frase di un testo di Heiner Muller a sottolineare la freddezza, l'indifferenza, l'anaffettività, il glaciale). Ipotesi forzata.
Scarpinato fa sempre riferimento alla realtà, alla cronaca; se nel primo caso la storia era quella di Alex White e del suo nucleo familiare, stavolta è all'omicidio Rosboch (provincia piemontese, 2016) dal quale si prendono le mosse. Un adolescente che vuole tutto e subito, un Lucignolo manipolatore bipolare e isterico che tiene al guinzaglio, attraverso il sesso, un cinquantenne parrucchiere omosessuale (Gabriele Benedetti schiacciato e compresso dal ruolo, lontano dalla sua consueta forza, distante dalle sue corde emerse soprattutto con Fabrizio Arcuri), dal quale si fa fare regali, 20190411_111830.jpge la supplente dalla quale si fa consegnare i risparmi di una vita, oltre 200.000 euro.
Non è ormai più la questione del cosa, ma è sempre il come si affrontano le storie. E non è un dettaglio da poco. Qui tutto sembra andare verso la superficie, l'estetica, la forma, invece che tentare una profondità sul già detto, un'analisi sotto la buccia, una riflessione sotto la scorza. Quasi diventa ai nostri occhi un eroe maledetto, di quelli da dark plot, questo ragazzino allucinato e perennemente rabbioso (Michele Digirolamo, attore feticcio di Scarpinato, sempre sopra le righe) intento a voler spendere soldi non suoi, comprare abiti, ballare sfrenato, mettere la musica ad alta gradazione di decibel, senza mostrare alcuna empatia né pietas verso questa insegnante (Francesca Turrini sottotono, con il freno a mano tirato e impostatissima rispetto a come l'abbiamo ammirata con Carrozzeria Orfeo), sola senza affetti e che vive con la madre (Beatrice Schiros in video, sempre pungente, cinica e arcigna, sue caratteristiche che non molla neanche qui, per fortuna non si è fatta snaturare) alla quale fa da badante, circuita e depredata, illusa, usata, abusata, sfruttata.1077_10573_foto.jpg
Ci sono stereotipi come zucchero a velo e banalità q.b., non mancano (come potrebbero) Madonna e Whitney Houston ritmate e ballabili, e tutto vira, magicamente, sul macchiettistico, diventa un fumettone psichedelico che fa collassare il senso del fatto di cronaca, lo tradisce e lo travisa, sposta l'attenzione, ne trasforma il contenuto in forma, si perde nei dettagli ma soprattutto perde di credibilità. Vince il grottesco, tutto è caricato fino all'iperbole, manierato e barocco e smodato, in questo gusto ipnotico al sapore di un trash avariato, avendo il potere di riuscire a ridicolizzare, nell'ammasso colorato e kitsch, anche feroci e atroci delitti come quello della Rosboch.
Quando si tocca il reale, e soprattutto la cronaca nera, si dovrebbe stare doppiamente attenti a maneggiare con cura il materiale che si ha a disposizione. Tutto trabocca, tracima, deborda fino ad ottenere l'effetto opposto, il boomerang dell'assuefazione, un'enfatizzazione esagerata e sproporzionata che annulla la vera vittima ed esalta il Male.

Tommaso Chimenti 18/04/2019

C’è un sortilegio che grava su tutti noi, una solitudine dalla quale possiamo decidere di scappare o che, più dolorosamente, siamo chiamati ad affrontare. Sta tutto qui il dilemma esistenziale dell’"Amleto Take Away" della coppia Berardi-Casolari, un Amleto atipico e sorprendente che è in fondo solo un pretesto per far emergere gli episodi cruciali della vita di un uomo contemporaneo, un attore quarantenne che regge il sipario della sua arte e della sua esistenza come un fardello di confusione e inadeguatezza.
Gianfranco Berardi, insieme a Gabriella Casolari, l'altra metà della compagnia, porta in scena un personaggio (Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma) che esprime dei disagi intimi e allo stesso tempo collettivi e che rispecchiano l’eterno conflitto insito in ciascun individuo che vive questo nostro presente: essere o apparire? To be or Fb? Immersi in una società dai ritmi frenetici e dove ogni cosa va consumata istantaneamente, ci troviamo a correre e a muoverci in continuazione, condividiamo ogni nostra posizione in tempo reale, elargiamo un like dietro l’altro in modo bulimico, diffondiamo contenuti spesso sciocchi e puerili e soprattutto siamo sempre più schiavi del culto dell’immagine – perfetta, glamour, seducente –, nutrendo la vana illusione di colmare un vuoto interiore che invece cresce giorno dopo giorno. A questa esistenza ossessiva, alienata e superficiale, in cui i sentimenti sono merce e gli essere umani ridotti a oggetti tra gli oggetti, prova a opporsi l’Amleto di Berardi, a costo di risultare folle e visionario, così come quello di Shakespeare cercava a sua volta di ribellarsi al marcio della corte di Elsinora, andando a creare una solida connessione che, nel basarsi su concetti di natura universale, travalica tempo e spazio. L’ostinata estraneità al proprio mondo e a una società con cui si deve comunque convivere non costituisce l’unico piano semantico dell’opera che, lavorando su più livelli, indaga anche sui rapporti personali del protagonista, concentrandosi sulla figura paterna e su quella della propria amata. Il confronto è duro, tormentato, inevitabilmente viziato da dubbi e paure, ma capace pure di giocare sull’ironia grazie a uno stile tragicomico che ben si presta a un personaggio che, come lo stesso Berardi sottolinea, preferisce il fallimento alla sterile rinuncia. Ma la scrittura drammaturgica si spinge anche oltre fino a toccare una dimensione metateatrale suggestiva, in cui ritorna centrale la dialettica tra l’essere e l’apparire in riferimento stavolta alla più palese delle finzioni, quella per l’appunto del palcoscenico. In quest’ottica, il teatro diviene croce e zavorra, vera e propria cassa di risonanza del dolore e del sentire, nonché motore di senso da cui il nostro moderno Amleto, con indosso una vecchia maglia della sua bella e pazza Inter, non riesce e non vuole staccarsi, accettando il prezzo da pagare per una simile scelta ma ben sapendo che senza teatro – così come senza amore – non vale poi tanto la pena vivere.Amleto TA 2
A una tale ricchezza di sfumature e contenuti si affianca una cura formale di altrettanto valore. La messa in scena è semplice ma rigorosa, basata su una precisa disposizione delle luci e affidata a pochi oggetti – una panca, uno specchio mobile e delle tende rosse – che incarnano però molteplici significati e assumono, di volta in volta, dei ruoli sempre sorprendenti e pienamente partecipi dell’azione. Fresco vincitore del premio Ubu come miglior attore, Gianfranco Berardi domina il palco attraverso un carisma e un vitalismo di grande autenticità e non si limita a interagire con gli oggetti che lo circondano ma coinvolge anche il pubblico e si diverte a stupirlo con giochi di parole spesso raffinati che capovolgono il proprio senso per evidenziare le ipocrisie e le contraddizioni del mondo a cui siamo tutti legati. Al suo fianco, a supportarlo in modo puntuale, Gabriella Casolari, che entra in scena solo in determinati passaggi ma che non di meno si dimostra un elemento prezioso e irrinunciabile, sia in fase di scrittura sia sul palco.Amleto TA 3
Intenso, coraggioso e spiazzante, capace di far sorridere e di commuovere, "Amleto Take Away" è uno spettacolo ispirato e originale, colmo di sincerità e di passione, che ribadisce il talento di uno dei nostri interpreti più dotati e riflette sulla nostra società con rara acutezza, recuperando un personaggio cardine della tradizione teatrale con brio e freschezza e collocandolo splendidamente in un contesto attuale che lavora tanto sulla dimensione particolare quanto su quella universale.

Piero Baiamonte
Lorenzo Bartolini
Francesco Biselli
Emanuele Bucci
Sara Marrone
Diletta Maurizi

31/03/2019

Uno sparo a bruciapelo, la telecamera che diventa rossa, un occhio insanguinato che ci guarda. Comincia così la quarta, attesissima, stagione di Gomorra, in anteprima il 25 marzo al cinema The Space di Roma, alla presenza di attori, registi e produttori. In questo contesto sono state proiettate le puntate di Gomorra 4×01/4×02. Molte novità ci attendono in questa quarta stagione: la più importante è sicuramente l'esordio alla regia di Marco D'Amore, che dirigerà gli episodi 5 e 6. Una scelta motivata dal fatto che "sempre più mi interessavano i temi, più che i personaggi. Sentivo la necessità di raccontare, e Gomorra era il terreno ideale, perché conoscevo la partita che mi stavo apprestando a cominciare". 

Un vero inizio col botto, dunque, per una serie che ci aveva lasciati distrutti, straziati, dalla morte di Ciro l’Immortale. Ma Ciro non è morto, almeno non del tutto. La sua eredità è la vita di Genny, (Salvatore Esposito), di Azzurra (Ivana Lotito) e del piccolo Pietro, e il sacrificio di Ciro non è stato vano. Gomorra 4×01 inizia esattamente dove finiva la terza stagione. Un Gennaro distrutto ripercorre i passi della sua amicizia con Ciro: in quello stesso vicolo dove un Genny ragazzino, messo alle strette dal compagno, aveva sparato per la prima volta a un essere umano, il giovane Savastano piange il suo fratello perduto.

Ma le lacrime fanno posto a una certezza: Ciro non si è immolato invano. E per onorarne la memoria, Genny non può far altro che difendere la sua famiglia. Difenderla da una guerra incombente, dai pericoli che insidiano chi cerca il potere in un posto pericoloso e infido come Secondigliano. Un posto che, comunque, a chi sa cogliere le sue potenzialità può regalare una possibilità. Per proteggere la sua famiglia, Genny può solo fare un passo indietro. I clan rivali non gli faranno la guerra, si accorderanno per la pace, ma a una condizione: la figura di Gennaro Savastano d’ora in avanti non deve essere più associata alla camorra.

È tempo che Secondigliano abbia un nuovo capo: e la prima novità di Gomorra 4 è che il potere passa in mano a una donna. La figura della donna si rivelerà essere quasi materna in questa alleanza precaria: "Questa pace è come un figlio da crescere". Così Genny presenta Patrizia (Cristiana Dell'Anna), il suo erede, a Sangueblù, a Valerio ‘o vucabulario e ai fratelli Capaccio. Cristiana Dell'Anna parla così del suo personaggio: "Non c'è una sorta di assimilazione all'uomo in Patrizia. Lei è una donna, e gestirà il potere come lo farebbe una donna, e in questo senso la battuta di Gennaro si rivela cruciale". 

È tempo che Gennaro Savastano coltivi il suo talento. Al suo fianco c’è sempre lei, Azzurra, che con la quarta stagione diventerà più sicura di sé, più affrancata dall’ingombrante figura del padre, sempre vicino al marito ma mai da lui oscurata. "Ad Azzurra toccherà il compito di guidare il suo uomo nella scoperta e nella coltivazione del suo talento, che Genny metterà al servizio della famiglia su più livelli", dichiama Ivana Lotito.

E proprio grazie a uno di questi contesti entra un elemento di novità rispetto alle prime tre stagioni. Ci spostiamo dal centro di Napoli e andiamo a scoprire i segreti dolorosi della Campania, avvelenata da imprenditori senza scrupoli. È un elemento di novità molto forte, che esce in Gomorra 4×01/4×02, questo della Terra dei fuochi. Un tema che parla della nostra quotidianità, e di come la camorra a Napoli non sia solo sparatorie e violenza tra clan, ma anche un tumore negli anfratti più remoti della vita dei cittadini comuni. Con queste parole ha presentato la quarta stagione di Gomorra Roberto Saviano, in un intervento registrato trasmesso in conferenza stampa. Così il dramma diventa personale, e la decisione di un padre di famiglia di vendere i terreni a Gennaro non è più una questione di soldi ma di principio. Un principio che cela colpe dolorose, che lacerano come un cancro.

Nelle prime due puntate di Gomorra vediamo un’altra faccia di Gennaro, quella del padre di famiglia amoroso e affettuoso verso il figlio. La maschera che indossa per coprire la sua natura di camorrista è convincente perché è vera. Gennaro ama il figlioletto, e farebbe di tutto per farlo contento, per farlo essere come tutti gli altri. Ma la sua natura, anche se in doppiopetto e con i tatuaggi opportunamente celati, resta quella di un camorrista spietato. "Sono cambiato ma non divento più buono: indosso una maschera, anche per amore di mio figlio", così si esprime Salvatore Esposito sul cambiamento radicale del suo personaggio.

Sono due puntate in cui il tema dello spaesamento è centrale: i personaggi sono stati cambiati di posto, come in una partita a scacchi in cui se mangi l’avversario lo divori sul serio. Gennaro, che da perdere ha tutto, indosserà giacca e cravatta per riciclarsi come imprenditore, e dietro un sorriso stempererà gli sguardi di sospetto dei genitori di suo figlio. Patrizia crescerà e coltiverà la sua intelligenza. . Enzo Sangueblù (Arturo Muselli) diventerà un personaggio più profondo, cambiamento che si specchia in quello di Valerio (Loris De Luna), che invece abbandonerà gli intellettualismi per diventare un uomo d’azione, oltre che il braccio destro di Enzo.

Con una certezza: per quanto Genny sia cambiato, certe cose non si dimenticano. E per questo le parole che riserva a Enzo suonano come un minaccioso avvertimento:

Chell ca mìhe fatt fa’ ‘ngopp a chella barc, nun mìo scord chiù

Giulia Zennaro, 25/3/2019

Sabrina Perucca, Direttore Artistico del Romics, non nasconde di essere emozionata, mentre dà il via alla conferenza che si tiene nella Sala Cinema del Palazzo delle Esposizioni. Ha molti motivi per esserlo e non solo perché dal 4 al 7 aprile, alla Nuova Fiera di Roma, prenderà il via la XXV Edizione della kermesse romana dedicata al fumetto (e non solo). Romics 2019 1

Il 2019 è un anno ricco di anniversari tutti da celebrare e il primo – e uno dei più importanti – è anche il protagonista dei poster che a breve affolleranno le strade della Capitale. Compie infatti ottant’anni Batman: il suo esordio fumettistico era avvenuto, proprio in questi giorni, sulle pagine di Detective Comics #27, il 30 marzo del 1939. Romics ha deciso di celebrare questo anniversario inserendosi nella scia delle celebrazioni ufficiali volute dalla DC Comics e partite da Austin il 15 marzo: “Long Live Batman”. L’Uomo Pipistrello sarà festeggiato non solo con tavole originali realizzate in collaborazione con C’Art Gallery ma anche da un percorso storico, che analizza l’impatto di Batman nel corso di ogni decennio dei suoi ottant’anni di vita. Questo percorso, inaugurato nel 2017 al Tiferno Comics da una mostra curata da Vincenzo Mollica e Riccardo Corbò, è stato presentato da Corbò stesso durante la conferenza e prevede anche un focus sulle incursioni di Batman in Italia.

Romics 2019 2Non solo fumetto, però. Perucca ci tiene a sottolineare ancora una volta quello che è diventato il marchio di fabbrica del Romics, ovvero l’attenzione al crossover fra i diversi media del mondo dell’intrattenimento. Nel 2019 si celebrano i cinquant’anni dallo sbarco sulla Luna, è l’anno in cui sono ambientati i futuri distopici del Blade Runner di Ridley Scott e dell’Akira di Katsuhiro Otomo e ricorrono i quarant’anni dallo “sbarco” di Mazinga sulle reti italiane. Fantascienza e fantasy promettono di essere i temi dominanti della kermesse, attraverso panel dedicati che si concentrano sul mondo del cinema e della letteratura (vedi: Draghi, astranovi e cyborg: il fantasy e la fantascienza si incontrano, in cui si confronteranno Paolo Barbieri e Victor Dogliani, e Fantasy, scienza e fantascienza: il mondo della scrittrice cult Licia Troisi, in cui l’omonima scrittrice incontrerà i suoi lettori).

Aprile è anche tempo di premiazioni, con il Gran Galà del Doppiaggio ma soprattutto con i Romics d’Oro, che attraversano anche loro diversi media e Paesi: si va dall’attesissimo Willem Defoe, attore eclettico con più di cento film all’attivo, a George Hull (concept artist, fra gli altri, di Blade Runner 2049 e Star Wars VIII), da Reki Kawahara (creatore di Sword Art Online) a Ryan Ottley, fumettista al momento impegnato sulla testata di The Amazing Spiderman, fino a tornare in Italia con il Romics d’Oro ad Alessandro Bilotta. Bilotta, presente alla conferenza e autore di Mercurio Loi per Bonelli Editore, ci tiene a sottolineare come questo premio chiuda per lui un percorso. Non solo perché arriva con la pubblicazione del sedicesimo e ultimo numero della sua fortunata serie ma perché un riconoscimento eminentemente romano va a premiare una storia tutta ambientata nella Roma papalina e dedicata alla capitale.Romics 2019 3

Non solo uno sguardo al passato e suggestioni sul futuro, però. Romics guarda anche al presente e Sabrina Perucca dedica molto spazio a illustrare tutte le iniziative messe in campo in questa edizione, in collaborazione con la pubblica amministrazione e con il mondo della scuola e dell’editoria. Torna il Concorso Nazionale I Linguaggi dell’Immaginario per la Scuola, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che coinvolge gli studenti di ogni ordine e grado. Quest’anno, con più di cinquecento elaborati inviati, gli studenti italiani sono stati spinti a usare la loro creatività per trattare il tema dell’ecologia e dell’inquinamento. Ancora forte anche il focus sugli autori emergenti, non solo con l’allestimento della Self Area e dell’Area Pro nella Comics City di Romics, ma anche con una serie di incontri in cui i principali editori di fumetto si confronteranno con il pubblico del Romics, fornendo suggerimenti e consigli agli esordienti su come presentare al meglio un proprio portfolio alle case editrici. 

La novità di quest’anno, tuttavia, è l’iniziativa Romics_Camp: realizzata con partner come l’Università di Roma La Sapienza, Saperi & Co., il Centro di ricerca e servizi Sapienza dedicato alla ricerca e all’innovazione e Nesta Italia, l’iniziativa è una vera e propria call a giovani innovatori e creativi, che vuole premiare le idee più innovative nell’ambito dei new media e dell’entertainment. Un’edizione che promette di essere interessante: sia per il pubblico di semplici appassionati, che vorranno affollare mostre e celebrazioni; sia per gli addetti ai lavori e gli esordienti, che vogliono muoversi in un mondo dell’intrattenimento composito, in cui i media si intrecciano così strettamente da meritare una narrazione completa, che accanto al fumetto e al videogioco accolga anche il cinema e la letteratura.

Di Ilaria Vigorito, 20/03/2019

Crediti per le immagini: illustrazione di Batman di Gabriele dell'Otto, courtesy of CArt Gallery - Copertina di Mercurio Loi di Manuele Fior, courtesy of Bonelli Editore

ROMA – Come scivolare in un tunnel scuro, come avventurarsi dentro le pieghe del sentimento più colorito che qui invece prende mutazioni fosche, buie, come incedere dentro un baratro, a capofitto dentro l'abisso interiore della coscienza che cozza con l'emozione, della consapevolezza che fa a pugni con la passione. E' un equilibrio da trapezista questo “Shakespeare/Sonetti” (prod. TPE, Centro Teatrale Bresciano, Teatro di Dioniso) traballante tra eroe e antieroe in queste tre figure espanse ed esplose, svisceramento, sezionamento e autopsia del Bardo, dell'uomo, della sua brillante e spumeggiante creatività artistica. Tre momenti nei quali il trasformismo di Valter Malosti, regista del progetto, visionario quanto eclettico, eccentrico e straordinario interprete che emana visceralità e pathos, incanta come sirena, liscia e carezza ruvido, prende corpo e si esalta, sboccia, fiorisce partendo dalla deflagrazione del clown, rinculando nell'uomo che cammina su una lingua di luce come un funambolo (“L'uomo che cammina sui pezzi di vetro” degregoriano), confondendosi con la bruma del Tempo rassettandosi e rassegnandosi al grande libro della Letteratura, all'eternità dell'inchiostro, al Mito perenne depurato e sublimato.Sonetti_Malosti_ph_Umebrto_Favretto_2.jpg

Una costruzione calibrata, nei suoi eccessi voluti, centellinata in una forma estetica che balza d'impatto a retina e suono, che supporta con cura e dettaglio un contenuto ricercato, studiato che s'apre in una freschezza ventosa grazie ad una traduzione moderna centratissima (di Fabrizio Sinisi e lo stesso Malosti) e senza fronzoli, che arriva al punto, che tocca corde sensibili, che fa eco non con il passato ma con l'oggi condiviso; traduzione, lingua e linguaggio che diventano veri punti di forza, perni sui quali agganciare, spostare, mostrare gesti e azioni. Dicevamo un trittico, una terna, una piramide a scendere, dall'euforia, passando per il quotidiano, fino alla polvere della Storia; Sonetti che sono da mangiare tanto sono concreti e solidi, tanto la parola è trattata come materia che espugnare, modellare, prostrare alla volontà del suo dicitore, farla propria, possederla.

img-1521112410.jpgNel primo movimento Malosti attacca, con garra e grinta da arena, come fosse dentro l'agorà della corrida di una slam poetry o ancora meglio di una dura sfida di hip hop senza esclusione di colpi bassi all'ultima rima (viene in mente Eminem in “8 mile”), una “battle” dove devi stare sul pezzo, caricare il proiettile di parole, azzannare la gola del nemico che prenderà la palla al balzo dopo di te. Ad ogni “schiaffo” di liriche aggressive segue un applauso registrato, di quelli prestampati da quiz show, una risata sottolineante finta e smodata di quelle da sitcom. Qui il fool shakespeariano esagerato s'infervora in un match contro il Poeta rivale, silente, al quale ha rubato tutte le parole, che ha azzerato, prosciugato, reso muto in un angolo, senza più linfa per poter rispondere o ribattere, annientato sul suo sgabello. Malosti è un concentrato di forza e magia, ha addosso (nei costumi eccezionali di Domenico Franchi) un frullato sedimentato di fumetti e immaginario, un gioco di stand up comedy politicamente scorretta e senza moderatori a calmierare l'atmosfera incandescente, di luccichini da pagliaccio del Circo Barnum e paillette da varietà nel play che profuma del dark di Sin City, della cattiveria della Medusa della Sirenetta, con il ciuffo sbarazzino alla Tintin, la tristezza malinconica di Pierrot e la lingua della guerriglia del popolo Maori durante la danza propiziatoria Haka, le maschere giapponesi e il Cavaliere Oscuro di Batman, il clown sadico di IT miscelato con Krusty dei Simpson, Petrolini e il Jocker di Jack Nicholson, un giullare di corte alieno e Don Giovanni, Peppa Pig senza candore e l'elettricità di Super Mario Bros decantati nelle alchimie messe su tela da Bosch, ora ricordi di Boy George adesso strascichi di Oscar Wilde, più puk che punk.Sonetti_Malosti_ph_Umebrto_Favretto.jpg

E' una detonazione che come uno tsunami s'impenna e si alimenta, una furia di carne e versi, amorosi e sensuali, tattili e possessivi, dadaista e dirompente, un rituale battesimale dentro questa chiesa cupa che s'infossa, caverna dove nell'altare centrale si confonde il Bardo che mima le sue stesse spesse sillabe, ripete, quasi fosse un suggeritore, autore in scena, regista kantoriano ma statico, parole centenarie che trapassano il tempo (di fondo c'è questo costante vibrante rumore come il silenzio siderale che fa quel fruscio inquietante, quel sibilo che macera verso l'infinito), che deflorano il muro dei secoli, che rimbalzano tra l'Autore e le nostre casse toraciche, parlandoci nuovamente e con nuove sfumature ogni volta. C'è l'amore ma anche il sesso, l'erotismo, la lussuria. Tre declinazioni di Shakespeare e la grande img-1521112453.jpgintuizione della Dark Lady macbethiana (singolare e speciale Michela Lucenti) che addenta la mela rossa di Biancaneve, quasi una Barbie luttuosa-danzatrice di carillon interrotta, che intona a cappella tre canzoni di Domenico Modugno che esaltano la forma scenica per un risultato di una regia piena, mai fine a se stessa, che supporta versi, drammaturgia e coreografia. “Shakespeare/Sonetti” è un disfacimento, un liquefarsi, uno scioglimento, uno squagliamento, uno sdilinguersi.

Tommaso Chimenti 15/03/2019

Pagina 1 di 9

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM