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È il trionfo della romanità quello che viene rappresentato sul palcoscenico del teatro Bellini, quadretti di vita della Roma degli anni Cinquanta tra Pasolini e la commedia all’italiana. “Ragazzi di vita”, primo romanzo pasoliniano pubblicato nel 1955, viene adattato per la scena da Emanuele Trevi con la regia di Massimo Popolizio. Quella vita violenta, disperata, a tratti allegra, che caratterizza le borgate romane del Dopoguerra viene raccontata da Lino Guanciale, che in qualità di narratore unisce i vari racconti, e dai personaggi stessi che parlano di sé in terza persona e consentono così l’avanzamento della storia. Il Riccetto, Agnolo, il Begalone, Alvaro, Amerigo, sono i ragazzi di borgata che raccontano le proprie storie: tanta vita, troppa, quella che si esprime furiosa e senza sosta tra le strade del centro e poi giù fino alle periferie, in quei quartieri oggi inglobati nella città, e tra le campagne, il Tevere e i suoi affluenti. «Per noi la marana era come il Mississippi» avrebbe avuto modo di scrivere Pasolini a proposito di quell’affluente del Tevere, fiume che dà vita e morte, come nel caso di Genesio affogato nelle sue acque nell’ultimo episodio in scena. 

La drammaticità degli episodi narrati risulta sempre alleggerita dagli intervalli musicali: le musiche di Claudio Villa, intonate in coro dai giovani, rievocano l’allegria mista a disperazione del Dopoguerra, che tanto cinema neorealista andava raccontando in quegli anni – non stupisce, in questo senso, la proiezione cinematografica sul palcoscenico – e che si traduce nella vitalità mai spensierata di chi è costretto a procurarsi quotidianamente da vivere. I diciannove ragazzi pasoliniani si esprimono in un romanesco carnale e lirico, in quella invenzione verbale di gusto espressionista che Pasolini stesso definiva «una lingua inventata», che è la lingua delle borgate così come percepita dal narratore. Lino Guanciale, infatti, non si fonde con i ragazzi di cui racconta le storie, i suoi abiti sono borghesi, è osservatore e talvolta mediatore tra chi è in scena e chi ascolta. Proprio come Pasolini, che si era immerso totalmente in quelle borgate che non gli appartenevano, da spettatore, mantenendo quel distacco che gli ha permesso di raccontarle come pochi altri. A Roma Pasolini era giunto nel 1950, dopo l’allontanamento forzato dal Friuli della sua infanzia, insieme a sua madre. Emanuele Trevi ne ha saputo cogliere lo spirito e commenta: «questo straniero che li spia, che vede tutto, parla di Roma come se la sorvolasse. Ma non si accontenta di rimanere lassù, è attratto dal basso, dove brulicano le storie».

Di quella «periferia tagliata in lotti tutti uguali, assorbiti dal sole troppo caldo, tra cave abbandonate, rotti argini, tuguri, fabbrichette» – come avrebbe più tardi scritto Pasolini – Trevi sceglie alcuni episodi emblematici, che riconsegnino al pubblico la ferocia mista a tenerezza dei suoi protagonisti. Tra le buone prestazioni dell’intero cast spicca quella di Lorenzo Grilli, Er Riccetto, trait d’union tra i vari episodi, ben diretti da Massimo Popolizio. Lo spettacolo, già vincitore del Premio Ubu nel 2017, tra gli altri, convince nella sua coralità che fa rivivere una Roma che non esiste più, ma che continua ad affascinare, turbare e divertire quando rievocata.

Pasquale Pota 01-04-2019

Torna al Teatro Bellini di Napoli la rilettura di Tito Andronico e Giulio Cesare di Shakespeare operata da Michele Santeramo con regia di Gabriele Russo, nel primo caso, e da Fabrizio Sinisi con regia di Andrea De Rosa nel secondo. Due tragedie, o meglio un tentativo di tragedia e un’opera compiuta del Bardo, riportate in scena con l’intento di dimostrare la sua genialità e attualità quando si parla di potere, anche a distanza di cinque secoli. Il Tito Andronico è il primo tentativo di tragedia di Shakespeare, di gran lunga superato dalle opere successive. Il forte influsso senecano che caratterizza l’opera fa sì che l’orrore sovrasti irrimediabilmente il terrore in una catena di delitti raccapriccianti ed eccessivi, vera e propria rappresentazione splatter ante litteram, particolarmente apprezzata dagli spettatori del tempo. Non basta l’assassinio da parte di Tito del figlio minore della regina dei Goti Tamora: la donna, infatti, attua la sua vendetta tramite i suoi due figli, che uccidono il primogenito del generale e abusano di sua figlia Lavinia, lasciandola morente senza lingua e con le mani amputate. Con quegli stessi moncherini sanguinanti, poi, Lavinia traccerà nella sabbia i nomi dei suoi aggressori, che saranno a loro volta uccisi. Una catena di delitti infernale, che la riscrittura di Santeramo non manca di sottolineare con una certa ironia. La brama di potere, simboleggiata da una corona sospesa al centro del palco, è il motore trainante dell’opera, che si sofferma piuttosto sulle conseguenza del suo raggiungimento spesso brutale. Tito Giulio Cesare 1


Ed è proprio questo il tema di fondo che unisce la prima riscrittura shakespeariana a quella di Sinisi e De Rosa: il raggiungimento del potere, tema di fondo di tutte le histories del Bardo, è eviscerato attraverso le riflessioni di Bruto, Cassio e Casca, tre cospiratori dell’assassinio di Cesare. Il corpo del tiranno è posto al centro del palcoscenico, in attesa di essere sepolto da Antonio, che intanto si domanda cosa possa venire dopo Cesare. L’impianto scenico, ideato da Francesco Esposito, accomuna le due rappresentazioni con piccole modifiche. Le prime file della platea del Teatro Bellini risultano smantellate per far spazio ad un lungo palcoscenico che sembra voler inglobare il pubblico secondo quell’idea partecipativa del teatro elisabettiano, in cui gli spettatori più ricchi potevano occupare persino il palcoscenico. Un sistema di botole consente agli attori di sfruttare lo spazio sottostante il palco, mentre le quinte risultano quasi inutilizzate nel Tito Andronico, i cui attori occupano i lati dello spazio scenico in una sorta di coro che assiste e commenta ciò che vede. Assai discutibile appare invece la soluzione di Sinisi e De Rosa di mettere in musica la battaglia di Filippi nel finale del Giulio Cesare, una guerra che si immagina combattuta a colpi di bombe e gas letali per i nemici. Tito Giulio Cesare 2


Tito/Giulio Cesare nasce nell’ambito del progetto “Glob(e)al Shakespeare” presentato al Teatro Bellini nel giugno 2017 durante la decima edizione del Napoli Teatro Festival. In scena nel primo atto Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Fabrizio Ferracane, Martina Galletta; nel secondo, invece, Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini.

Pasquale Pota 26/03/2019

È stata presentata giovedì 14 marzo presso il Teatrino di corte del Palazzo Reale di Napoli la dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, la terza diretta da Roberto Cappuccio, organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival e realizzata con il sostegno della Regione Campania. La rassegna prevede, a partire dall’8 giugno e fino a 14 luglio, oltre 150 eventi distribuiti in 40 luoghi tra Napoli e altre città della Campania, 29 eventi internazionali di cui 19 prime in Italia e 44 prime di spettacoli italiani. Le sezioni del Festival, poi, diventano 12: alle 11 già consolidate si aggiunge quest’anno il Teatro ragazzi, vetrina di spettacoli e momenti di approfondimento rivolta alla migliore produzione per ragazzi. Il direttore Ruggero Cappuccio conferma grande interesse verso tutte le arti e le scritture di scena con grande attenzione al panorama contemporaneo. Molte le sedi della regione valorizzate da eventi, tra queste il Real sito di Carditello in provincia di Caserta, che ha versato per anni in stato di abbandono, il teatro naturale di Pietrelcina, in provincia di Benevento, la Reggia di Caserta, il Duomo di Amalfi e il Teatro Grande di Pompei, attivo a partire dal 20 giugno con la rassegna Pompeii Theatrum Mundi, organizzata dal Teatro Stabile di Napoli diretto da Luca De Fusco. NTFI 1

Centrale resta poi, per il terzo anno consecutivo, il Palazzo Reale di Napoli, sede principale del Festival che, oltre a biglietteria ed info-point, ospiterà concerti, proiezioni, spettacoli e mostre. Il suo Giardino Romantico ospiterà il Dopofestival nonché la proiezione delle pellicole previste per la sezione Cinema. La rete creata con Festival internazionali – tra cui il Festival di Spoleto, il Festival di Ravenna, il Shubbak Festival of London e il Weimar Art Festival – e con Istituti di cultura come l’Institut français di Napoli e il Goethe Institut, consentirà alla rassegna del Napoli Teatro Festival di indagare i temi della multiculturalità e della pluridentità. Connesse anche le varie università del territorio, l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa”, l’ Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” e l’ Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, al fine di sostenere un dialogo basato su un nuovo concetto di Europa e sulla molteplicità delle visioni artistiche. Tra i progetti in anteprima al Festival, il Progetto Pina Bausch presente il prossimo autunno al Museo Madre di Napoli, presentato a giugno con Moving with Pina, una conferenza danzata sulla poetica e sulla creatività della danzatrice e coreografa tedesca. NTFI 2

Numerosi i teatri della città che saranno coinvolti nella manifestazione: Teatro San Ferdinando, Teatro Trianon-Viviani, Teatro Sannazaro, Galleria Toledo, Teatro Bellini, Teatro Mercadante, Nest ed altri. Il debutto previsto presso il Teatro Mercadante già il 4 giugno con “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen adattato da Antonio Piccolo e con la regia di Arturo Cirillo per la Sezione Italiani. Previsti per la stessa sezione, tra i numerosi altri, “Il silenzio grande” di Maurizio De Giovanni con regia di Alessandro Gassman, “Erodiade” di Giovanni Testori presso il Teatro Elicantropo, e “4.48 Psychosis” di Sarah Kane con Mariateresa Pascale. Presso il Duomo di Salerno, invece, “Storie dal Decamerone” con Anna Foglietta. La Sezione Internazionali prevede, tra gli altri, “Eins Zwei Drei” creazione di Martin Zimmermann, in prima nazionale al Festival, “Sous Un Ciel Bas”, testo e regia di Waël Ali, in prima assoluta presso la Sala Assoli, e “Zinc” di Eimuntas Nekrošius in prima nazionale presso il Teatro Politeama. Tra i Progetti speciali si segnalano “Bellini Teatro Factory - Il Tempo orizzontale” per la regia di Gabriele Russo, “Essere Dylan Dog”, primo spettacolo teatrale, immersivo ed esperienziale, sul personaggio creato da Tiziano Sclavi, presso Palazzo Venezia, e “Antologia del Teatro greco contemporaneo”, un progetto di ETP Books, composto da otto testi scritti da altrettanti autori riconosciuti come rappresentativi della produzione teatrale greca contemporanea. La sezione Cinema, poi, prevede la proiezione di 13 pellicole presso il Giardino Romantico della Reggia di Napoli. Tra queste: “Otello” di Orson Welles il 19 giugno, “Macbeth” di Roman Polanski il 21 giugno, “Riccardo III” di Richard Loncraine il 25 giugno, “Shakespeare in love” di John Madden il 26 giugno e “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani il 28 giugno. A corollario degli spettacoli, infine, una serie di Laboratori e Mostre, tra cui “Dietro le quinte, Federico Fellini negli scatti di Patrizia Mannajuolo”, fino al 12 luglio, “Adda passà ‘a nuttata, a cura di Museo delle Arti Sanitarie, presso la Farmacia degli Incurabili e “Mario Francese 40 anni dopo: una vita in cronaca” presso il Palazzo Fondi fino al 14 luglio.

Pasquale Pota 16-03-2019

Che Toni Servillo fosse un esperto conoscitore del teatro era cosa nota, che sapesse anche parlarne per oltre 70 minuti catturando l’attenzione del pubblico, meno. “Elvira”, infatti, è una vera e propria lezione sul mestiere dell’attore e su cosa significhi realmente fare teatro. Lo spettacolo è basato sulle sette lezioni che Louis Jouvet – tra i più importanti esponenti del teatro francese del Novecento – tenne al Conservatoire National d’Art Dramatique, presso cui insegnava, alla sua allieva prediletta Claudia sul personaggio di Elvira nel quarto atto del “Don Giovanni” di Molière. Le lezioni furono stenografate dalla sua assistente Charlotte Delbo – poi deportata e sopravvissuta ad Auschwitz – tra il febbraio e il settembre del 1940, mentre Parigi veniva occupata dai nazisti. Le sette lezioni divennero uno spettacolo di grande successo già nel 1986, “Elvire Jouvet 40” di Brigitte Jaques-Wajeman, ripreso da Servillo nell’autunno del 2016 al Piccolo Teatro Grassi di Milano, che lasciò dopo un grande successo – 80 repliche – per approdare a Napoli e poi partire per una lunga tournée internazionale: tra le tappe anche quella parigina al Théâtre de l’Athénée, il teatro di Jouvet oggi a lui intitolato. Il ritorno dello spettacolo al Teatro Bellini di Napoli vede la traduzione del testo di Giuseppe Montesano ed un cast formato dallo stesso Servillo nel ruolo di Jouvet, affiancato da Petra Valentini nei panni di Claudia, e dai giovani Davide Cirri e Francesco Marino. Elvira Toni Servillo 3

Servillo si trova alle prese con uno spettacolo di successo, di cui firma anche la regia, portato in scena da Strehler già nel 1986, in quella che lui stesso definisce «un’esperienza che spinge il teatro ai confini della spiritualità». Le prove che la giovane attrice Claudia svolge per entrare nel personaggio di Elvira diventano dunque il pretesto per mostrare quella che è la creazione del personaggio e la stessa concezione di Jouvet del teatro, del quale è nota la distinzione tra acteur, il quale abita il personaggio con la sua personalità, e comédien, abitato da una infinità di personaggi da cui si lascia assorbire. «Per me il teatro è questo» scrisse Jouvet nel 1943 «una cosa dello spirito, un culto dello spirito. O degli spiriti». Le estenuanti ripetizioni del monologo di Elvira da parte dell’attrice Claudia non sono dunque volte alla ricerca di una perfezione, quanto piuttosto alla ricerca del «sentimento nelle parole», del senso profondo di ciò che si sta per mettere in scena. Se l’attore è «qualcuno che viene a consegnare un messaggio suo malgrado», come indicato da Servillo/Jouvet in scena, allora Claudia deve trovare Elvira dentro di sé, effettuare il procedimento inverso rispetto a quello che Servillo indica come tipico delle attrici di oggi, che non recitano più le parti di Ofelia o di Giulietta, ma se stesse in quelle parti. Elvira Toni Servillo 2

In “Elvira”, allora, il teatro si fa metateatro, racconto del teatro stesso, e dunque di per sé affascinante. Lo spazio del palcoscenico, quasi del tutto spoglio, si estende fino alle prime file della platea, da cui Servillo-Jouvet assiste alle prove di Claudia, interrompendo e consigliando. È lui stesso ad indicare le difficoltà di un testo del genere, spoglio di scenografie e musiche, in cui è solo la bravura e il sentimento dell’attrice ad essere centrale. L’atmosfera parigina degli anni Quaranta è rievocata dai costumi e dalle acconciature dei protagonisti e da una leggera musica che accompagna l’inizio e la fine della rappresentazione. Nel finale, poi, la musica lascia il posto all’annuncio radiofonico dell’occupazione nazista di Parigi, che pose fine alle lezioni di Jouvet e pone fine ora allo spettacolo.

Pasquale Pota 15-01-2019

Sotto lo sguardo impassibile di una luna nera e lucida, poi di un pallore spettrale e rosso sangue, si svolge la vicenda della principessa Salomè, figlia della Erodiade che ha sposato in seconde nozze Erode, tetrarca di Giudea e fratello del suo defunto marito. Il testo raramente messo in scena di Oscar Wilde, composto nel 1891 a Parigi e lì rappresentato per la prima volta nel 1896, giunge al Teatro Mercadante e ne apre la stagione 2018/19 dopo il successo estivo durante la rassegna Pompeii Theatrum Mundi. La bella scenografia pensata da Marta Crisolini Malatesta lascia dunque gli spazi aperti del Teatro grande di Pompei e si adatta a quelli del Teatro Mercadante, che esaltano allo stesso modo la sensualità e la complessità di un’opera un tempo considerata scabrosa: la sua rappresentazione a Londra avvenne solo nel 1931, dopo che vi si era abbattuta la scure censoria dell’epoca vittoriana che durò ben oltre la fine della sua regina. Salomè 1


La storia di Salomè si svolge in Giudea, dove il profeta Iokanaan – il Giovanni Battista della tradizione cristiana – è stato rinchiuso da Erode, inorridito dalle sue profezie sull’avvento del Messia e dalle sue condanne dei costumi dei monarchi. La principessa incuriosita dal comportamento del profeta chiede alle guardie di liberarlo per potergli parlare. Uscito dalla cisterna, Iokanaan proferisce parole di sdegno verso Erodiade, ma Salomè se ne innamora perdutamente: «Bacerò la tua bocca, Iokanaan» sussurra la principessa, bella come «un fiore lunare». Il profeta, però, la allontana inorridito e viene rinchiuso nuovamente. Quando Erode, che blandisce Salomè con le sue profferte nonostante sia suo patrigno, le chiede di danzare per lui in cambio di qualsiasi cosa desideri, Salomè accetta e dopo aver danzato chiede in cambio la testa di Iokanaan. Topazi, zaffiri, smeraldi, opali, nulla di ciò che Erode offre alla principessa al posto della vita del profeta può distogliere la glaciale Salomè dal suo intento: «Voglio la sua testa» continua a ripetere in un mantra ossessivo al tetrarca, che giunge a proporle in dono metà del suo regno. L’eccellente interpretazione di Eros Pagni, un tragicomico Erode, e di Gaia Aprea, algida e convincente Salomè, così come quella di Giacinto Palmarini – che seminudo e con lunghi capelli sulle spalle ricorda le icone cristologiche – esaltano l’intreccio di amore, passione e morte che caratterizza il testo di Wilde. Salomè 2


Luca De Fusco, ben consapevole della miscela insolita di drammatico, ironico, erotico e grottesco dell’opera, afferma di apprezzarla proprio per il suo carattere «spurio», elemento che da tempo predilige in teatro. Risulta dunque premiata la sua scelta insolita e coraggiosa di mettere in scena un testo così poco frequentato sulle scene: l’atto unico, che si risolve in poco più di un’ora e mezza, funziona grazie alla bravura dell’intero cast, ai costumi sontuosi e al mix di musiche – quelle originali di Ran Bagno – di danza e cinema. Resta il mistero riguardo la natura enigmatica e sfuggente della protagonista, che nonostante il suo amore per il profeta – «sei stato l’unico uomo che abbia mai amato» sussurra quando infine riesce a baciare la sua testa – ne chiede con insistenza maniacale la morte per decapitazione. De Fusco risolve il finale basandosi sulle teorie dell’antropologo René Girard, che parla di desiderio mimetico: Salomè ama talmente Iokanaan da volersi trasformare in lui stesso. E così, quando finalmente la principessa ne ottiene la testa e la bacia, bacia la sua stessa faccia, lunare, pallida e impreziosita da pietre.

Pasquale Pota 29-10-2018

Stranieri di diritto o napoletani di fatto? È questa la domanda da cui parte la prima edizione della rassegna organizzata dall’Assessorato alla Trasparenza del Comune di Napoli dal 19 ottobre al 19 novembre. Attraverso un fitto calendario di mostre fotografiche, eventi, seminari, passeggiate, dibattiti e reading, “Stranieri napoletani” si propone di indagare, nell’arco di un intero mese, lo status di tutti quei cittadini che, pur vivendo da decenni in città ed essendo perfettamente integrati nella realtà locale, ne vengono considerati estranei. L’assessore Alessandra Sardu con delega alla cooperazione decentrata prende le distanze da quelle forze politiche che nel Paese stanno adottando strategie xenofobe e razziste e afferma: «È la prima edizione di una rassegna che vuole riflettere sulla condizione dello straniero nel nostro Paese e in città e misurarne il grado di integrazione; le proposte per quest’anno sono davvero interessanti».

Il primo appuntamento è previsto per venerdì 19 ottobre alle ore 17.00 con la mostra fotografica “Born in Italy”, a cura di Carmen Sigillo, che racconta l’emozionante storia dei ragazzi della Tam Tam Basket di Castel Volturno, composta da ragazzi nati da immigrati africani stabilitisi in quell’area negli anni Novanta. A seguire dibattito sull’argomento nella Sala della Giunta di Palazzo San Giacomo, con la presenza del sindaco di Napoli Luigi de Magistris e dell’assessore Sardu, e con l’intervento dell’allenatore della squadra Massimo Antonelli, del testimonal del progetto ed ex giocatore NBA Linton Johnson III, e dei ragazzi della squadra. Tra gli eventi di maggiore rilievo della rassegna si segnalano il corso di italiano per stranieri a cura di ABC ACLI Beni culturali, che coprirà l’intero mese di rassegna, il ciclo di eventi “una scuola con tutti e per tutti” a cura del 38° circolo didattico “Quarati”, e la mostra fotografica “MUSLIMun – l’Islam a Napoli”, allestita presso il centro Europe Direct di Via Egiziaca a Pizzofalcone. Lunedì 5 novembre alle ore 10, si terrà invece l’ ”Erasmus Welcome Day”, nato da una collaborazione tra Europe Direct Napoli e l’Università “La Partenope”. Chiuderà il lungo mese di eventi l’ “AfricaNA Slow” a cura di Slow Food Campania.

Pasquale Pota 17/10/2018

Stranieri di diritto o napoletani di fatto? È questa la domanda da cui parte la prima edizione della rassegna organizzata dall’Assessorato alla Trasparenza del Comune di Napoli dal 19 ottobre al 19 novembre. Attraverso un fitto calendario di mostre fotografiche, eventi, seminari, dibattiti e reading, “Stranieri napoletani” si propone di indagare, nell’arco di un intero mese, lo status di tutti quei cittadini che, pur vivendo da decenni in città ed essendo perfettamente integrati nella realtà locale, ne vengono considerati estranei. L’assessore Sardu con delega alla cooperazione decentrata prende le distanze dalle quelle forze politiche che nel Paese stanno adottando strategie xenofobe e razziste e afferma: «È la prima edizione di una rassegna che vuole riflettere sulla condizione dello straniero nel nostro Paese e in città e misurarne il grado di integrazione; le proposte per quest’anno sono davvero interessanti».


Il primo appuntamento è previsto per venerdì 19 ottobre alle ore 17.00 con la mostra fotografica “Born in Italy”, a cura di Carmen Sigillo, che racconta l’emozionante storia dei ragazzi della Tam Tam Basket; a seguire dibattito sull’argomento nella Sala della Giunta di Palazzo San Giacomo. Tra gli eventi di maggiore rilievo il corso di italiano per stranieri a cura di ABC ACLI Beni culturali, che coprirà l’intero mese di rassegna, il ciclo di eventi “una scuola con tutti e per tutti” a cura del 38° circolo didattico “Quarati”, e la mostra fotografica “MUSLIMun – l’Islam a Napoli”, allestita presso il centro Europe Direct di Via Egiziaca a Pizzofalcone. Chiuderà il lungo mese di eventi l’ “AfricaNA Slow” a cura di Slow Food Campania.

Pasquale Pota 17-10-2018

È stato tuffo nel passato, ancora recente, e qualche anteprima di un futuro tutto da sentire, il concerto di Maldestro a ‘Na cosetta estiva. Il cantautore napoletano è tornato a Roma, domenica 8 luglio, per riabbracciare il suo pubblico e per presentare sul palco alcuni inediti che confermano, ancora una volta, la sua scrittura sempre più matura e la voglia di continuare a raccontare la realtà intorno, quella che, ad esempio, vive “Tra Venere e la Terra”, ossia a Scampia, quartiere di Napoli in cui Antonio Prestieri è nato e cresciuto e che gli ha regalato una grande sensibilità umana e artistica. Non è la prima volta che l’artista omaggia la sua terra attraverso la musica; proprio nell'album di esordio - dal titolo “Non trovo le parole” -, è presente “Io sono nato qui”: una poesia tanto evocativa quanto malinconica, suggestiva e vera nella sua capacità di descrivere una porzione di mondo “dove le vele hanno una rotta da seguire, dove chi sogna di poterci rimanere, dove chi crede che è possibile cambiare e da un balcone vedere persino il mare”. maldestro-foto-2016
È con il fortunato brano “Abbi cura di te” che inizia il concerto a ‘Na cosetta estiva; Maldestro viene accompagnato dalle voci del suo pubblico, da chi lo stava aspettando da tempo nella Capitale e da chi era lì per la prima volta, con la sensazione di conoscerlo da sempre, per le storie di vita che canta, in cui è possibile rivedere uno o tanti nostri momenti. È il caso, ad esempio, delle parole di “Sopra il tetto del comune” – brano vincitore della XXV edizione di Musicultura – oppure di “Dannato amore”, storia che ha il sapore di whiskey e di carnalità, o “Dimmi come ti posso amare”, che disegna la sensazione di precarietà economica e, di conseguenza e in maniera forzata, di quella sentimentale in cui siamo intrappolati, le stesse a cui cerchiamo di sfuggire coltivando attimi fatti di sguardi e di certezze che si possono avere solo tra le mani, scavalcando le domande sul futuro. Il pubblico di ‘Na cosetta aveva già ascoltato dal vivo i pezzi del secondo disco – “Che ora è”, “Prenditi quello che vuoi”, “Arrivederci allora”, “Io non ne posso più” e “Tutto quello che ci resta” -, in occasione del tour solo acustico durante la scorsa stagione invernale del locale romano; questa volta invece Maldestro li ripresenta sotto una nuova veste, grazie agli arrangiamenti rivisitati con la collaborazione dei suoi nuovi compagni di viaggio, Paolo del Vecchio (bouzouki, chitarra elettrica, mandolino, ukulele), Luigi Pelosi (contrabasso), Sara Sgueglia (percussioni, tastiere, cori), Nicolò Fornabaio (percussioni, batteria). Non poteva poi mancare in scaletta “Canzone per Federica”, presentata sul palco dell’Ariston nel 2017, quando il cantautore napoletano si è aggiudicato il secondo posto a Sanremo Giovani e ha ottenuto grandi riconoscimenti artistici, tra cui il Premio della Critica Mia Martini.
Con la chitarra tra le mani, in attesa di essere suonata, Maldestro si lascia andare a riflessioni sull’attualità, pensieri da condividere con la speranza di essere non solo ascoltati, ma percepiti nella loro grande forza: così lui, poco prima di cantare “Sporco clandestino”, ha voluto dare sfogo, nel suo piccolo, davanti a un microfono e di fronte a occhi attenti, all’insofferenza della società in cui viviamo, la stessa in cui, ricorda bene, l’attuale Ministro dell’Interno sta seminando il terrore nei confronti delle tante persone che lasciano la propria casa per tentare di vivere; però le parole di Maldestro ci ricordano che siamo tutti stranieri, estranei al mondo e a noi stessi, diversi nella concezione più affascinante, più ricca e non sappiamo, a volte, riconoscere il bello in questa nostra forza. Ci si aiuta così, con la musica e la poesia, a riscoprire noi stessi, impolverati dalla cattiveria umana, bersagliati da voci che conducono ad altre voci, come quella del verbo “annegare”, e azioni che dovrebbero non appartenerci.
E allora “Arriverà la pace”, si augura il cantautore in un suo brano: un gesto di speranza, la voglia di una consapevolezza che, si spera, possa essere non troppo remota, ma più vicina possibile ai nostri giorni, agli uomini che fuggono da guerre civili, interiori, dalla malattia della povertà d’animo. Chi andrà ai prossimi concerti di questo tour estivo dell’artista partenopeo avrà anche il piacere di ascoltare, per la prima volta, “Dadaista”, “Tutto come prima”, “Treni a vapore” e “Catene”.
Il concerto termina con un abbraccio, tra Maldestro e i musicisti, con lo sguardo del cantautore nascosto dagli occhiali, che memorizza i volti di chi era lì per condividere una serata di suoni, di parole che si rincorrono in versi, di brindisi e di auguri, quelli che sfidano la guerra e la paura a ritmo di poesie e di applausi.

Lucia Santarelli 10/07/2018

 

Prende vita tra i giardini dell’Istituto di cultura francese di Napoli e poi nella piccola sala del teatro Galleria Toledo il progetto di Renato Carpentieri di mettere in scena una serata con Albert Camus. L’attore e regista, reduce dalla vittoria del David di Donatello lo scorso marzo, si esibisce in una riduzione per la scena del romanzo La caduta di Camus, da lui trasformato in un notevole monologo, per poi vestire i panni di regista e attore del testo teatrale Il malinteso, scritto da Camus nel 1944 e portato in scena per la prima volta a Parigi nello stesso anno. L’opera racchiude molti dei temi della riflessione filosofica di Camus: l’aspirazione dell’uomo alla felicità che si risolve nella vanità di tutti i suoi sforzi, l’assurdità dell’esistenza umana, l’esilio, l’indifferenza di un Dio che finisce per negargli la possibilità di aiuto.  Camus 1


La vicenda ha luogo in un posto non meglio precisato dell’Europa centrale: due donne, una madre e sua figlia Marta, portano avanti una locanda – spogliata di ogni caratterizzazione tanto da renderla luogo simbolico – uccidendo alcuni degli avventori facoltosi e solitari che pernottano presso di loro. L’arrivo del figlio Jan, che si era allontanato molti anni prima per cercare fortuna altrove, mette nuovamente in moto il meccanismo: l’uomo decide di non rivelare la sua identità – contribuendo a forgiare quel destino di cui diviene quasi uno zimbello – e non viene riconosciuto dalle due donne, che decidono di attuare come sempre il loro piano. Sua moglie Maria, che insiste affinché Jan usi «parole semplici» e si riveli alla famiglia, viene quindi allontanata, mentre il giovane si sistema nella fredda camera in cui gli sarà servita una bevanda contenente sonnifero. Madre e figlia, per la prima volta, esitano nel compiere la loro azione criminale: la prima ribadisce numerose volte la sua fatica, quasi una stanchezza atavica o un male di vivere, mentre l’ostinatezza della seconda finirà per convincerla. Per la figlia, che ha trascorso le sue giornate migliori nel grigiore della locanda senza essere amata e considerata da nessuno, è questo l’ultimo delitto che la separa dall’inizio di una nuova vita in luoghi tropicali, vicina al mare in cui sogna di immergersi. Paradossalmente, è lo stesso Jan che la convince ad ucciderlo rinnovando nella sua fantasia le immagini di spiagge, fiori e primavere dei luoghi nei quali ha vissuto. Il vecchio domestico, l’unico che sin dall’inizio è consapevole dell’identità del giovane, non fa nulla per avvertire le donne e lascia semplicemente che compiano lo scempio: è il Caso, o Dio, nella concezione che Camus intende conferirgli, e il suo «No» finale – una delle due sole battute che Renato Carpentieri pronuncia in scena – alla richiesta di aiuto da parte della vedova Maria ne è la riprova. Camus 2


Madre e figlia, conosciuta la verità, si uccidono entrambe, ma spinte da diverse necessità e in modi diversi: la vecchia signora si abbandona nelle stesse acque del fiume in cui è stato trascinato il corpo del figlio, mentre la seconda fa riferimento ad una trave robusta di una delle stanze della locanda. Evidente la simbologia legata all’acqua, elemento che in tutte le culture fin dalle origini è emblema della purificazione: c’è qualcosa nella morte per acqua dell’anziana donna stanca dell’Ofelia shakespeariana e di quella, più recente, di Virginia Woolf che si abbandonava ai flutti del fiume Ouse, nel Sussex. Restano alcuni degli interrogativi posti dall’autore: perché il figlio non si riveli semplicemente alla famiglia, innanzitutto, e quale sia il compito dell’uomo una volta accettata l’idea che la vita è un assurdo che non può essere risolto postulando l’esistenza di una divinità. Eccellente la prova attoriale di Maria Grazia Mandruzzato nei panni della madre, che riesce a rendere con una recitazione calibrata e intensa, non banale la regia di Renato Carpentieri, sostenuta da una scenografia semplice ma funzionale e impreziosita dagli ottimi costumi di Annamaria Morelli. Nella spietatezza quasi senza confini della figlia, invece, si ritrova in parte il personaggio della Peste protagonista de Lo stato d’assedio del 1946, con cui condivide una battuta – «l’amore, che cos’è?» – e bisogna forse fare riferimento ad una battuta dello stesso testo di Camus per comprendere il significato ultimo dell’opera dell’autore: «Essere un uomo, questo m’interessa».

Pasquale Pota 25-06-2018

«Vi piacerebbe essere svegliati durante un sogno?» chiede la voce che raccomanda di spegnere i cellulari ad inizio spettacolo, ma è quasi un incubo quello in cui si viene precipitati nei primi momenti della rappresentazione: luci bianche e blu piovono sul pubblico mentre tutti i personaggi corrono giù dal palco e una di loro – Ippolita – viene trainata su attraverso una corda. Il forte impatto visivo è completato dalle poche note da nenia che si trasformano in musica rock. È bene dirlo subito: le interpretazioni troppo ardite dell’opera di Shakespeare quasi mai risultano convincenti, e corrono spesso il rischio di perdere di vista il testo già di per sé perfetto. E invece, la rappresentazione pensata da Terza Generazione - Cantiere Teatrale Flegreo per la regia di Michele Schiano di Cola riesce a cogliere il senso dell’opera shakespeariana facendone emergere la sua vera natura: quella di commedia. È proprio il riso, infatti, in Sogno di una notte di mezza estate, a collegare il mondo umano a quello naturale e alle creature fantastiche che popolano la selva, oltre alla metamorfosi asinina subita da Bottom a causa di Puck, antica figura del folklore nordico, qui vero e proprio deus ex machina della storia. compagnia


Shakespeare dà ulteriore energia al versante comico dell’opera attraverso la recita messa su da Bottom e compagni per allietare le nozze di Teseo e Ippolita che fanno da sfondo agli avvenimenti. La messinscena di Cantiere Teatrale Flegreo pone particolare attenzione all’allestimento comico della Lamentevolissima commedia e la crudelissima morte di Piramo e Tisbe, che risulta la parte meglio architettata e riuscita dello spettacolo: perfetti Pako Ioffredo e Luigi Bignone nei panni dei comicissimi Piramo e Tisbe. La commedia, tra le più note di Shakespeare, presenta già nel titolo alcuni dei suoi elementi fondamentali: il sogno, lo stato tra realtà e irrealtà, la notte, ovvero il momento in cui tutto assume forme alterate, e il passaggio alla stagione estiva, accompagnato in numerose civiltà da riti connessi alla fertilità. Il bosco, poi, luogo del dionisiaco e dell’onirico è contrapposto alla corte, ovvero l’apollineo e la razionalità, due piani contrapposti della narrazione; terzo piano è proprio quello del racconto del mondo degli artigiani, dell’arte: l’intento di Shakespeare è quello di rappresentare uno spaccato sociale del tempo, quello dei mestieranti e attori, attraverso la pratica del play within the play cara agli elisabettiani. puck


L’allestimento è calato, secondo le dichiarazione dello stesso regista, in un contemporaneo non naturalistico e si domanda quale possa essere il significato oggi di fate e folletti, del bosco o del conflitto tra apollineo e dionisiaco. La difficoltà del comprendere lo scarto all’interno della rappresentazione diretta da Schiano di Cola sta proprio nella capacità del Bardo di trattare temi e argomenti che riguardano l’uomo elisabettiano quanto quello del XX secolo, tanto che alcune delle istanze poste dai personaggi shakespeariani sono valide ancora oggi. La messinscena del Cantiere Teatrale Flegreo gioca, poi, su alcuni capovolgimenti: il più evidente e riuscito, quello di un Puck in scena con bastone e occhiali da non vedente e privo di quella velocità e prontezza tipici del folletto shakespeariano. Nel finale, forse, la chiave di interpretazione più convincente dell’opera: Botton cerca di spiegare al pubblico il sogno che ha vissuto, il momento della sua trasformazione in asino, e non vi riesce: un sogno che supera ogni capacità per un uomo di poterlo raccontare.

Pasquale Pota 14/06/2018

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