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CASTIGLIONCELLO – Il Castello Pasquini rimane sempre baluardo, sta imperioso sulla collina con i merli a creare ombre, a prendere il vento, con il dragone di rame sull'angolo a scandagliare il mare. La sera una grande proiezione illumina con scritte e logo il lato b della struttura finto medievale e dalla pineta la visione è estiva, festivaliera, frizzante e nostalgica insieme. Rimane nell'aria quella polvere di stelle di non-detto, ai margini di un bosco da favola dove perdersi tra rami e siepi, dove pungersi, dove diventare grandi. Il clima è sereno, e non parlo di quello meteorologico, l'atmosfera pacata: una delle più belle edizioni degli ultimi anni di “Inequilibrio” (ancora per la direzione della ditta Fumarola-Masi), più matura, con artisti consolidati, scelte curate, grande attenzione, molte proposte quotidiane, parole di senso. Le ore passano placide a Castiglioncello tra un tuffo dal cemento e una passeggiata lungo mare, tra le bancarelle di libri scontati, qualche pittore che tratteggia la sua tela, un gelato rischiaratore, le panchine che gettano l'occhio agli scogli, qualche vela che solca i riflessi al largo. C'è un'aria d'antan che non stona affatto, basta coglierla, accoglierla, respirarla nei passi attenuati, in questo andamento lento che ci spinge, assolati, qui dove tutto scorre uguale a se stesso, dove la sua ricchezza sta proprio in questo immobilismo che rassicura, che ristora, che conforta.Sarteanesi-Bosi-foto-di-Antonio-Ficai-8.jpg

Lentezza e stallo, cappa e indolenza che abbiamo riscontrato nel toccante “Bella Bestia” (prod. Officine della Cultura, sostegno di Armunia e Kilowatt) dove, fin dal titolo, si gioca ossimoricamente tra due caratteri che tentano di affossarsi a vicenda, già sprofondati nelle loro grame vicende personali senza trovare un appiglio per salvarsi, una mano alla quale aggrapparsi per tornare a boccheggiare in superficie. Due attrici (cariche, dense, riescono a toccare gli organi interni in un'altalena di up & down) che si incastrano alla perfezione, Francesca Sarteanesi, che fa della freddezza diretta uno stile che taglia a fette la scena, e Luisa Bosi, cinicamente tenace, pugnace che va dritta al punto. Donne con la d maiuscola. Dentro questo interno cupo, pare un inverno del nostro scontento, e ovattato in un cotone doloroso e dolorante, grondante miserie e recriminazioni, escluse, emarginate o autorecluse, l'ansia e il malessere la fanno da padrone autoalimentando le paure dell'una e la sfrontata verità schiaffata in faccia dell'altra.

Hanno talmente tanti timori che lì dentro, almeno lì dentro, loro sconfitta e unico recinto dove poter essere libere, possono sfogarsi per rimanere ancorate, senza possibilità di redenzione o vendetta o rilancio o reazione, alle se stesse che conoscono, nella sofferenza accertata, nel disagio conclamato, assediate da statue di dobermann (ad ogni buio aumentano, quasi fosse la sequenza di Fibonacci) che, impassibili, le guardano, non sapendo se sono lì per proteggerle oppure per non farle uscire dal loro guscio che magistralmente si sono costruite a forza di fango e silenzi, di attese e treni perduti. Da un lato un male depressivo a confronto, in contrasto con un male inequivocabile dettato da cartelle cliniche e radiografie: Sarteanesi-Bosi-foto-di-Antonio-Ficai-17-1200x800.jpgqual è il più forte, il più vero, il più compassionevole? Quale quello che realmente ha più diritto di cittadinanza e di espressione? I giochi dell'immedesimazione dell'una per esorcizzare scene e personaggi della vita dell'altra sono al tempo stesso spassosi e lancinanti. Due interpreti beckettiane (hanno abiti a fiori ma appassiti; ci ha ricordato i testi di Armando Pirozzi) con inserti reali di chat vocali esilaranti e ridicole che ci portano sul terreno di che cosa cerchiamo nelle nostre solitudini fatte di tastiere e di sesso come antidoto all'infelicità. Il comico del tragico, il dramma del sorriso inopportuno: “Io ho un tumore”, “Io invece ho una cena” si lanciano. Siamo tutti troppo tesi ad ascoltarci che non sentiamo più gli altri: “Non è una questione di tempo. E' una questione di tempo perso”. L'indifferenza disperata le ha frastornate, irrigidite, trasformate, colpite, inginocchiate; la triste e cruda verità sbattuta come uno schiaffo può essere antidoto o annientamento: la bestia, fintamente bella solo quando ti assuefai al suo morso, è sempre lì in agguato: teatro che scuote.

Se l'insoddisfazione prende alla gola come ossigeno che manca forse non è il caso di cambiare situazione o città o Stato ma proprio pianeta, anche se, nella maggior parte dei casi i guai continuano a (in)seguirci perché ce li portiamo dentro come ferite o cicatrici. ph-Francesco-Tassara-2436.jpgLa soluzione, fallace ed errata, potrebbe essere “Vieni su Marte” (prod. VQM, Gli Scarti, sostegno Officina Teatro, Kilowatt, Asini Bardasci, 20Chiavi, Mibact, Siae), un invito per cercare quel cambiamento che non è stato possibile affrontare nella nostra esistenza terrena e dove abbiamo finora fallito sul globo terracqueo forse sarà possibile centrare l'obbiettivo della conquista della felicità sopra un altro corpo celeste. L'idea, magistralmente teatralmente messa in scena dai Vico Quarto Mazzini (lontani dal non fortunato “Little Europa”), parte dal progetto reale di costruire una colonia permanente su Marte. Chi voleva poteva spedire un video di presentazione ed elencare le sue qualità, propensioni e ambizioni per essere scelti per andare a vivere e procreare sul pianeta rosso. Arrivarono oltre 200 mila candidature che intermezzano la narrazione dei VQM fatta di quadri tanto angoscianti quanto grotteschi, tanto divertenti quanto iperbolici, quadri dove Michele Altamura e Gabriele Paolocà, straordinari interpreti con grinta da vendere, dietro un velatino angosciante, si trasformano in psichiatra Vieni-su-marte-ph-Francesco-Tassara-2668-1160x773.jpgnapoletano e concreto e marziano dolcissimo, aulico e poetico “dipingendo stelle”, in due bifolchi razzisti, in un professore precario mandato ad insegnare ai figli dei muratori che stanno costruendo come forsennati case ed edifici per la colonizzazione di Marte. La voglia di fuga declinata in più sfaccettate versioni, uno spettacolo necessario per capirci meglio, per frugare la nostra paura della morte, per scovare il nostro germe che ci fa pensare al passato per migliorare il nostro futuro non riuscendo a vivere serenamente il presente con la costante spada di Damocle sul collo della fine, più o meno imminente: teatro di qualità.

E dopo la disperazione e l'insoddisfazione ecco l'incomprensione eclatante e abbagliante nel confronto genitori-figli che esplode in tutta la sua violenza nel “Padre nostro” (prod. Babilonia, Corte Ospitale, Operaestate Veneto) dei Babilonia Teatri andato in scena in mezzo agli scogli alle prime luci del giorno tra pozzanghere di lacrime create dal mare dove poter annegare, rocce appuntite Babilonia-Teatri-Inequilibrio-22-foto-di-Antonio-Ficai-15.jpgcome dialoghi incandescenti, scene tattili di corpi che si cercano, si tengono, si spingono, si scontrano senza incontro, si hanno, si mangiano, si mordono, si muovono come astronauti in punta di piedi su questo paesaggio lunare tagliente come fossero massi frastagliati lavici. Due adolescenti e un padre (anche Mario Perrotta si è soffermato sulla figura nel suo ultimo “In nome del padre”) duro, reazionario, urlante indicazioni e ordini e doveri e obblighi senza empatia, autoritario, dittatoriale, soldatesco, militaresco, manesco, contro (la madre grande assente, neanche nominata). Una visione del genitore maschio un po' datata, vecchio stampo quando oggi i padri sono dimessi, attenti al politicamente corretto, impantanati se dover dare un'educazione fatta anche di rifiuti e no decisi o dire sempre di sì. Cos'è rimasto del padre in tempi di inseminazione artificiale, di adozione da parte delle coppie dello stesso sesso, di uteri in affitto e di genitore 1 e genitore 2?

Stavolta i Babilonia, Enrico Castellani e Valeria Raimondi, non sono in scena: hanno scelto invece un padre con i suoi due figli, Maurizio, Olga e Zeno Babilonia-Teatri-Inequilibrio-22-foto-di-Antonio-Ficai-16.jpgBercini in un saliscendi di emozioni, una liturgia laica di carezze e mano pesante, di battesimo quasi ad annegare fino alla spoliazione da parte dei figli del padre che rimane come un verme sulla riva ormai depotenziato e fragile, annientato come uno straccio mentre Tom Waits gracchia e raschia. Un padre di quelli che non ce ne sono più, con sigaro, birra e fucile, una fotografia di qualche decennio e generazione fa dedito alle percosse e alle botte, condito con zero dialogo. I figli che uccidono, metaforicamente, il padre puntandogli addosso carabine giocattolo, vomitandogli addosso disprezzo e astio, vendetta e punizioni in una vera e propria esecuzione da Safari. E' un j'accuse arrabbiato, un processo, “Caro padre ti scrivo, così mi distraggo un po'”, una lettera d'addio, un funerale quando, ormai indebolito nel corpo e nella mente, gli mettono il pigiama d'ordinanza da ospizio e, forse perdonandolo nel passaggio di consegne, lo invitano a fare il grande balzo, un tuffo nel blu dipinto di blu, perché il dolore della perdita azzera il passato: teatro di forte impatto.

Infine non possiamo non citare un attore che ci ha mosso, spostato e sollecitato, Eugenio Mastrandrea, visto nelle vesti della nobildonna nella “Contessa tra i sessi” tratto da Palazzeschi in un ruolo pieno di charme e tensione in versione Conchita Wurst pasoliniana, che ci ha ricordato la lucidità e la consapevolezza di Luca Marinelli: una grande presenza scenica. Castiglioncello vale sempre, ancora, una messa.

Tommaso Chimenti 10/07/2019

Foto "Bella Bestia" e "Padre nostro": Antonio Ficai;
Foto "Vieni su Marte": Francesco Tassara

FIRENZE – “Extraterrestre portami via voglio una stella che sia tutta mia, extraterrestre vienimi a cercare voglio un pianeta su cui ricominciare” (Eugenio Finardi, “Extraterrestre”).

Una cosa è certa: non arriverà nessuno a salvarci dalle nostre piccole miserie quotidiane. Ed anche che “marziani”, strani, curiosi, diversi, lo siamo o ci sentiamo tutti, nel nostro intimo soli e incompresi, nei confronti degli altri, del mondo che ci ruota attorno troppo veloce e che non sappiamo fermare, regolare, controllare. Tutto sembra sfuggirci di mano, come la sabbia di Vada, da lontano tutto ci sembra bello e lucente per poi accorgersi che da vicino la spiaggia cristallina altro non è che scarti di produzione di scaglie di sapone. Ci si palleggia da una parte l'insoddisfazione dall'altra quella rassegnazione cinica che ha come faccia della medaglia ora una lucidità menefreghista e adesso una depressione cosmica. Che da “alieno” comunque deriva anche il verbo, con accezione negativa, “alienarsi”.00marziani
Se dieci anni fa “I marziani” di Alberto Severi (ecco la recensione dell'epoca: http://www.scanner.it/live/marziani3184.php), penna sottostimata dal sistema teatrale nostrano, prendevano il la dall'avvistamento collettivo di dischi volanti sopra lo stadio Artemio Franchi, durante una partita di campionato della Fiorentina, oggi i due coniugi agée se ne vanno in vacanza con quel “Life on Mars” di Bowie nelle orecchie che arriva, in cassetta, direttamente da Londra. Ma non sono le ferie di agosto che esploderanno con il boom fittizio e speculativo degli anni '80. “I marziani al mare” (la produzione è un bel connubio tutto fiorentino tra Teatri d'Imbarco del Teatro delle Spiagge e Pupi e Fresedde del Teatro di Rifredi) possono permettersi soltanto il litorale distante un centinaio di chilometri da casa, da quella Firenze che è tanto acida quanto culla accogliente, in un periodo, settembre, che potrebbe essere declinato come “partenza intelligente” o “scarsa liquidità”. Sono “beckettiani” nel senso che attendono qualcuno che non arriverà, la figlia, un nuovo amore, le notizie dal Sudamerica, un segretario di partito che conduca il PCI al governo, e al contempo sono “anti-beckettiani” perché qui non c'è niente di sospeso, di assurdo, ma tutto è, a tratti purtroppo, estremamente palese, terreno, reale, materiale.
001marzianiSiamo nel '73, precisamente l'11 settembre, data che ai più fa venire in mente quello newyorkese del 2001, più mediatico e culturalmente vicino, mentre quello degli anni settanta ci conduce al colpo di Stato cileno di Pinochet. I nostri due antieroi dell'epoca (c'è un'affinità alta e calzante, un'alchimia pizzicante, una chimica intrecciata tra la colorita Beatrice Visibelli e il carnale Marco Natalucci) sono ancora lì, con le loro convinzioni sempre meno certe in un mondo sempre più grande e globale, che ha appena passato il '68 e che respira un'aria di guerra, il Vietnam, come mode, trasgressioni, personaggi, atmosfere che provengono da ogni parte del globo e fanno immaginare e stuzzicano la voglia di andare, partire, anche solo con la fantasia sognando ad occhi aperti angoli felici e spensierati.
Invece, anche in vacanza, Alvaro, comunista convinto in pensione, e Mara, casalinga pia, nella solitudine di una spiaggia-limbo-Purgatorio, rimangono sempre loro stessi con gli odi, i rancori, le certezze conservative, consolatorie e traballanti sul Partito, la Chiesa, la società, le confessioni inconfessabili. Unico appiglio-gancio verso quell'esterno incomprensibile che viaggia troppo spedito per essere capito, è la figlia che abita nella terra di David Gilmour e si è fidanzata, addirittura, con un ragazzo di colore.0marziani
Alle loro spalle si muovono, ed è un fondale più che altro emotivo e dell'anima (la regia curata di Nicola Zavagli li mette su un bagnasciuga dove la linea del mare evocativa è rappresentata da scatoloni trasparenti), di colori accecanti e abbaglianti, arancione psichedelico, verde lisergico o filtri fucsia allucinogeni, la moglie che vuole fare citazioni colte ma sbaglia parole o lettere (“I Beatles si sono disciolti” o “Questo è un romanzo d'appendicite”; qui Severi tira fuori tutto il suo bagaglio e armamentario sarcastico, satirico, pungente, irriverente, alla faccia del cognome che porta), il marito retrogrado su questioni razziali e sessuali.
La scrittura di Severi è una poesia contadina e concreta, fresca e ingenua che ci porta non a un piccolo mondo antico e arcaico, sano e bucolico, ma in una sfera bonaria e perdonabile, un angolo carezzevole in bianco e nero, scusabile, e per questo amabile, leggero non perché stupido ma perché ignorante, non analfabetizzato, non studiato né colto, un piccolo antro da guardare con simpatia e nostalgia, un “com'eravamo” che non tornerà più, dove tutto era più semplice, lineare, con quella patina provinciale spaurita, incerta, minima, chiusa al borgo ma al tempo stesso croccante, tangibile, fatta di persone, di mani, di vicinato.
E poi c'è il grande gioco sintattico e bartezzaghiano che da “marziani” ci porta ai “mariani” (i devoti di Maria) dalla parte della pia moglie, e dall'altra ci instrada verso i “marxiani” (i seguaci di Marx) sulla sponda del “compagno”. Un viaggio interstellare che a Bowie affianca “The dark side of the moon” dei Pink Floyd perché la solitudine della coppia è amplificata dalla consapevolezza che “un altro mondo sia possibile” rispetto al loro piccolo guscio, “Gli anni sono volati via come dischi volanti”, e tutto sta scivolando verso una end che non sarà happy. Nessun buonismo, Severi non lo è mai stato.

Io vivo nei panni di un alieno che non vola, che non mi assomiglia ma io vivo ai margini di una vita vera e non mi riconosco” (“L'alieno”, Luca Madonia- Franco Battiato).

Tommaso Chimenti 06/01/2017

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