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È verità universalmente riconosciuta: in tempi di crisi, c’è una proporzionalità diretta tra l’andamento della società e l’attenzione parossistica al cibo. Oggi viviamo nell’era dei contest culinari dove Master Chef e varianti su tema la fanno da padrone; nell’Atene di fine V secolo, Aristofane immaginava un sudicio Salsicciaio per ricoprire la carica di primo ministro: non è cambiato nulla. Assistere a “I Cavalieri” con la regia di Giampiero Solari al Teatro Greco di Siracusa risulta un’esperienza perturbante. È una sfida all’ultima pietanza, a colpi di lusinghe, prelibatezze, insulti e volgarità – come i nostri talk show in fondo, qui in versione ring da box – tra il ministro uscente (Paflagone, il pellaio adulatore) e l’uomo appoggiato dai Cavalieri, il Salsicciaio appunto (arrogante e miserabile, provvisto di «tutto l’armamentario del vero demagogo»).
Cavalieri castEd ecco il paradosso de “I Cavalieri”: tra le commedie di Aristofane più marcatamente calate nella sua contemporaneità (Paflagone, interpretato da Gigio Alberti, altri non è che il Cleone della Guerra del Peloponneso), eppure proprio per questo ancora universalmente valida. Di un’attualità sconvolgente. L’allegoria politica, però, risulta troppo marcata e in alcuni punti manca di nerbo comico. Regia semplice e funzionale, spartana quasi, ma la sensazione è di uno spettacolo a rallenty. La temperatura in scena non si riscalda con il botta e risposta dei personaggi – che il pubblico sia stanco del turpiloquio e delle bassezze negli alti e bassi della vita quotidiana e politica? I giochi di parole fanno scappare solo qualche sorriso: è frainteso in ‘intestino’ il ‘destino’ del Salsicciaio (un Francesco Pannofino volutamente sottotono nonostante il timbro naturalmente roboante e vulcanico della voce, qui al servizio della piccineria morale del suo personaggio), mentre Demo (un effeminato colonnello in tacchi glitterati oro, Antonio Catania) scambia ‘oracoli di Apollo’ con ‘petti di pollo’.
Cavalieri salsicciaio ministroVero cuore pulsante dello spettacolo è la tromba di Roy Paci: scandisce i tempi, musicali e drammaturgici, è personaggio a sé che esprime ora dissenso ora euforia nell’interazione con gli altri personaggi. Per la prima volta come attore nel ruolo di Corifeo, è lui il responsabile delle musiche originali che compongono colonna sonora e intermezzi della commedia. Viene scelto un tempo di valzer da sagra paesana, che verso la fine lascia il posto alle sonorità della fiesta da Repubblica delle Banane (il Salsicciaio è ormai riuscito a spodestare il Pellaio entrando nelle grazie di Demo). Si conferma come virtuoso della tromba, ma piega il ruolo di attore al ruolo di presentatore, come sottolineano il completo giacca e cravatta blu notte con lustrini nonché il frequente appello ad una partecipazione attiva del pubblico – effetto show tv di prima serata. Lo spettacolo è introdotto con il suo siparietto-ouverture musicale e il suo commento di benvenuto ad una «cerimonia di trasformazione politica» (questa la sua definizione di commedia). A garantire plot e contestualizzazione, vi è l’effervescenza verbale di Giovanni Esposito, nel ruolo del servo Demostene sorretto dalla spalla Sergio Mancinelli (l’altro servo, Nicia): lieve cadenza partenopea, agile padronanza del registro grave e di quello più acuto, vis immaginifica e plastica, nel creare lo scenario mentale e nell’occupare la scena fisica. Pensata da Angelo Linzalata come sfondo naturale a basso tasso di invasività ed alto di funzionalità, la scenografia lascia il posto al testo del commediografo (qui nella traduzione di Olimpia Imperio), ma in realtà è sempre lei, la tromba di Paci, a determinare accenti e accelerate all’azione. Complementari alla definizione dello spazio scenico più che alla drammaturgia sono pure i ragazzi dell’Accademia D’arte Del Dramma Antico impegnati nel coro, Cavalieri in zeppe e grottesche maschere da marionette, con i corpi deformati dei sudditi della Regina di Cuori nell’ “Alice in Wonderland” di Tim Burton.
Cavalieri maschere coroSentenzia e ammonisce Demo-Antonio Catania in chiusura: «la commedia è un’arte esile esposta ai giudizi affrettati» e augura agli spettatori di uscire dal teatro «baciati dalle riflessioni ma soprattutto dal buon umore». L’affermazione, pur condivisibile, assume il sapore di una giustificazione o di un indirizzamento. Le difficoltà del genere comico sono innegabilmente riconosciute e superano quelle della cugina Tragedia; i codici della comicità variano al variare delle epoche e del costume, tanto sono legate alla satira politica, alle sfumature linguistiche e alla messa alla berlina della morale e della corporeità. La commedia è mobile, qual piuma al vento, necessita di comprensione profonda, di intuito e di abilità. Di massimo rispetto e di massima libertà. Tra le luci giallo-verdi, i «Mi consenta» e l’invocazione all’onestà, “I Cavalieri” di Solari sono la dimostrazione che ogni transizione di leadership non è altro che il passaggio da un pellaio disonesto e un salsicciaio aspirante tale.

Ph. Maria Pia Ballarino, Franca Centaro

Alessandra Pratesi
6/07/2018

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