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La Parola è una potente Signora, metteva in guardia il sofista Gorgia. E sulla parola, infatti, è giocata “Le Rane”. Terminate le repliche de "I Cavalieri" di Solari, la commedia metateatrale di Aristofane torna al Teatro Greco di Siracusa il secondo anno consecutivo per la regia di Giorgio Barberio Corsetti con il duo di comici palermitani nei ruoli principali. Dioniso (Salvo Ficarra) si mette in viaggio con il suo servo Santia (Valentino Picone) per l’Oltretomba con l’intento di riportare in vita Euripide, poeta tragico per il quale lui – un dio – ha una vera e propria venerazione. Nel panorama contemporaneo, infatti, il dio dell’ebbrezza, delle metamorfosi e della tragedia non vede altro che «stupratori della poesia» (Aristofane compone “Le Rane” nel 406 a.C., a un anno dalla morte di Sofocle e di Euripide). È il peso delle parole a decidere quale, tra Eschilo e Euripide, meriti di tornare nel mondo dei vivi. E sempre la ricerca sul linguaggio è terreno di incontro tra antipodi: nel 1968 un giovane Pier Paolo Pasolini intervista Ezra Pound. Con l’inserimento di un brano di quell’intervista storica, Barberio Corsetti chiude le sue “Rane”.
LE RANE Ficarra e PiconeLe dinamiche servo-padrone del testo originale sembrano cucite addosso al duo Ficarra&Picone. La loro tipica cadenza palermitana ha fatto breccia nel cuore di tutta Italia, con una comicità autentica e genuina. Nel loro mirino, benevolo più che polemico, i pregiudizi a 360 gradi della società italiana: dai calciatori ai meridionali, dagli impiegati statali ai politici, da “Nati Stanchi” a “L’ora legale”, assicurano un ritratto placidamente comico e veritiero del Bel Paese. Il botta e risposta non dà tregua, così come i doppi sensi. In Aristofane pure, e lo scenario infernale suggerisce ulteriori spunti: «Io all’inferno mi sono divertito da morire», racconta un Eracle in pantaloncini rossi da basket (Roberto Salemi), fratello per parte di padre, al quale Dioniso si rivolge per un consiglio sulla strada migliore per raggiungere il regno di Ade in virtù della sua esperienza (il riferimento è alla dodicesima fatica che prevedeva il rapimento del cane Cerbero); «Qui ci scappa il morto», esclama impaurito Santia in fase di preparativi per il viaggio. L’interscambiabilità tra Ficarra e Picone è confermata anche dalle esigenze drammaturgiche che vogliono il travestimento di Santia in Dioniso, a sua volta mascherato da Eracle con clava e pelle di leone. Vestendo i panni di Dioniso e Santia traslitterano, di fatto, la ricetta della loro comicità nell’Antica Grecia: un po’ Don Chisciotte un po' Sancho Panza, Ficarra-Dioniso è un gradasso fifone, mentre Picone-Santia è una spalla perfetta. Tanto sono ben rodati i due, tanto è fluido lo spettacolo. Unico rallentamento al ritmo comico si avverte nel momento dell’agone tragico, quando a condurre l’azione sono Eschilo (Roberto Rustioni) ed Euripide (Gabriele Benedetti), mentre Ficarra e Picone si limitano ad osservare e commentare.
LE RANE EuripideIl coro di rane della palude infernale, che dà il titolo all’opera, è affidato al gruppo dei SeiOttavi, portavoce italiano del contemporary a cappella. Voci estremamente versatili, sonorità che ricordano le Chordettes Anni Cinquanta, in lustrini verdi e cappello da cabaret intonano il «Brekekex koax koax» delle rane infernali, componendo ed eseguendo dal vivo l’accompagnamento musicale dell’intera commedia. Il resto del coro, ovvero i sacri iniziati ai Misteri Eleusini, i dannati e i marionettisti, è nelle mani, anzi nei corpi e nelle voci, dei valentissimi e talentuosi ragazzi dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico. Movimenti coreografici, recitazione, canto: si insinuano nei dialoghi principali sorreggendo la drammaturgia e la mobilità della scenografia, a cura di Massimo Troncanetti. Le riprese video – marchio di fabbrica irrinunciabile del regista – sono a cura di Igor Renzetti e risultano perfettamente funzionali nell’inquadrare i primi piani che nella grandiosità del teatro siracusano andrebbero perduti, quella mimetica facciale oltremodo espressiva e già di per sé maschera comica che il pubblico di Ficarra e Picone ha imparato a conoscere, da Zelig Circus alla produzione cinematografica.
Fino alla proiezione di quei pochi minuti di intervista in bianco e nero di Pasolini a Ezra Pound, la commedia di Barberio Corsetti aveva rappresentato un esempio riuscito di commedia antica resuscitata e riallestita modernamente fruibile e godibilissima. Quell’inserimento, però, in apparenza omaggio ai poeti del Novecento o provocazione gratuita, diventa ulteriore trait d’union con la contemporaneità. Il regista chiede al pubblico degli Anni Duemila: e oggi? La letteratura e il teatro cosa possono contro i mala tempora? Dioniso, indeciso su chi riportare in vita, affida ad un’ultima prova la risoluzione ed infine è Eschilo, pronunciando il consiglio migliore per la crisi di Atene, ad avere la meglio sul vacuo ed evanescente Euripide. Aristofane, reazionario e conservatore, credeva in un teatro politico. Le sue commedie parlano sempre al cuore politico e sociale del pubblico, mai solamente alla pancia (pur presente, tra scorregge e ammiccamenti fecali). Euripide, invece, fu il ponte dalla tragedia alla commedia borghese che da Menandro in poi avrebbe rappresentato il modello unico di teatro europeo. “Le Rane” sono una dichiarazione di poetica per antifrasi: Aristofane non si riconosce nel «cesello» di Euripide e nella sua umanizzazione della tragedia, aperta non solo a eroi e divinità ma anche ai servi; si riconosce piuttosto nel mos maiorum, nella vis guerriera, nel «dramma intriso di Ares» di Eschilo. E oggi? Chi scegliere tra l’eroe e il borghese? L’agone tra Eschilo e Euripide si risolverebbe con una riappacificazione: sono entrambi necessari nella loro complementarietà. Barberio Corsetti si appella a Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini perché esemplari di uno scontro generazionale e ideologico risolto dalla Poesia. «Stringo un patto con te. Ezra Pound – dice Pasolini, parafrasando una poesia della raccolta "Lustra" – Ti detesto ormai da troppo tempo. Vengo a te come un fanciullo cresciuto che ha avuto un padre dalla testa dura. Sono abbastanza grande ora per fare amicizia». La risposta è sibillina: «Pax tibi, pax mundi».

Alessandra Pratesi
16/07/2018

Dopo i fantastici concerti del Pescara Jazz, che hanno visto sul palco del Teatro D’Annunzio Bobby McFerrin, Ravi Coltrane, Cassandra Wilson, Robert Davi, Ron Carter Foursith e altri grandi musicisti, il Pefest è tornato ad animarsi con l’opera “Histoire du Soldat”, di Igor Stravinskij sul libretto di Charles-Ferdinand Ramuz, messa in scena all’Aurum il 25 luglio.
Lo spettacolo, nato nell’ambito del progetto abruzzese “Backstage… on stage”, è frutto della collaborazione tra gli studenti e artisti dell’Accademia delle Belle Arti dell’Aquila, del regista Giorgio Barberio Corsetti, uno dei maggiori rappresentanti del teatro di ricerca italiano, già docente dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, e del direttore d’orchestra Marcello Bufalini. Un’idea interessante e stimolante, per donare visibilità a “Backstage… on stage” e per far conoscere nella città adriatica il lavoro degli artisti dell’Accademia dell’Aquila, che merita giustamente una rivalutazione.
Il regista Barberio Corsetti, molto legato all’opera (già nel 1995 la portò in scena al Festival di Avignone nella versione riscritta da Pasolini, in collaborazione con altri notevoli registi come Mario Martone, Gigi Dall’Aglio e con l’attore Ninetto Davoli), questa volta trasforma la rappresentazione in un complesso di arti, musica, recitazione, teatro danza, pittura e istallazioni digitali. Sul palcoscenico solo quattro attori, il soldato disertore Giuseppe, il Diavolo (interpretato insieme da un uomo e da una donna) e un narratore esterno illustra la vicenda, ma infrangendo le regole classiche della narrazione, irrompe nella storia, dialogando anche con il personaggio principale, quasi come se fosse la sua coscienza. Sul fondo i pannelli neri compongono tutta la sceneggiatura dello spettacolo e diventano le tele di disegni proiettati digitalmente; immagini dai colori delle transavanguardie e che a tratti ricordano i dipinti di Chagall.
“Histoire du Soldat” è il racconto di un combattente disertore, che stanco di infinite fatiche vende il suo violino al Demonio in cambio dell’eterna ricchezza, ma allo stesso tempo perde gli affetti e i veri valori, che poi cerca invano di riconquistare, per cadere sempre nel tranello fino alla sua definitiva sconfitta.
Una storia che sembra emblema della contemporaneità, come del resto ci ricordava Pasolini, che fece vestire alla televisione e alla società di massa i panni del Diavolo. Facendo ancora un piccolo passo in avanti leggiamo ancora altro tra le righe: oggi siamo circondati da media che vogliono invogliarci a ottenere sempre di più, a coprirci di una voluttuosa apparenza, per nascondere spesso un’insoddisfazione profonda e una grande noia, che, alla fine, è forse il male di questa nostro tempo.

Silvia Mergiotti 29/07/2015

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