Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

La presenza esile eppure mastodontica di Giorgia Mazzucato riempie il piccolo palco del Teatro Studio Uno, ad altezza d’uomo, dando l’impressione di poterla toccare se appena si allungasse il braccio. Lei è a tratti con noi e in un altro luogo, sospesa tra un passato lontanissimo (esattamente 2019 anni fa) e un presente che echeggia cronache inquietanti di ignoranza, razzismo e brutture musicali. Gesù aveva l’erre moscia, spettacolo andato in scena sabato 8 giugno, parla di Gesù portandolo ora in prima persona, figura timida ma amichevole, resa simpatica da un buffo difetto di pronuncia, ora attraverso il personaggio forte e carismatico di Maria Maddalena.
La storia che Giorgia Mazzucato ricama intorno all’inflazionato tema della giovinezza di Cristo e al suo rapporto speciale con Maria Maddalena, donna troppo forte per l’epoca per essere ricordata come una figura fondamentale dai Vangeli e relegata al ruolo di prostituta, vede il figlio di Dio comportarsi esattamente come farebbe un ragazzo qualunque nel 2019. Gioca con gli amici da bambino, impara a sputare dalla sveglia e intraprendente Maria, perde simpaticamente il controllo dei suoi miracoli, va addirittura in Erasmus.
Lì conoscerà altri figli di divinità, da cui imparerà che la parola di Dio è una sola: amore, ci sono solo tanti modi per dirlo. Fino alla fine Gesù sarà un burlone, un uomo semplice, schiacciato sotto il peso delle sue responsabilità: ma che con coraggio e semplicità si metterà in gioco per salvare il mondo. Dai suoi interventi in risposta ai commenti di Maria Maddalena sull’attualità del mondo, non sembra che sia servito a qualcosa. Ma Gesù sembra ben disposto a non lasciarsi abbattere e chissà, potrebbe anche decidere di tornare.
Giorgia Mazzucato fa propria la figura, apparentemente ingombrante, di Cristo e lo rende umano, troppo umano. La sua umanità è tenera, suscita empatia, forse più nei non fedeli che nei credenti più integralisti: lo spettacolo, alla sua prima, ha incontrato una forte opposizione da parte delle istituzioni religiose. Eppure il messaggio che Gesù era, probabilmente, uno di noi, che faceva gli scherzi, baciava la ragazza che gli piaceva e che alzava un po’ il gomito alle nozze di Cana è tanto semplice e quasi banale da risultare straordinario, rivoluzionario, se portato sul palco.
Il quadro che emerge da questo monologo è una riflessione amara eppure divertita dei nostri tempi: nella scena in cui Maria Maddalena, tornata sulla Terra per scrivere il suo Vangelo, fa zapping in tv, riesce a condensare con brevi estratti di telegiornali, tormentoni estivi e slogan politici un quadro desolante del nostro paese. Il giudizio però non arriva, l’intenzione dell’attrice è far riflettere, non indicare un cammino da seguire, e in questo lo spettacolo risulta perfettamente in linea con il messaggio del suo principale ispiratore. Un messaggio forse troppo radicale per poter essere accettato da tutte le categorie di spettatori (il suicidio della Maddalena dopo l’uccisione di Giuda mette alla prova anche il cattolico più aperto di mente), ma proprio per questo più coraggioso. La recitazione di Giorgia è maniacale, non lascia margine all’errore, pare quasi di sentire il suo cervello contare le battute per stare al passo con la musica. Ed è, allo stesso tempo, coinvolgente, passionale, travolgente e un pugno nello stomaco. Sinceramente, spietatamente divertente.

Giulia Zennaro, 09/06/2019

Sabato 8 giugno il Teatro Studio Uno di Roma ospita lo spettacolo di Giorgia Mazzucato, Gesù aveva l’erre moscia, che racconta con leggerezza e la dose di estro e fantasia che contraddistingue l’attrice padovana la vita e la personalità del figlio di Dio. Incontriamo Giorgia per farci raccontare il suo spettacolo, che cerca di avvicinare una figura mitica al pubblico più eterogeneo: credenti ma non solo. “Gesù aveva l’erre moscia affronta il tema delle religioni dal punto di vista di Gesù, come personaggio storico ma soprattutto nel suo lato più umano. Mi sono messa nei suoi panni e ho immaginato lo sforzo che deve comportare fare un miracolo: non è mica una cosa da niente! Uno può anche dare di stomaco dopo uno sforzo simile”.

Non l’avevamo mai vista in questo modo, in effetti. Eppure l’umanità di Cristo è un concetto cardine della religione cristiana. “Se è uomo, questo vuol dire che ha anche i sentimenti dell’uomo: immagina che ti svegli e sai che devi salvare il mondo, deve essere una bella pressione da avere addosso. L’erre moscia serve a renderlo umano, e cosa migliore di un difetto di pronuncia? Nello spettacolo lui si relaziona con molte religioni, buddhismo, induismo, per arrivare a capire che, in sostanza, stanno dicendo tutti la stessa cosa. Anche per quanto riguarda il concetto di amore, di sacrificio: lui si è fatto ammazzare per noi e noi facciamo quello che facciamo”. In effetti, Gesù non deve essere proprio fiero di noi. Ma in quanto uomo, forse capisce meglio di chiunque altro lo sforzo che facciamo, nonostante tutto. “Penso sia bello rappresentare Gesù come un po’ impacciato, il tuo migliore amico. Scherza, gioca, cerca di capire le cose, va persino in Erasmus, questa nazione immaginaria in cui conosce tutti i figli delle divinità, Little Buddha, Gianfucio... Ti ci affezioni, anche se poi sai che la cosa non andrà a finire benissimo”.

Per fare questo spettacolo Giorgia si è esposta in prima persona davanti a inspiegabili tentativi di boicottaggio. “Quando ho fatto Gesù aveva l’erre moscia per la prima volta me l’hanno censurato. Dovevo debuttare in un teatro gestito dai religiosi, era tutto pronto da mesi, a cinque giorni dalla replica mi arriva questa mail in cui mi dicevano che il titolo andava cambiato. Ho parlato con questa persona, che mi ha detto che era offensivo dire che Gesù aveva l’erre moscia. Allora le persone che hanno un difetto di pronuncia come dovrebbero sentirsi? Mi sono resa disponibile a inviargli il copione, spiegandogli che era uno spettacolo che rappresentava il lato umano di Gesù. Lui mi ha detto una cosa a mio avviso gravissima, anche per me che non sono credente: “Noi non vogliamo vedere il lato umano di Gesù”. Mi hanno proprio imposto di cambiare il titolo, pena la messa in scena. Ho detto di no”.

Un atteggiamento, pensiamo, figlio di quella scuola di libertà di pensiero appresa dai grandi Dario Fo e Franca Rame. Ma Giorgia minimizza: “Non penso che il mio sia stato un gesto eroico. Devi essere convinto di quello che fai, se no come puoi pretendere che gli altri lo siano? Questo spettacolo per fortuna ha cominciato a girare, e sono venute anche un sacco di persone molto credenti, che erano contentissime. Alcune vecchiette mi hanno detto addirittura “non vediamo l’ora di andare a messa!”.

Giulia Zennaro, 07/06/2019

 

Una voce femminile nel buio ci invita a immaginare, a immaginarci nell’oceano dell’esistenza, dove le nostre vite sono piccole imbarcazioni che la fantasia ha il potere di colorare: si apre così “Viviamoci”, monologo scritto, diretto e interpretato da Giorgia Mazzucato, riportato in scena il 29 marzo per il pubblico del Teatro If di Roma. E sono tre diverse barchette colorate quelle che l’attrice incarna e segue, tre personaggi le cui voci e storie sono alternate e intrecciate in un disegno di «infinite combinazioni, perfette e assurde» che ha permesso a ciascuno di loro di esserci. C’è Aurora, la bambina che riscrive, deforma, stravolge nel vortice della sua inarrestabile fantasia gli spazi, le presenze e le stesse parole dell’appartamento in cui si trova: il suo viaggio surreale ingloba tutto, comprese le immagini e le domande ancora irrisolte su se stessa, su un padre che non c’è e sulla propria «mamma guerriera». C’è Francesca, la madre che torna bambina davanti ai nostri occhi, per rivivere e rievocare la tenerezza e la fragilità di un primo amore dagli sviluppi inaspettati. E infine c’è Maicol, meccanico veneto che fin da piccolo afferma di sognare solo le sette lettere luminose «E Figlio» da aggiungere all’insegna paterna «Officina Bordignòn»: Maicol che forse non è mai stato davvero bambino, ma che proprio per questo, dietro e dentro il suo guscio, preserva un tesoro di fantasie infantili, anche (e soprattutto) come unica e ultima possibilità di riscatto.

Quella di Giorgia Mazzucato è, fin dal titolo, un’esortazione a godere della vita, la cosa «più bella che c’è, anche perché è l’unica che c’è»: ma non c’è facile retorica in questa dichiarazione, perché dell’oceano in cui galleggiamo (noi e i personaggi evocati in scena) non si omette la tempesta, il mistero crudele del dolore che si abbatte improvviso sulle barche, sui percorsi individuali, spezzandone alcuni e deviandone bruscamente altri. Eppure, vale la pena di non arrendersi, di non vedere soltanto la tragedia, perché più forte di quella è la nostra capacità di creare: creare mondi, vite, opportunità, creare giocando con i materiali delle nostre esistenze, creare con i nostri atti fisici e artistici d’amore, creare sprigionando le infinite possibilità di un corpo umano o di quel corpo che è il nostro linguaggio. Aurora è l’emblema di questo atto di fede nella creatività che riplasma significati e significanti del mondo circostante: il suo tour anarchico ed esilarante si muove tra il «Palazzo dell’Aria» governato dal «Re Spiro» e un lampone triste perché gli manca solo una “i” per fare luce, tra una guerra “intestina” (cioè combattuta dagli organi dell’apparato digerente) e un monologo nel monologo tutto costruito con i nomi dei più celebri pittori. Ma, sembra suggerirci Giorgia-Aurora, questa libera e trascinante esplosione di fantasia nasce e si alimenta da un modo di guardare, di aprirci alle creazioni (apparentemente?) casuali dell’universo-oceano in cui siamo gettati, dalla nostra capacità di stupirci (come Aurora) della forma di uno zigomo, del percorso di una lacrima su un volto o di come le gocce «bucano le nuvole» quando cadono dal cielo.

Ed è con stupore e gratitudine che assistiamo alla prova della Mazzucato: non solo per i voli del testo «paradossale e metafisico» (come lo definì nel 2013 Dario Fo), ma per la lucida passione dell’attrice e della regista: l’una in grado di attraversare e restituire i toni ora comici ora tragici dello spettacolo così come le diverse psicologie e fisicità dei suoi personaggi; l’altra capace di sprigionare la massima carica simbolica da pochi, essenziali elementi: il piccolo cubo dove è posato l’orsacchiotto e compagno di viaggio di Aurora, Capitan Vento, punto di traduzione e convergenza dei fili che uniscono circolarmente la drammaturgia; i cambi di luce che colorano le diverse soggettività dei personaggi, tra rosa, giallo e soprattutto blu: il colore preferito di Francesca, il colore della vastità inafferrabile del cielo e del mare, il colore in cui irrompe la tempesta ma anche il colore da cui tutto, nel bene e nel male, è nato. Attraverso la triplice fatica dell’artista, "Viviamoci" si rivela allora un atto d’amore al teatro stesso, alla vitalità (del) presente in cui e di cui si nutre, al suo mostrare e condividere il gesto creativo nel suo imprevedibile farsi, alle barche colorate che dipinge nel suo (e nel nostro) oceano.

Emanuele Bucci 30-03-2019

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM