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GENOVA – “Harry Potter” ma senza magie. “Harry a pezzi” con molti brandelli sparsi a terra. “Harry ti presento Sally” ma senza Sally. Forzando l'originale, “A proposito di Harry”. Ci sono due momenti, all'interno dell'anno solare, dove, dati alla mano, aumentano esponenzialmente i delitti tra le quattro mura domestiche, litigi, separazioni, s'impenna la depressione e soprattutto il numero dei suicidi: l'estate, con la punta agostana, diciamo Ferragosto, e il 25 dicembre. Quest'ultimo è da una parte motivo di bilanci, un altro anno è finito e un altro deve iniziare con i soliti buoni propositi che andranno disattesi, la sfera religiosa, che tu sia credente o meno l'atmosfera dell'essere più buoni ci attanaglia facendosi sentire in difetto e perennemente in deficit, e, dulcis in fundo, l'aspetto capitalistico, i regali che, in tempo di disoccupazione e precariato, possono creare non poche notti insonni. C'è chi per le ferie e i regali si indebita, per quell'apparire di facciata, per il controllo sociale che inevitabilmente gli altri, scrutandoci e confrontandosi con noi, attuano, per quella parvenza di felicità che però, purtroppo, non si può comprare.169900-4c3f6ce9f6aa60e4d5189f89cc9fa086-1554710657.jpg

Il Natale ha quella pannellata patinata di festa, di campane, di jingle, di rosso, tutti ci si dovrebbe volere un po' più bene, così dice la pubblicità, ci si dovrebbe ritrovare e abbracciare e baciare. Ma i tempi sono quello che sono tra cinismo, disgregazione delle famiglie, individualismo, insoddisfazioni d'ogni sorta da tagliare a fette. Siamo sempre più soli, un po' per scelta consapevole, un po' per scelta degli altri, chiusi nei nostri loculi a vedere serie tv come forsennati addicted, attaccati ai nostri profili social che ci tengono collegati a tutto il mondo nel vuoto delle nostre stanze silenziose.

Il Natale di Harry” (testo di Steven Berkoff, come attore ha lavorato, tra gli altri, con Kubrick e Antonioni) è il 25 dicembre di tutti noi, anche senza le sue depressioni, con quell'attesa che monta e poi di colpo svanisce, quell'ascesa di ansia che ci lascia, appena trascorso, in un down prima dell'Ultimo dell'Anno altro picco dove ci dobbiamo divertire per forza e nessuno, puntualmente, lo fa. Un uomo chiuso nelle sue poche stanze, con i suoi pochi oggetti di una vita, a fare la conta dei biglietti d'auguri natalizi ricevuti. Perché sono i biglietti (i pollici blu dei like contemporanei) la cartina di tornasole di quanto sei amato e voluto e benvoluto, biglietti ipocriti e pieni di grandi messaggi che però nella realtà si trasformano in silenzi, vuoti, mancanze, assenze.

Sono i Natale Harry - foto Donato Aquaro  HD-_FFA6710.jpgcinque giorni dicembrini che ci dividono dalla nascita di Gesù ed è proprio una libreria in stile Calendario dell'Avvento (e anche una piccola sedia da bambino, perché Harry tale è rimasto) che ci indica il passaggio del tempo su questa scacchiera con un'unica pedina in movimento (proprio Harry) che però è in stallo, è in quella fase (il celebre “finale di partita”) dove nessuno può più vincere e tutto è bloccato, otturato, vano. Lo stallo degli scacchi inevitabilmente ci fa venire alla mente Samuel Beckett e nella regia, colorata che dosa con segni e musiche le malinconie e il sarcasmo, di Elisabetta Carosio ci sono alcuni riferimenti al drammaturgo di Dublino: la telefonata con la madre aprendo il bidone dell'immondizia ricorda appunto il “Finale” con i genitori scheletri che escono dai grandi contenitori, quell'atmosfera perduta da “Giorni felici”, la cassetta che parte con la voce del protagonista di un tempo che ci porta all'“Ultimo nastro di Krapp”.

Enrico Campanati (nei monologhi si esalta)-Harry è dentro i suoi rituali, le sue liturgie, cerca di autoconvincersi che il “Natale sia un giorno come gli altri” ma il primo a non esserne sicuro è proprio lui, si sente un verme, solo in casa, senza amici, senza nessuno da chiamare, senza una famiglia, una compagna, dimenticato, abbandonato alle sue paure. E ci sono dei rumori di fondo, come l'eco della sua voce che ora gracchia, adesso sembra sott'acqua, ora riverbera ora si moltiplica che ci danno la sensazione di essere dentro un'altra dimensione spazio-temporale dove tutto è già accaduto e Harry sta rivivendo, all'infinito, in loop, la sua discesa agli Inferi, il suo scorticarsi senza soluzione né salvezza. Harry (Campanati, positivissimo, gli dà umorismo e sostanza, pienezza e pasta, sensibilità e umanità) è doppio e si divide tra il sé e la sua coscienza (Grillo parlante) che lottano, cozzano, si scontrano, litigano, si zittiscono a vicenda.Natale Harry - foto Donato Aquaro _FFA6676.jpg

Chiuso nel suo limbo, nel suo Purgatorio tutto sommato comodo ma noioso, inutile, Harry non ha niente che lo lega più all'esterno diviso tra uscire e perdersi nel mondo o rintanarsi (come un hikikomori anziano) nella sua abitazione come un “sepolto in casa”, recluso nel suo eremo di ricordi sbiaditi e per niente soddisfacenti: “In alcuni giorni il mio corpo è tutto una gigantesca verruca. E sarebbe tutto da eliminare”. E' un groppo alla gola: “La mia vita è una merda tanto che nessuno ci si vuole avvicinare”. Gli manca il calore di una compagna, si sente invisibile, dentro di sé ha il Grande Freddo, Una Specie di Alaska lo corrode: “Natale è come rimanere in piedi nel gioco della sedia”. Il dolore è compatto, l'infelicità solida, la solitudine pesante, i sensi di colpa gravosi, insopportabili, robusti.

Visto al Teatro della Tosse, Genova, il 9 aprile 2019.

Tommaso Chimenti 12/04/2019

GENOVA – “Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro” (Friedrich Nietzsche).

C'è un filo conduttore, neanche troppo sotterraneo ma eloquente e lampante, nei quattro lavori, colorati, esplosivi, pieni, ricchi, nei quali hanno intrecciato i loro saperi il regista Emanuele Conte e la coreografa Michela Lucenti per questa unione artistica che dona sempre nuovi frutti succosi densi di polpa da scarnificare, da scandagliare, da mordere. Questo fil rouge infuoca e scalda, riempie di segni, è frizzante come un serpente sottoterra, fa tremare e friggere. Partiamo da “Orfeo Rave”, magica notte colma e abbagliante, passando per il diabolico “Inferno#5”, continuando con il luciferino “IlAXTO 2018_artisti-in-piazza_pennabilli-festival_ph_stefano-scheda_15 (1).jpg Maestro e Margherita” e arrivando a questo nuovo “Axto” (che apre la stagione '18-'19 della Tosse, in scena fino al 30 settembre) due sembrano essere i capisaldi e i pilastri delle scelte che stanno alla base delle evoluzioni sceniche: l'amore e la morte: “Di che cosa dovrebbe parlare l'uomo?”, confessa Conte davanti alla sua “prescinseua”, il caglio acido a metà tra yogurt e ricotta. In effetti le grandi domande dell'uomo, da quello di Neanderthal a quello tecnologico che andrà su Marte, erano, sono e saranno sempre le stesse, il lottare sapendo della sconfitta imminente, il fallimento contro il Tempo invincibile, il cercare delle soluzioni, degli antidoti, delle medicine alla paura della fine, dell'ignoto, dell'oblio, del buio perenne.

AXTO 2018_artisti-in-piazza_pennabilli-festival_ph_stefano-scheda_15 (2).jpgAmore e morte, eros e thanatos, indissolubilmente legati, l'uno che insegue l'altro, l'uno come lenitivo e cura battiatesca al secondo. La malinconia e la nostalgia pervadono la scena cupa, ora rancorosa adesso rassegnata, sublime come uno schiaffo, leggera come un soffio sul collo, pesante come doccia di cumuli di sabbia. Le creazioni della ditta Conte/Lucenti sono esperienze visive, olfattive, tattili, immersioni in apnea che trascendono l'essere spettatore passivo e inerme e inerte; siamo dentro l'esistenza, la nostra vita e dobbiamo aprire gli occhi, annusare l'aria, cogliere ogni particolare, aspirare, sentire, odorare, prendere, carpire, accogliere, essere spugne pronte, farsi colpire retine, stomaco, cuore, cervello.

Il tutto è cosparso di dannunziano e impregnato da una religiosità laica e musicale che non dà soluzioni ma cerca ambiti, crea mondi, apreAXTO - foto Donato Aquaro generale-FFA_4501.jpg riflessioni. E' il caso di questo “Axto” (Durrenmatt ci viene in soccorso) che all'inizio ci ingoia e ci fagocita, prima di sputarci e vomitarci sul palco, in un labirinto-pertugio di stanze e cunicoli, di passaggi e feritoie ferenti dove passare, soffermarsi in una sorta di zoo-safari nel voyeurismo-ricerca del diverso per accorgerci delle estreme somiglianze e similitudini e assonanze con le nostre misere e borghesi esistenze. Una macchina complessa e mastodontica quella messa in moto e in atto (la firma è sempre quella immaginifica di Conte) che, tra accatastamenti e moltitudini, riesce, nel tanto nel molto nel troppo, a creare quella patina di universo rarefatto, di sogni distorto psichedelico dove lo spettatore cade a capofitto (l'esempio più calzante è sempre l'Alice di Carroll) perdendosi. In questa via crucis terrena e malata si incontra un transessuale brechtiano, un hikikomori, i ragazzi che hanno deciso di rimanere chiusi nella loro stanza connessi con il mondo soltanto virtualmente, letti sfatti, occhi senza più ricerca né felicità: solitudini, isole abbandonate alla deriva dei continenti.

AXTO foto Donato Aquaro generale-FFA_4339.jpgE questa prima sfera introduttiva, che liscia ruvidamente e scartavetra come lingua impastata d'asfalto, è il preludio, l'ouverture che apre e irrompe nella performance teatrale vera e propria in questo ring dove è regina la terra e il sudore, dove la tragedia del Minotauro si diffonde e dipana, in questa operetta rock di suoni cupi vibranti e canti gutturali pastosi e arcigni. L'arena socchiude l'idea del torero e della fiera ma soprattutto quella del rodeo dove cavalcare un'idea, il destino, il futuro, essere disarcionati dalla morte. L'inferno di cui si parla qui non è nell'Aldilà ma è tangibile e terreno e soprattutto terrestre. E ci accomuna tutti. E' l'indifferenza, la diversità o il sentirsi tali, l'emarginazione, l'allontanamento. Ed è in questa battaglia di corpi e sabbia che si alza in volute come colonne di fumo, di fruste e ghigni animaleschi, tra ritmi ancestrali e primitivi (pare un didgeridoo australiano-aborigeno) di bassi che riverberano budella e anima, che esplode la guerra, da una parte per l'abbattimento del mostro, dall'altra per la liberazione dello stesso. Tutto è metafora, tutto è interiorizzato. Ha ragione Haruki Murakami quando sostiene che “ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore. E in molti casi è un’esperienza pericolosa”.

La danza contemporanea di scalciate e rincorse, di passi grotteschi e pastori giotteschi, di questa terra mangiata e fecondata, di questaAXTO foto Donato Aquaro generale-FFA_4557.jpg atmosfera texano-mandriana e buttera, riesce a toccare corde intime di bellezza e carne, di viscere e splendore estetico-visivo. Il cordone ombelicale (che per Freud era il filo di Arianna) di decine di metri attorciglia e divide e segmenta l'agorà e ingabbia e recinge il mostro nel Labirinto di Cnosso seppellendolo. Furia e furore, scontri decisi e combattimenti scagliati, muscoli vigorosi e salti violenti in questo Campo di Marte che sprizza lava e non fa prigionieri. Ognuno è colpevole, dalla madre Pasifae al costruttore Dedalo, hanno fii da scontare, pene da richiedere per la purificazione. E tutti hanno bisogno di un capro espiatorio. La tensione è palpabile, come l'elastico del cordone che soggioga e separa, tensione tra la vita e la morte, tra le catene e la liberazione, in equilibrio tra uccidere o vivere. Non è possibile fare chiarore con una fiammella negli abissi bui dell'animo umano. Chi è l'eroe, Teseo o il Minotauro?

“L'uomo è nello stesso tempo il labirinto e il viandante che si perde” (Grégoire Lacroix).

Tommaso Chimenti 27/09/2018

Foto: Donato Aquaro

FIRENZE – Facciamo un ripasso, un riepilogo. Che è sempre importante capire dove siamo per poi tracciare una linea sul futuro. Che cosa abbiamo visto, a teatro, in questo 2016 che va a concludersi che ci ha fatto sobbalzare dalla poltrona vellutata, che ci ha fatto rimanere incollati con gli occhi fissi sul palco, che ci ha fatto esclamare o respirare o applaudire come forsennati alla fine in un moto non di liberazione ma di gratitudine infinita per il tempo e l'arte che gli interpreti ci avevano regalato. L'elenco è, come deve essere, personale e parziale. Nessuna classifica. Questi sono i “miei” spettacoli di quest'anno che, al mondo del teatro, ha portato via principalmente Giorgio Albertazzi, Paolo Poli, Anna Marchesini e Dario Fo. Quelli in cui ho goduto e riso e mi sono commosso e ho detto alleluja.ChimentiCamera701
Cominciamo random, senza una scaletta cronologica. Accanto ad ogni spettacolo citato sarà presente il luogo, lo spazio, il teatro dove ho visto la piece. Li abbiamo visti in piccole rassegne o in giganteschi festival internazionali, la maggior parte in Italia, a Milano, Modena, Genova, Firenze, Messina, alcuni all'estero. Ecco la mia pattuglia, la mia ciurma, il mio esercito.

Non si può definire spettacolo muto “Murmel, murmel” (foto di copertina) dei tedeschi della Volksbuhne (Festival Gift, Tbilisi) perché dalle loro bocche esce ossessivamente un'unica parola, appunto quella che nel titolo appare due volte. Un grande incastro di paraventi, con precisione millimetrica, che scendono dall'alto o si chiudono dai lati, che danno l'effetto dello zoom di una macchina fotografica, portandoci, grazie ai costumi e alle musiche, nei favolosi anni '60 quando, per i protagonisti, oggi forse anziani, tutto era ancora possibile.
ChimentiGeppettoA che punto di svolta sia la drammaturgia dei Paesi dell'Est ce lo comunica, con piacere, “Camera 701” dell'autrice rumena Elise Wilk e visto per la regia di Ciro Masella (Intercity, Teatro della Limonaia, Sesto Fiorentino); il pubblico diventa voyeur spiando e sbirciando dentro questa room d'albergo dove si avvicendano persone, vite, futuri, perplessità, messe in gioco e in discussione. Come affrontare lo scottante tema dell'omogenitorialità che tanto recentemente ha fatto discutere ce lo spiega Tindaro Granata con il suo nuovo “Geppetto & Geppetto” (“Primavera dei Teatri”, Castrovillari), altra sua prova di maturità di scrittura, tutto giocato tra profondità di temi, senza dare niente per scontato né voler impartire nessuna verità o lezione, ma anche con ironia e leggerezza, che non guasta mai per far passare temi complessi.Chimentisanghenapule

Riuscire a trovare l'alternanza ideale e la sponda ad un campione della narrazione come Roberto Saviano non era facile ma in “Sanghenapule” (Piccolo Teatro, Milano) Mimmo Borrelli fa da contraltare perfetto con questa sua cifra classica che sempre si rinnova di sudore, corpo e parole che vengono da lontano, dal profondo, dal vulcano, dalle viscere per spiegare l'inspiegabilità di Napoli.
Da lontano arrivano anche le parole centenarie del “Minimacbeth” (Teatro di Buti, Pisa), la tragedia shakespeariana ma contratta, non accorciata né ridotta, ma ristretta come un caffè nerissimo e per questo ancora più potente. Marconcini e la ChimentiminimacbethDaddi, con la loro età, sulle spalle sono riusciti a dare ancora più umanità ai due regnanti usurpatori e più sostanza ai fantasmi che gli girano intorno.

C'è un qualcosa in più del teatrale, del metateatrale nel “Golem” (Teatro Vittorio Emanuele, Messina) della compagnia ingleseChimentiGolem 1927 dove convivono in un senso d'armonia, difficilmente trovata altrove, la musica dal vivo, le scene, i video, i filmati, come essere catapultati dentro un grande videogioco ed essere imbrigliati, come accade nella realtà con la grande illusione-paravento della libertà di scelta, nelle regole imposte da qualcun altro. Siamo noi i protagonisti passivi e rassegnati che si affidano al Golem per la risoluzione dei loro problemi, non capendo che delegare i propri diritti non ci rende più liberi ma più schiavi.
ChimentigiocatoriIn un interno napoletano, ma potremmo essere dovunque, quattro uomini (su tutti Enrico Ianniello e Tony Laudadio) attorno ad un tavolo, quattro “Giocatori” (Teatro Niccolini, Firenze) mettono sul piatto frustrazioni e fallimenti, scollamenti tra quello che avrebbero voluto essere e quello che sono diventati. Si sono giocati la vita e ora tentano l'ultimo colpo, gabbare la sorte, l'ultimo colpo di coda, meravigliosamente malinconico.ChimentiVania

Altra periferia, prima geografica e metropolitana poi dell'anima, per la trasposizione da Cechov all'hinterland milanese del “Vania” degli Oyes (Spazio Tertulliano, Milano) , una delle novità più illuminate dell'anno, un gruppo da tener d'occhio. Un impianto cupo, marginale dove l'insoddisfazione e la non realizzazione la fanno da padrona, con una cappa di melassa amara che tutto copre e avvolge, imprigionandoci.

ChimentiSantaEstasiIl progetto più complesso e articolato dell'anno è stato certamente “Santa Estasi” (Teatro delle Passioni, Modena) coordinato da Antonio Latella fresco neo direttore della Biennale Teatro di Venezia. Otto spettacoli (da vedere assolutamente in lunghissima maratona consecutivamente) di otto giovani drammaturghi, una ventina di attori under 30, alcuni veramente straordinari, per un impianto contemporaneo dal sapore antico, una grande maestria registica applicata al mestiere dell'attore in un connubio, in una miscela, in un tutto, finalmente, compiuto, essenziale, necessario.ChimentiOrfeo
Altro grande e impegnativo progetto è stato l'“Orfeo Rave” (Fiera, Genova) del Teatro della Tosse, che ha rappresentato una sorta di sollevazione e orgoglio genovese. Dieci repliche per cinquecento persone a sera, in uno spettacolo itinerante con oltre dieci location e spazi utilizzati all'interno dell'allora appena chiusa Fiera del Mare. Un viaggio tra i budelli della città, del Mito, di noi stessi, e una voce meravigliosa, quella di Michela Lucenti, da sentire, risentire e sentire ancora.

ChimentiScuolaNon può mancare uno spettacolo corale, e che, a prima vista, poteva sembrare sorpassato dagli eventi, triturato dall'acqua passata sotto i ponti in questi venti anni dalla sua prima uscita. E invece regge, e ancora molto bene, “La scuola” (Teatro Era, Pontedera), Silvio Orlando su tutti ma non solo, dove l'equilibrio tra un'ironia spassosa, e a volte irrefrenabile, e sentimenti e profondità e lezioni di cultura civile, è il nodo sottile che lega ogni scena in una calda atmosfera di vicinanza e umanità, di scontri e passioni, come sono quelle di vivere, di insegnare e di confrontarsi.ChimentiStraniero
Utile come non mai oggi rileggersi Camus, passando per i Cure. Ecco “Lo straniero” (Teatro Niccolini, Firenze) in forma di monologo con un gigantesco e strepitoso Fabrizio Gifuni che dà voce e corpo, fermo, impassibile, senza emozioni né reazioni al “nostro” antieroe con un'empatia, una sostanza, un'elettricità statica che tutto pervade e corrobora e frigge intorno.

ChimentiTennisUltime due segnalazioni per due piccoli, ma grandissimi, spettacoli: “Le regole del giuoco del tennis” (Teatro delle Spiagge, Firenze) nel quale Mario Gelardi del Teatro Sanità di Napoli ha saputo applicare allo sport, in questo caso a quello di racchette, palline e net, l'amicizia ma anche le convenzioni sociali legate sia alla sessualità che all'accettazione prima di sé e dopo da parte della società: messaggio semplice e potente.
Quante volte ci siamo ritrovati a pensare, la testa tra le mani oppure guardando un punto indefinito, lontano, nel nulla. Quante volte abbiamo letto Paperino che faceva ruminare i suoi pochi neuroni con il fumetto pannosoChimentiMumble sulla testa che diceva, silenziosamente, e mugugnava il suo “Mumble, mumble” (Teatro del Sale, Firenze). Le riflessioni di una vita, il mettersi a nudo e raccontarsi non è mai cosa da poco. Emanuele Salce si apre, con il suo fare sornione e sensibile, e ci porta dentro il suo rapporto con il padre naturale, il regista Luciano Salce, e il padre che lo aveva adottato, Vittorio Gassman. Nomi che mettono i brividi e che, in qualche modo, hanno “schiacciato” prima il bambino e poi il ragazzo divenuto attore per caso ma non per sbaglio. Perché dal palco alla platea riesce a far passare, con leggerezza e sobrietà e autoironia, tristezza e nostalgia, distacco e disincanto, ma anche bisogno d'affetto infinito. Mumble è più pensiero che ripensamento, è un momento necessario per andare avanti e voltare pagina, per vedere chiaramente il passato e potersi, liberandosi, immaginare il futuro. Come solo il teatro sa e può fare.

Tommaso Chimenti 23/12/2016

Nelle foto gli spettacoli nell'ordine in cui sono stati menzionati

GENOVA – Riprendendo la tradizione genovese degli spettacoli disposti in grandi spazi scenici, del teatro fuori dal teatro come quelli ancora negli occhi della gente, dalla Diga Foranea al Vecchio acquedotto, dal Forte Sperone alla Fiumara Ansaldo, questo “Orfeo rave” (ci ha ricordato per acume e complessità, per cromatismi e stratificazioni, per stupore e monumentalità alcune evoluzioni de La Fura dels Baus) è al tempo stesso esperimento riuscito (e non era affatto scontato all'interno della Fiera del Mare, adesso commissariata ed in procedura di fallimento, un tentativo questo di “restituirla” alla città) mastodontico, gigantesco, cantiere di idee sciolte in azioni concrete, enorme, colossale viaggio (cinquecento persone spostate e trasportate all'interno del Padiglione Blu) dentro le prove, gli esami, i retaggi, gli ostacoli, titanica esperienza, imponente messaggio al teatro italiano: si può fare. Le idee raffinate e pop di Michela Lucenti (una voce suadente e stupefacente, sublime e strabiliante), del suo Balletto Civile, e di Emanuele Conte, fuse insieme e annodate e impastate hanno dato vita e linfa ad una entusiastica, enfatica, eccentrica, eccitante Odissea titanica rock e poetica, trasognante e coloratissima nelle viscere dei nostri sentimenti più nascosti.orfeo2
Ad ogni scena come scendere un gradino nell'abisso nero dei pensieri, a domandarci sulla vita e sull'amore, sul senso di un rito collettivo che, candele accese e piedi a scalpicciare e panche da chiesa e impalcature a riempire la visuale, costringeva a mettersi, fisicamente e mentalmente, dentro il mito di Orfeo, tutti noi camminatori spavaldi nelle viscere, nel budello dell'antichità, dell'ancestralità delle nostre paure. Prendere e tenere o fuggire e scappare, salvarsi oggi o salvarsi per sempre. Piccoli, fragili, inutili gli uomini davanti al destino degli Dei, del mondo, dell'universo, del Fato che puntualmente li schiaccia, li ridicolizza, li tratta per ciò che sono.
Camminiamo ammassati, gomito a gomito in questa chiesa laica di cemento e colonne squadrate ruvide che a passarci i polpastrelli si rigano e se ne sente il fresco. Siamo dannati danteschi in attesa della punizione, della visione, della scoperta, bambini dentro il Luna Park, dentro il tunnel degli orrori, salvifico ed esorcizzante. I teli di plastica che volano e fluttuano coprono e celano le scene che verranno e ci sono narratori, Ciceroni e Caronti e Cerberi, ad indicarci la strada per riveder le stelle e facciamo zig zag tra cavi e tubi, acciaio e graticce, ferro e travi che affascinano con la loro portata di archeologia industriale qui ormai svuotata e depressa e arida della sua funzione principale. Siamo stipati nella nostra processione, in questo cupo andare senza apparente meta le impalcature ci appaiono come piramidi, oasi nel deserto, gli attori ci strisciano addosso, intorno, come insetti, come ragni, come millepiedi viscidi sgattaiolano furtivi e lascivi, sottili e brulicanti come zombie di cerone e pelli da caprone in un impianto estetico che ci rimanda ad un'iconografia di mistero e dannazione, di leggende e biblici racconti.
E' un viaggio quello di Orfeo diviso tra il partire e il tornare, un “essere o non essere” alla ricerca di Euridice da una parte, di se stesso dall'altra. “Gli uomini temono più l'amore della morte” è il canto dolente, “E così si persero per paura di perdersi” è la fuga continua dei guerrieri forti con le lance meno a giostrare con i propri sentimenti senza risultarne schiacciati. E passa il rap orfeo1e l'hip hop mentre Euridice ci somiglia sempre più a Ofelia e Apollo è un azteco, e scorre la techno e la latina, la gitana e i corpi si fanno dorati, i cappelli a cilindro, le paillette e i boa di struzzo insieme alle lamiere in un immaginario che deborda di segni, e arriva il musical. Sottolineiamo la scena dove Aristeo (Maurizio Camilli, esperto, pieno, corposo) ci racconta seduto su un barile sospeso, nei suoi abiti sporchi e cappello verde il tentativo di stupro ai danni di Euridice, azione che la porta ad essere morsa dal serpente, suo viatico per l'Inferno; impossibile non rivederci Massimo Bossetti ed il caso di Yara Gambirasio. O quella dove Ade e compagna (Enrico Campanati eclettico, incantevole e brillante), anziani annoiati sul divano, rievocano il momento quando accolsero il giovane e noi lì davanti diventiamo la giuria popolare di un talk o di un reality televisivo.
La domanda di fondo continua nei secoli a rimbalzare e tuttora a far eco: perché Orfeo si è voltato a guardare Euridice prima di essere uscito se sapeva che questo suo comportamento avrebbe incenerito l'amata? Perché non voleva riportarla davvero in vita o per la paura di riaverla per poi, è il corso della Natura, riperderla nuovamente? Si è voltato per egoismo o perché credeva di essere ingannato dagli Dei che mai gli avrebbero concesso il privilegio di far uscire Euridice dall'oltretomba o perché scendere agli Inferi era più una sfida personale, ormai vinta, un capriccio più che una reale volontà di riportare in vita la compagna? “Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”, Antoine de Saint-Exupéry.

Orfeo Rave, produzione Teatro della Tosse. Fiera del Mare, Genova, dal 7 all'11 maggio 2016

Tommaso Chimenti 16/05/2016

Nell'ultima foto: Maurizio Camilli

“Ci sono molte teorie sul teatro. Dovrebbe educare la gente o ispirarla, rispecchiare la vita o cambiarla. Beh, io gli concedo tutto ciò, purché faccia anche spettacolo. Perché a mio parere lo scopo del teatro, dal dramma greco al circo, è di interessare.” (David Niven)
“Non potrei vivere senza circo! È un gran zibaldone in cui invecchi senza accorgertene.” (Moira Orfei)

La Genova di fine anno sa di mare e divenire, colorata, scontrosa, vivace, cruda. Dalle geometrie verticali, i vicoli stretti e scuri, gli sguardi che si perdono all’insù tra scritte e disegni sui muri, si scivola verso l’orizzonte più vasto del Porto Antico, dove il brulicare di famiglie in festa si confonde a gruppi di diverse etnie. È in questa moltitudine che da quindici anni Boris Vecchio organizza Circumnavigando, con la sua associazione culturale Sarabanda: il festival internazionale di teatro e circo contemporaneo che, per due settimane, a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, ha avvolto la città, facendola vibrare, ridere e sorridere, riflettere e, immancabilmente, sognare, attraverso una cinquantina di spettacoli, 16 compagnie - provenienti da Italia, Belgio, Francia, Spagna, Guatemala, Argentina, Brasile – e una rete virtuosa e originale di location che, tra la bellezza monumentale di Palazzo Ducale e l’essenzialità buona del teatro Altrove, ha il proprio baricentro nel tendone da circo allestito al Porto.
Il nostro primo approccio con questa dimensione fantastica avviene con Dare D’Art, compagnia francese tra le prime a sperimentare l’avventura del cirque nouveau, che ha accompagnato la gremita Piazza San Lorenzo in un viaggio all’interno della storia del circo, senza animali – se non quelli creati dall’immaginazione - senza cannoni di stelle né trucchi, ma con gli effetti speciali di cui certi esseri umani sono dotati. Giocolieri, trapezisti, equilibristi, musicisti, saltimbanchi di estrema bravura e ironia, hanno finto goffaggine e insicurezza per esaltare una serie di prestazioni in crescendo fino al finale con il funambolo ad attraversare la piazza. Come a suggerirci che il circo di strada nasce dall’improvvisazione di chi lo fa, per mantenere inalterati i sogni centenari del pubblico in attesa di suoni e stupore.
E lo stupore fa spesso rima con semplicità come testimonia il “Circo delle bolle di sapone in su”, della Compagnia Ribolle, lo spettacolo con più repliche all’interno della rassegna. Tre ottimi performer si scatenano, tra balletti e comicità, nel riempire di bolle e schiuma il Tendone, guidati da un Mangiafuoco invisibile ma onnipresente, abili nel creare uno show vivace, colorato e leggero dove l’incanto sta nel fare bolle sempre più grandi con oggetti diversi o anche solo con l’uso delle mani. Ideale per le famiglie, ma anche per bambini “sempreverdi”.
L’apertura degli spettacoli all’Altrove è stata affidata a due giovani compagnie spagnole: la Es (i due sono originari dell’Argentina) con “Igloo” porta in scena il tentativo di sopravvivenza al possibile raffreddamento emozionale, problema che nell’era dei Social e della sovrapposizione tra amicizia e “contatto” ci riguarda da vicino. Eva Szwarcer ed Emiliano Alessi Sanchez dialogano, tra delicate coreografie e numeri da circo (giocoliere lui, trapezista lei), tra le stanze immaginarie, delineate da linee di nastro isolante usato al momento, come due estranei a un primo incontro. C’è gioco e curiosità, paura e chiusura, audacia e dolcezza, in un continuo accostamento di opposti – avanza lui, si ritrae lei e viceversa – e di prove di resistenza: all’altro di fronte a noi, a noi stessi, al freddo esterno che non può ne deve entrare. Bravi nelle singole discipline, ma risentono della mancanza di una regia strutturata che faccia da rete e collante.
A seguire, il work in progress di Kerol, “Oxymoron”: un giovane uomo, vestito con abiti tradizionali giapponesi, pattina con sicurezza ed eleganza sul piccolo spazio scenico del teatro, muovendosi con una katana tra le mele appese e sospese a mezz’aria. C’è lotta, i frutti vengono colpiti in un vorticoso e intenso gioco, e ricerca di un equilibrio perfetto e duraturo, per questo i colpi di spada sembrano quasi più un tentativo di liberazione. O forse è quello che vogliamo vedere, perché, come dice Kerol stesso, “non c’è niente da capire”. Una narrazione in fase embrionale finalizzata all’esaltazione delle capacità dell’artista spagnolo, che, con veloci cambi d’abito, muta registro e snocciola con maestria tutte le sue doti di beatboxer e di giocoliere. Stravolge il linguaggio scenico, ma continua a incantare il pubblico che diventa parte attiva dello spettacolo e lo ripaga con empatia immediata e un entusiasmo palpabile.
Il Palazzo Ducale, invece, ci riserva la sorpresa più bella della nostra breve visita al festival, “Juri un clown nello spazio”, lo spettacolo – qui presentato in prima assoluta – di Giorgio Bertolotti e Petr Forman, figlio del celebre regista Milos. Un igloo, una porzione di sfera che tanto ci ricorda la Geode parigina, incastrato nel cortile del palazzo, è la scatola dei sogni di un astronauta clownesco. Il viaggio diventa (quasi) reale all’interno di una navicella spaziale che tutto esalta, immaginazione e sensi. Juri si lancia alla scoperta dello spazio portandosi dietro un piccolo pubblico scelto e tra comunicazioni interstellari e una malinconica ricerca della quotidianità – c’è Drupi in loop mentre uno schermo trasmette partite di calcio, film di Buster Keaton, corsi di aerobica fai-da-te – dà la possibilità ai fortunati passeggeri di sentirsi altrove e fuori dal tempo. Bertolotti è bravissimo a mimare i movimenti rallentati dello spazio, ma ancor di più a costruire uno spettacolo che fa riflettere e porta lontano, indaga i limiti fisici ed emotivi consentiti all’uomo, le paure che prima o poi ci troviamo ad affrontare (solitudine, silenzio, vuoto, morte, infinito) regalando riso e sorriso. Una piccola perla, un volo poetico che mai perde di leggerezza.

Giulia Focardi 08/01/2015

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