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Quando un nome noto del teatro come quello di Emma Dante viene accostato a un classico senza tempo come "Le Baccanti", l’incontro promette scintille. E scintille sono, recapitate da un team di attori dell’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, in scena al Teatro India di Roma nel periodo festivo a cavallo tra il 2018 e il 2019.
Sin dal principio, la regista traccia la sua linea, tesa e vibrante come una corda di violino, tra l’inquietudine e la sacralità. Due aspetti spesso, se non sempre, contrapposti nella tragedia greca, che esplodono sotto la direzione di Emma Dante, il cui occhio stravolgente si sposa alla perfezione con l’impeto caotico già copioso in Euripide.
Coreografie tra la danza e l’inseguimento, luci intermittenti e giochi d’ombra, sono alcuni degli ingredienti che rendono l’opera, nella traduzione di Edoardo Sanguineti, apprezzabile su più livelli: quello letterale o razionale (apollineo) e quello istintivo, quasi subliminale (dionisiaco). Paradossalmente le parti corali, cantate e armonizzate dagli attori, numerosi ma sempre in equilibrio sulla scena, risultano le più canoniche.49616292_218497349081115_7963060359684685824_n.jpg
Anche la scenografia, di Carmine Maringola, riflette una duplicità insidiosa, le pareti rosa sembrano imprigionare, più che proteggere, ma non sono impenetrabili. Oltre alle uscite adibite, una per lato, capita di vedere personaggi invadere la scena strisciando sotto i suoi confini, o scuoterli dall’esterno con urla e strepiti. Avvolgente, ma non sicuro, il locus di questo studio flirta con l’uterino.
Vi sono poi le innumerevoli interpretazioni, innumerevoli davvero. Come per sedimentazione, "Le Baccanti" hanno acquisito nei secoli altrettante stratificazioni. C’è il conflitto tra sacro e profano, tra erotismo e castità, tra uomini e donne. C’è il conflitto generazionale tra vecchi e nuovi regnanti, quello tra madre e figlio. C’è Pènteo che, più che ateo, sembra figlio di una religiosità infertile e invidiosa. Di contro, un Dioniso doppio, nel ruolo e nel genere sessuale, assume i tratti di un anticristo ante litteram, un pifferaio magico dedito ai piaceri irresistibili della carne: pur nella sua onnipotenza, fa delle baccanti il proprio unico e solo strumento, perché di tutti il più invincibile.
Inevitabilmente a loro, alle Baccanti, l’ultima nota di quest’analisi. Prede di un’euforia senza confini ben distinti, devono mostrare al contempo la follia di un alter ego e le spaventose profondità del proprio vero io (in vino veritas). Un ruolo potente quanto complesso sotto la guida esperta e esigente della regista, che esalta però, singolarmente e in gruppo, l’interpretazione di tutte le attrici, scandite con ritmo musicale come canne di un organo di desideri inconfessabili.

Andrea Giovalè
5/01/2019

Foto di Tommaso Le Pera

Il teatro greco di Siracusa, come ogni anno, è tornato a vivere riproponendo due tragedie classiche. Si è concluso sabato 25 giugno l'instancabile ciclo di repliche, lungo quasi due mesi, che ha permesso a migliaia di studenti e appassionati provenienti da tutto il mondo di godere della rappresentazione dei “Sette contro Tebe” e delle “Fenicie”. Due tragedie che ripercorrono da due diversi punti di vista lo stesso mito: la battaglia fratricida fra Eteocle e Polinice per il trono di Tebe. La linearità epica del padre della tragedia Eschilo si contrappone alla complessità corale di Euripide. Una dualità che i registi hanno saputo riproporre prendendo strade completamente diverse, seppure in parte parallele. Elemento di congiunzione fondamentale sono le scenografie pensate da Carlo Sala: due grandi piane con al centro l'elemento simbolico dell'albero. Ma mentre in “Sette contro Tebe” quest'albero, immenso e florido, troneggia su un terreno brullo, nelle “Fenicie” il tutto è ricoperto da un gigantesco telo rosso, sporco e rattoppato, sul quale l'albero, dipinto di un funereo bianco, è coricato come divelto dalle radici. Due immagini che ritraggono la stessa città ma in maniera antitetica: lussureggiante e piena di vita l'una; apocalittica e intrisa di sangue l'altra. Una Tebe da proteggere contro una Tebe destinata alla rovina.7controtebe

La prima tragedia, “Sette contro Tebe”, è un'opera difficile, che non viene rappresentata frequentemente a causa della sua drammaturgia minimale. L'intervento del regista ha quindi un valore decisivo e, in questo caso, Marco Baliani è stato assolutamente all'altezza. Lo sforzo nella messa in scena è quello di dare la sensazione di una città assediata. Per questo motivo il coro, rappresentante i cittadini tebani, resta perennemente in scena e mostra, grazie al dinamismo delle coreografie di Alessandra Fazzino, le diverse fasi dell'assedio condotto dalle truppe argive.
Soprattutto nella parte centrale risaltano, invece, i due attori principali: Aldo Ottobrino nei panni del messaggero e Marco Foschi nei panni di Eteocle. Il loro lunghissimo dialogo, teso a trovare per ogni eroe argivo posizionato davanti alle sette porte della città un corrispondente tebano, occupa la sequenza maggiore dell'intera tragedia e viene arricchito, come al solito, dal movimento senza posa del coro, che agita un telaio circolare inscritto in un quadrato che ricorda palesemente l'“Uomo vitruviano”. Notevole infine l'inserimento, in apertura e in chiusura di spettacolo, del personaggio interpretato dal bravo ed esperto Gianni Salvo: un aedo in abiti contemporanei che contestualizza la tragedia, offrendo al pubblico una morale che risuona attuale anche ai giorni nostri.

Molto diverso il processo di attualizzazione compiuto da Valerio Binasco. Il regista delle “Fenicie” ha cercato di creare un parallelismo tra il mito di Tebe e quello che apparirebbe come il contesto della seconda guerra mondiale. Le donne fenicie sembrano deportate ebree e vengono rappresentate da una corifea (Simonetta Cartia) dal forte accento dell'Est. Edipo è interpretato da un attore giapponese, Yamanuchi Hal, forse nel tentativo di comparare il suo sacrificio a quello dei kamikaze. I soldati indossano abiti militari novecenteschi e Creonte (Michele Di Mauro) si rivolge a loro in tedesco. A queste scelte si aggiungono un Eteocle (Guido Caprino) in giacca di pelle, una Antigone (Giordana Faggiano) vagamente hippy, un Tiresia (Alarico Salaroli) straccione con annesso sacchetto di plastica e un araldo macchietta (Massimo Cagnina) con elmetto da “sturmtruppen” e calcato accento siculo. Tantissimi riferimenti visivi e libere interpretazioni del regista che lasciano un po' spiazzati e tra le quali è difficile trovare un fil rouge che leghi il tutto.fenicie1
Resta comunque la drammaturgia eccellente e complessa di Euripide e le ottime interpretazioni in particolare di Polinice (Gianmaria Martini), Eteocle e Creonte, capaci di emozionare in più di un frangente nonostante una recitazione spesso troppo “urlata”.
Binasco tira, insomma, un bel po' la corda, ma non la spezza, riuscendo a tenere le fila della narrazione con un continuo e destabilizzante effetto sorpresa.

A prescindere dalle diverse drammaturgie e messe in scena, ciò che più interessa lo spettatore nella visione comparata dei due spettacoli sta soprattutto nella capacità di affrontare le due facce della stessa vicenda, facendo emergere il conflitto atavico che conduce inevitabilmente alla tragedia finale. Da una parte c'è Eteocle, protagonista indiscusso dei “Sette contro Tebe”, re forte e orgoglioso che affronta eroicamente la schiera argiva e si sacrifica per la salvezza cittadina. Dall'altra parte c'è Polinice, forza trainante delle “Fenicie”, un esule malinconico e sofferente che cerca di ottenere ciò che è suo di diritto. L'ago della bilancia pende a favore di un fratello o dell'altro ma le colpe reciproche, gravi e mortali, calano su entrambe le loro teste. Alla fine dei conti, per chiunque patteggi l'autore o lo spettatore il risultato è sempre lo stesso: a vincere è la sete di potere, che divora tutto e tutti e che continuerà a infrangersi sulla stirpe edipica, in primis sulla povera Antigone. Con la sua tragica profezia di morte, infatti, si chiudono entrambe le tragedie.

L'esperimento condotto dal direttore artistico Roberto Andò può dunque dirsi parzialmente riuscito. La riproposizione della stessa tematica non stanca, anzi alimenta il confronto grazie alla giusta dose di somiglianza e diversità, lasciando lo spettatore incuriosito e stimolato.
E mentre il teatro greco di Siracusa continua ad animarsi ogni sera grazie alla commedia di Aristofane “Le Rane”, con le guest star d'eccezione Salvo Ficarra e Valentino Picone, gli appassionati di tutta Italia già fremono nell'attesa di sapere cosa ci sarà in serbo per loro nella prossima stagione.

Carlo D'Acquisto 30/06/2017

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