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CALENZANO – Riuscire a tratteggiare il massacro del Circeo, come comunemente e mediaticamente è stato codificato, senza la narrazione della violenza, senza entrare in facili e raccapriccianti particolari realistici, senza scegliere la semplice tentazione di mettere sul piatto dettagli macabri e sanguinolenti, voyeristici da giornale di gossip, era un'impresa ardua. Il Circeo, 1975, è il caso che aprirà il procedimento per modificare lo stupro da reato contro la morale a reato contro la persona. Ma qui in “Circeo, il massacro” (prod. Teatro delle Donne, Idiot Savant) nel testo di Filippo Renda, anche regista, e Elisa Casseri, i salti drammaturgici sono molteplici fin dal creare una storia parallela, perfettamente autonoma, miscelandola con inserti delle dichiarazioni di Donatella Colasanti, la sopravvissuta delle due ragazze torturate e seviziate dal trio Izzo-Ghira-Guido. Quella scritta ex novo potrebbe essere una storia alla Charles Manson o alla Funny Games o ancora simile ad Arancia Meccanica, la messinscena con una coppia di ragazzi che, nella casa al mare di famiglia, ricevono un'altra coppia che sembra sapere molto della ragazza.Circeo-il-massacro-2.jpg

Non vi è un parallelismo preciso tra il Circeo (il titolo però resta fuorviante) e la scena ma non era questo l'intento degli autori; sarebbe stato troppo didascalico. Qui, hanno voluto descrivere non tanto i fatti, noti, quanto le condizioni, l'humus e l'habitat dove certe idee e pulsioni nascono e si alimentano, dove trovano terreno fertile, lasciando ampia scelta allo spettatore se immergersi nella storia descritta o se trovare agganci al massacro. Emerge potente un mix di inquietudine e violenza, prettamente psicologica, di mistero e sospensione che tiene legati, che avvolge e coinvolge. Una storia nella Storia che esalta la vicenda cronachistica arrivando all'essenza, spolpandola di macabro e riempiendola di tessuto sociale, di guerra tra i sessi, più che altro cruda e arida misoginia, di battaglia tra gli strati sociali e le classi, come all'epoca dei fatti processuali con il trio sadico d'estrazione alta e le due ragazze popolare. Tanti scarti, tante briciole disseminate in questa scrittura che appena ti ha convinto della lontananza dalla storia del titolo ti ci fa ripiombare con ancora più forza in un elastico di attrazione e repulsione che tocca lo spettatore con la cronaca ma ancora di più lo punge con la ritualistica attualità, con la plausibilità del ripetersi, con la banalità scontata dei nostri giorni.

Una coppia di giovani (Arianna Primavera e Luca Mammoli) vuole passare nella villa al mare, degli abbienti genitori di lei, qualche giorno d'estate. Dovrebbero essere soli, dovevano essere soli. Non stavano aspettando nessuno. Si palesano, la prima notte del loro soggiorno, due strani individui (Michele Di Giacomo, ha lo Shining e il fuoco dentro, e Alice Spisa, equilibra dolcezza compassata e succube a momenti nei quali ci ha ricordato Rosa del delitto di Erba), ora collaborativi e accondiscendenti, adesso complici, irosi, scattosi e nervosi, soprattutto abili manipolatori. L'uomo dice che conosce la famiglia della ragazza (in epoca di social network è ancora più facile ricreare e studiare le vite degli altri e apprendere particolari e date da foto, post, scuole frequentate, lavori svolti, persone conosciuti, eventi ai quali si è partecipato nel tempo) e che sono stati proprio i genitori di lei ad invitarli nella loro casa al mare per le vacanze. I due sono abili a descriversi come quello che non sono o realmente i sospetti e la cappa di mistero attorno a loro sono eccessivi? Fingono bene, sono impostori imbonitori o dicono la verità? Ormai il nemico è in casa e ora si fanno benvolere adesso attaccano, ora entrano in relazione intima e confidenziale adesso Circeo.-Il-massacro-pic.jpgincalzano e giudicano in maniera invadente, si impongono entranti, prima si alleano con l'uno o con l'altro per poi cambiare squadra e fazione.

Ma è il gioco da tavolo che i due portano in casa, vero Cavallo di Troia per far saltare il banco, per far esplodere la tensione, per accendere la miccia e surriscaldare gli animi in un tutti contro tutti, un perfetto “gioco al massacro” dove qualcuno conosce le regole e qualcun altro non ne è all'oscuro, dove ci si diverte vessando gli altri, offendendoli, umiliandoli, portandoli al limite: un frullatore di ordini, strategie, urla, dinamiche di guerriglia, punizioni, regolamenti di conti, sadismo. E dire che c'è già tutto dentro quella parola Circeo tra maga Circe e quel Circo mediatico che ne è conseguito. Gli stacchi, quando si sentono le parole e le dichiarazioni della Colasanti, ci fanno ripiombare dentro il delitto che non fu soltanto un omicidio e che non fu solo uno stupro: domande irricevibili e senza sensibilità (sconvolgente l'intervista di Enzo Biagi, deontologicamente fuori luogo e imbarazzante), un corpo dato in pasto a giudici, tv e giornali, sempre le stesse domande ad una donna svuotata divenuta simbolo senza che nessuno si preoccupasse della sua persona, trattata come merce da documentario, materia da casistica per sociologi, teorici e antropologi.massacro-circeo.jpg

Ma, ed è questo l'aspetto che più di altri fa rilucere il testo, alla fine si ha la sensazione che tutto l'inscenato, la fiction sul palco, non sia altro che il tentativo ingenuo, giornaliero, della Colasanti, di rivivere, certamente in altro modo e con altre modalità, quello che le era capitato, quello che aveva dovuto subire. Sostituendo con ricordi falsi e insistendo su questi negli anni ed avendo così la sensazione di esorcizzare l'accaduto. Se ti dici spesso una stessa menzogna questa alla fine diventa verità. Ma nel suo caso, il suo martirio non è mai terminato, come Prometeo e l'aquila che gli mangia ogni giorno il fegato, e anche i ricordi inventati finiscono tutti allo stesso identico drammatico modo, senza salvezza, in una Via Crucis di spine, un iter di inutile sacrificio.

Tommaso Chimenti 13/03/2019

CALENZANO - “Dove tra ingorghi di desideri alle mie natiche un maschio s'appende, nella mia carne tra le mie labbra un uomo scivola l'altro si arrende” (Fabrizio De Andrè, “Princesa”).

Nella parola “maschio” o “maschile” c'è quel “ma” iniziale che fa da incipit, un termine che parte dubbioso, febbricitante, ipotetico, contraddittorio, sospeso, in bilico, nell'incertezza di un prima che vacilla, traballa, si tende. Nella “fiammina” invece si sente il calore, la linfa che cresce, il fuoco, la fiamma attratta, con una forza contraria a quella di gravità, verso l'alto, le nuvole, il cielo, come un dito infuocato ad indicare le stelle. Maschio e femmina, uomo e donna, mondi lontani che, a volte, si riuniscono in un corpo solo.masculu1
Masculu e fiammina”: cosa rimane di un rapporto nel quale si sapeva ma non si parlava, si conoscevano fatti e dettagli ma si evitava di metterli sul piatto, di discuterne, scandagliarli? Una madre (echi di “Psycho”, ma senza thriller né splatter), che adesso sta distesa orizzontalmente, ferma, immobile, defunta, una lapide, una foto, una rosa, un piolo, distante ma vicino, che fa da contraltare, scomodo, dove il figlio, ormai anch'esso anziano, che la va a trovare al camposanto, si siede, quasi fosse una penitenza, per raccontare quello che già la madre intuiva, aveva notato, sospettava: la sua omosessualità.
Saverio La Ruina è attore sensibile e fa della gentilezza e dell'armonia i tratti fondamentali della sua ricerca e della sua progressione nella drammaturgia italiana. Affronta temi difficili, ampi, scivolosi, ma lo fa con la leggerezza della strada, del paese, con l'utile riparo di un dialetto che è sempre aspro ma che nella sua bocca, tra i suoi denti, dalle sue labbra esce come sibilo arrossito e timido, sillabe dolci. La denuncia La Ruina la fa, l'ha fatta, la farà, passando da “Dissonorata” a “La Borto”, fino alla violenza casalinga sulle donne di 000masculuPolvere”, con l'impegno e il puntiglio, con la volontà di non dare mai lezioni né aprire le porte della conoscenza ma con quel tocco soffice, una carezza potremmo dire, che ci conduce dentro storie che già conosciamo, lette distrattamente nella cronaca senza soffermarci, sentite in uno dei tanti tg arrotolando un nuovo giro di spaghetti. La sua narrazione è semplice, e qui esplode la sua forza, una piccola cascata di parole che mai travolge con prepotenza ma che, con guanto di velluto, sfiora, passa sulle cose, come una pennellata, un canto, una mano nella mano.
Parla con lei”, potremmo dirla alla Almodovar. Le voci lontano che gracchiano di sottofondo ci portano in un abitacolo ristretto, giardini chiusi nell'ombra, piazze assolate, cortili interni, portici e archi di periferia, una voce che fa ricordo e famiglia, infanzia e poi adolescenza e infine gioventù e maturità, quella voce che ti chiama quando giochi, quella voce che riecheggia nella testa, quella voce che è filo che ti lega, boa di salvezza, casa dove tornare, quella voce che è mamma, che è madre, che somiglia al parlato dell'attacco di “Diamante” di Zucchero Fornaciari, poche parole in dialetto strascicato che già fanno tempo che passa e brividi. Il figlio racconta, si confessa a questa madre che ormai con il suo silenzio (qui non è omertà: “Grazie per tutto quello che non mi hai detto e per quello che non mi hai chiesto”) può solo annuire e acconsentire a questo sfogo, finalmente, lieve, emancipato, pulito, risolto. La neve tutt'attorno è simbolo di quiete, di cappa morbida, anche se somiglia a una spruzzata di cenere vulcanica, caduta per ammantare nel segreto, proteggere in una bolla sospesa nel tempo (forse il dialogo-monologo è immaginario), queste parole che hanno percorso tanto tempo prima di essere partorite.masculu2
È un'esistenza piccola e fragile, fatta di poche cose quella del “nostro”, tra zie da accudire, gli amori del passato, la panchina posizione privilegiata dalla quale guardare lo scorrere immobile del piccolo centro cittadino del Sud impantanato nei pregiudizi e in quel bullismo denigratorio, composta da offese e sberleffi, vergogne ed emarginazione, verso i “masculi a cui piacciono i masculi”. Alla madre (a se stesso, in definitiva) riporta le angherie, ma senza lamentazione, gli epiteti, ma anche con autoironia, gli sgarbi fino alle minacce e alle percosse fino alla morte pasoliniana del compagno aggredito e ucciso con l'unica colpa d'essere omosessuale.
Una vita a subire, gli occhi addosso, una normalità dei sentimenti mai potuta vivere fino in fondo, sempre “braccato”, nascosto, nell'ombra. E tra i santi Cosma e Damiano, la prima coppia di fatto della cristianità sempre accorpati e associati, la Riccione degli anni '70 e “Ti amo” di Umberto Tozzi, tra un ricordo di commozione e una ventata pop, l'affresco che ne esce è una protesta civile, senza rivendicazioni né astio combattivo aggressivo, una richiesta al mondo di più ascolto e meno giudizio, guardare e considerare l'altro che ci si para davanti, sia che tu sia “masculu” sia che tu sia “fiammina”, soltanto per quello che è: una persona.

Tommaso Chimenti 29/01/2017

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