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CASTROVILLARI – Non è un caso se il festival “Primavera dei Teatri” termina la sua corsa ogni anno il 2 giugno, data simbolica, Festa della Repubblica, unione ideale di tutto lo Stivale tricolore, momento alto anche per l'intero movimento teatrale nostrano. A Castrovillari, in questo spicchio di Calabria che guarda la Basilicata ed è equidistante dal Mar Tirreno come dallo Ionio, dove l'odore di salmastro è lontano mentre sono molto più pregnanti e pressanti gli aromi della montagna, il Pollino che attira sempre nuvole gravide e scure, il teatro ha cambiato l'intorno, il paese che in questa settimana, a cavallo tra fine maggio e inizio giugno, si raccoglie e sgomita per seguire i tre spettacoli al giorno, le performance, i laboratori, le conferenze che il gruppo Scena Verticale ogni anno, con attenzione, mette in piedi. Venti anni. Due grandi ics campeggiano sul manifesto del 2019 con un funambolo in equilibrio a districarsi tra la caduta e la corda. La ics, la croce che ci riporta anche alle Elezioni Europee che proprio in quei giorni sono andate in scena. La pioggia è stata sicuramente una delle protagoniste meno attese e mal volute ma non ha rovinato i piani. Il Fuoco di Bacco, la pasta piccante cotta nel vino rosso, servita da Nicola e Pasquale all'Osteria della Torre Infame davanti al Castello Aragonese, anche quest'anno è stata citata, ringraziata, elogiata, 2019-0-26 PDT Contro la liberta  DIVINA MANIA foto Angelo Maggio P1510809.jpgricordata, fotografata, divenendo un simbolo stretto a doppio filo al Festival della Triade, Settimio Pisano-Dario De Luca (che debuttava a Cosenza sulle rive del fiume in un progetto speciale site specific che sarà presente anche al Napoli Italia)-Saverio La Ruina, grandi professionisti e grandi persone. Elezioni Europee che qui hanno avuto il loro riflesso nei testi, due catalani e uno tedesco, collegati al bellissimo progetto Fabulamundi che Primavera accoglie da un paio d'anni: prendere testi di autori del Vecchio Continente e farli dialogare con giovani compagnie emergenti calabresi; un interessante modo di mischiare le carte, far esplodere energie, rompere gli schemi e vedere come nuovi germi e virus riescano a crescere, espandersi, fiorire.

Ci hanno 2019-05-27 PDT semi stivalaccio teatro  foto angelo maggio DSC06142.jpgcolpito le maschere di “Semi” di Stivalaccio Teatro, i puppets della premiata “La Classe”, l'ironia grottesca dei sette quadri di “Contro la Libertà” della compagnia Divina Mania, la scena e la crudeltà de “La ragione del terrore” dei Koreja. Dopo la loro cavalcata-maratona tutta agita dentro le pieghe della Commedia dell'Arte, i veneti Stivalaccio utilizzano le maschere, uscendo dai testi della tradizione, e indagando la contemporaneità, l'ambientalismo (sarebbe certamente piaciuto anche a Greta) e l'ecologismo mischiati con quella sana follia che li caratterizza. All'interno della Banca dei Semi in Norvegia (luogo reale dove effettivamente sono conservati decine di migliaia di semi di piante) due soldati, nel classico scontro tra efficiente e stolto, ruoli che si ribaltano inevitabilmente, sono messi sotto attacco da terroristi. Il tema è alto e le finestre aperte sono molteplici come l'idea di futuro e di evoluzione della specie che semioticamente (appunto) la parola “semi” contiene: il seme che può essere quello vegetale come quello dell'uomo funzionale per la procreazione. Tra un colonnello dal sapor garibaldino, una recluta cialtrona, echi di Isis e Pussy Riot, spot alla Pulp Fiction, “Semi” è una girandola leggera e onesta di divertimento con più di un rimando alla politica sotto una coltre di risate, di baruffe chiozzotte dove spicca anche un mix tra Mara Venier e Barbara D'Urso, il vero luogo ormai dove si fanno i processi, dove si direziona il pubblico, dove si espongono teorie e dove, purtroppo, si allevano adepti istupiditi da tanta propaganda spacciata per intrattenimento. Un salto di qualità per Stivalaccio.2019-05-29 la classe iacozzilli-crampi  foto angelo maggio DSC07850.jpg

Non era affatto semplice trasformare il testo di Esteve Soler, “Contro la Libertà”, suddiviso in sette scene, una drammaturgia che si prestava più facilmente per una versione cinematografica (che l'autore catalano ha effettivamente realizzato proprio quest'anno) che per un passaggio teatrale. Invece Mauro Lamanna, Gianmarco Saurino e Elena Ferrantini (giovani, carini e molto occupati), i tre giovani attori di Divina Mania, hanno ampiamente superato le aspettative e conquistato tutti. Sette differenti quadri spostati in una società distopica non così lontana dalla nostra attuale, un testo duro, violento, cinico, crudele, drammatico e allo stesso tempo grottesco, assurdo, sarcastico, diabolico. Hanno risolto il dilemma costruendo una struttura che riuscisse a contenere tutte e sette le situazioni, irriverenti, caustiche, tremende, una gabbia sullo sfondo (di Andrea Simonetti), una costruzione pulita, fusion, minimalista e lineare supportata con tocchi di luce eleganti (Luca Annaratone) e musiche pirotecniche e decisive (Samuele Cestola). Un testo che parte da un “contro”, quindi un movimento verso qualcosa fuori di noi, che invece ci parla e vuole insistere sulle nostre debolezze, i nostri demoni, il fascismo che alberga in ognuno di noi, anche senza accorgersene. Nel primo una madre e un figlio sono alla frontiera, lei nel Primo Mondo, lui invece è un migrante e sono collegati da un grosso cordone ombelicale, nel secondo due sposi sono all'altare pronti per il fatidico sì quando alla sposa sorgono dubbi spiazzanti, nel terzo in una situazione di guerra i soldati sono più propensi alla realtà virtuale che si agita nei loro telefonini, il quarto ha dei rimandi a Fahrenheit 451, il quinto è un colpo allo stomaco e vede protagonisti una coppia e un bambino, nel sesto c'è una ditta clandestina dentro un guardaroba e nel settimo si vendono degli appartamenti con delle presenze per qualcuno inquietanti per altri, ormai, purtroppo, normali. I nostri sette peccati capitali quotidiani.

Arrivato 2019-05-29 la classe iacozzilli-crampi  foto angelo maggio DSC08169.jpgqui con un grande carico di aspettative “La Classe” ha confermato la sua bontà e qualità giocando sul doppio binario, e creando la necessaria tensione emotiva (alla fine standing ovation), da una parte dei puppets, infantili e morbidi e teneri, e dall'altra con l'inserto dei racconti, in presa diretta, interviste ai ragazzi, oggi adulti, compagni di classe alle elementari della regista Fabiana Iacozzilli. E' una storia di dolore e sopraffazione, di sadismo e prevaricazioni quella che la Iacozzilli dopo oltre trent'anni riesce catarticamente a mettere in scena togliendosi un peso, respirando. Deve essere stato un trauma enorme portarselo dietro per tutti questi anni. E' una confessione, un teatro di denuncia che ci pone davanti alla questione dei “maestri”. La tesi che ne fuoriesce è che nella vita servono anche i brutti ricordi e tutto entra nel grande calderone della crescita ma soprattutto che servono i maestri che essi siano buoni o cattivi. La suora in questione, protagonista con i suoi metodi a dir poco militareschi di punizioni corporali e sevizie psicologiche, ha in qualche modo, questo si evince dalle parole della stessa regista romana, forgiato la passione per il teatro della stessa ma non solo, ha anche instillato in lei l'amore per il perfezionismo, l'alzare sempre più l'asticella, il mai accontentarsi e, dall'altro lato, la poca propensione alla maternità. La scena, banchi che si muovono in coreografie, e una lavagna, con questi pupazzi dai grandi occhi spauriti (recentemente Premio “In-box” a Siena) è già di per sé un capolavoro, così come i movimenti che gli attori-aiutanti in nero compiono danzando attorno a cartelle mignon, a penne micro, ad occhiali minuscoli. 2019-05-29 la classe iacozzilli-crampi  foto angelo maggio DSC08267.jpgAleggia, già dal titolo, la lezione kantoriana, soprattutto quando, sul finale, la stessa regista, discende dalla platea e con qualche tocco fa scattare brividi e commozione. Il pupazzo interagisce con l'uomo cercando in lui salvezza e conforto ai colpi, alle derisioni, chiede un po' d'amore. “La classe” è, giustamente, il vero eclatante caso teatrale dell'anno.

Il testo di Michele Santeramo sembra scritto proprio pensando a Matera, alla capitale europea della cultura di quest'anno, con le sue grotte trasformate in spa, con la sua sofferenza di qualche decennio fa tramutata in ristoranti stellati e b&b di lusso. Partiamo dalla scena che è d'impatto, quasi fosse un'onda pronta a rompersi, gli attori surfer in equilibrio precario e noi impreparati ad accogliere la potenza della violenza trasmessa senza fine. Perché, ci dice l'autore pugliese (lo spettacolo è prodotto dai Koreja leccesi), esiste sempre una “Ragione del terrore” (regia di Salvatore Tramacere), un incipit, un prima dopo il quale tutto è andato a valanga, prendendo velocità impossibile da fermare. Dicevamo la scena 2019-05-28 la ragione del terrore teatro koreja michele santeramo foto angelo maggio DSC07110.jpg(di Bruno Soriano) è una casa colorata (ossimoro delle vicende cupe e buie), anzi uno spicchio di abitazione, quasi da elfi, da Puffi, un connubio tra Escher e De Chirico, dove tutto è storto, triangolare, da fiaba noir, una casa delle bambole montata senza le istruzioni dell'Ikea, dove tutto è in discesa pericolosa, obliqua, diagonale, squilibrato, scivoloso verso il basso, verso gli istinti più animali e infimi. Michele Cipriani dà voce (uno, assieme a “La Classe”, dei vincitori morali di Primavera: perché non istituire un premio collegato al festival?) a questo disgraziato punito dalla sorte, dalla Storia, dal corso degli eventi, senza rivalsa, senza rivincita, senza possibilità di cambiare il corso delle cose. E dicevamo anche di Matera, all'inizio di questo ragionamento; già perché gli appuntamenti lucani artistici di quest'anno si basavano tutti attorno alla parola “Vergogna” proprio perché Togliatti così aveva definito la condizione nella quale erano stati abbandonati, fino agli anni '60 inoltrati, gli abitanti di quella valle. Cipriani è carnale, sanguigno, è una palla infuocata lanciata a tutta velocità, ci mette tutto se stesso nel rendere e restituire la vita di quest'ultimo, che non può, fin dalla nascita, andare che male, senza redenzione, senza alcuna gioia, né amore né vittoria. Come la struttura è inquietante e cadente così il racconto che si fa livido, atroce, violento (la moglie, sempre silente, è Maria Rosaria Ponzetta nel suo mutismo gonfio, goffo, carico di sofferenza indicibile); e si sente tutta la povertà, la miseria, ricorda Hansel e Gretel, l'insoddisfazione, la rassegnazione, la rabbia, la morte, arriva in soccorso anche “Dogville”. Il Sud, ancora una volta, è la materia sviscerata, con perizia e cura, da Santeramo, quasi un'autopsia su un cadavere malconcio.

 

Foto di Angelo Maggio

Tommaso Chimenti 03/06/2019

"Primavera dei Teatri" compie vent’anni: un traguardo sottolineato più volte dai relatori della conferenza stampa di lunedì 15 maggio, dove è stata presentata la nuova edizione Festival di teatro contemporaneo, dal 25 maggio al 1 giugno a Castrovillari (in provincia di Cosenza), nel cuore del Parco del Pollino. L’incontro di lunedì, svoltosi in Piazza dei Campitelli presso la sede della Delegazione di Roma della Regione Calabria, ha visto la partecipazione di diversi dirigenti e rappresentanti delle istituzioni: tra questi, il sindaco di Castrovillari Domenico Lo Polito e l’Assessore alla Cultura della Regione Calabria, Maria Luisa Corigliano, intervenuta in videoconferenza. Una presenza, quest’ultima, non casuale per una manifestazione che vive grazie al finanziamento pubblico locale: l’investimento, ha ricordato l’Assessore, ammonta a 200 mila euro all’anno ed è finalizzato a valorizzare «la comunicazione materiale e immateriale» del territorio. 

A farci entrare nel vivo della nuova edizione sono stati Settimio Pisano, Direttore Generale del Festival, e Saverio La Ruina, Direttore Artistico assieme a Dario De Luca e, con quest’ultimo, creatore dell’iniziativa nel 1999 tramite l’Associazione Scena Verticale. Pisano ha illustrato i diversi progetti di respiro internazionale portati avanti sotto l’egida del Festival: primo fra tutti, Europe Connection (in collaborazione con Fabulamundi), attivo già da due anni e volto a far incontrare la nuova drammaturgia europea con le compagnie teatrali calabresi. Novità significativa di quest’anno sarà invece il progetto BeyondtheSud, attraverso cui il Festival si farà residenza per drammaturghi brasiliani e argentini under 35. La Ruina, dopo aver ricordato i molti e significativi artisti e compagnie che nei decenni trascorsi hanno visitato il Festival (Teatro Sotterraneo, Punta Corsara, Muta Imago, Lucia Calamaro e Davide Enìa, per citarne alcuni) ha esposto nomi e titoli del programma di quest’anno: Jan Fabre aprirà il Festival col suo lavoro autobiografico THE NIGHT WRITER. Giornale notturno, interpretato da Lino Musella. Seguirà il ritorno di Roberto Latini, che porta nuovamente un debutto, In exitu, dove ci si confronta con lo sperimentalismo linguistico del romanzo omonimo di Giovanni Testori.

C'è spazio anche per una produzione della stessa Scena Verticale, Lo Psicopompo (scritto e diretto da Dario De Luca), spettacolo che, ha aggiunto Pisano, sarà presentato nei BoCs Art di Cosenza «per gruppi di sessanta spettatori alla volta in cuffia». Un’attenzione significativa è dedicata ai giovani autori: tra questi, Pier Lorenzo Pisano col testo Per il tuo bene (già vincitore del Premio Riccione-Tondelli), Paola Fresa con la prima nazionale de Il Problema e Carlo Guasconi, il cui testo Aldilà di tutto verrà diretto e interpretato Valentina Picetto e Chiara Stoppa. Arricchiscono ulteriormente il programma, tra gli altri, l’anteprima di Sangue del mio sangue (riflessione sul male e sul rapporto vittima-carnefice) della compagnia Kronoteatro, un Menelao rielaborato in chiave contemporanea dal Teatrino Giullare, la riflessione sulla disumanità verso i migranti del Miracolo (scritto e diretto da Giuseppe Massa) e il «docupuppets per marionette e uomini» La Classe (scritto e diretto da Fabiana Iacozzilli). Non mancheranno infine gli incontri, tra cui quello con Claudio Longhi per la presentazione di Linea, nuova collana creata da Luca Sossella Editore con la Fondazione Emilia Romagna Teatro. Ce ne è abbastanza, insomma, per aspettarsi una ventesima Primavera dei Teatri pienamente all’altezza del suo importante anniversario.

Emanuele Bucci 16-04-2019

CASTROVILLARI – Ci sono dei bambini che corrono a perdifiato, a rotta di collo, giù per una duna di sabbia. Lavora, come sempre, sull'ambiguità e sull'ambivalenza dell'intelligenza la locandina della diciannovesima “Primavera dei Teatri”: se da un lato c'è il gioco, la corsa, la velocità, dall'altra c'è la caduta rovinosa, la nostra fanciullezza che va verso la discesa inarrestabile, il crash inevitabile e tutto intorno il deserto, arido, caldo che brucia e infiamma. Castrovillari, comune calabrese sotto il Monte Pollino, nella settimana a cavallo tra maggio e la Festa della Repubblica del 2 giugno, ha il suo rilancio. Qui le parole d'ordine sono peperoncino e Amaro del Capo (anche se ora si sta imponendo L'Amaro Silano, assolutamente da provare). Siamo tra la Basilicata e lo Ionio, i funghi del bosco e il sapore di mare. “Primavera” è una certezza, da sempre in equilibrio tra grandi conferme e nuovi linguaggi, tra assodati gruppi, consolidati artisti e felici scoperte.

Le tre anime principali del festival calabro, Dario De Luca, Saverio La Ruina e Settimio Pisano, dopo venti anni vanno ancora d'accordo, anche questo è un piccolo miracolo. Si respira un bel clima, e noncastrobuonaed soltanto meteorologico, disteso, rilassato e al contempo professionale, preciso con quell'informalità (dopo tutto siamo in estate) propria della radice dalla quale proviene la parola festival: la festa, appunto. Ed in questa festa, per gli occhi e le orecchie, per la scena e il palato (must irrinunciabile una puntata all'Osteria La Torre Infame, proprio davanti al Castello Aragonese, con gli intramontabili Nicola e Pasquale vere colonne culinarie che sfamano gli appetiti festivalieri; peccato capitale è andare a Castrovillari e non assaggiare il Fuoco di Bacco, gli spaghetti piccanti cotti nel vino), abbiamo selezionato tre buoni motivi, tre slanci scenici, tre diverse angolature preziose dello stare sulla scena, tre urgenze, tre morsi, tre graffi, tre applausi focosi e appassionati. Da sottolineare anche l'ideazione dell'interessante “Progetto Europe Connection” che ha abbinato a tre compagnie calabresi (Brandi/Orrico, Aiello/Rossosimona, Saverio Tavano) altrettanti autori internazionali, da Polonia, Repubblica Ceca e Romania (il più compiuto e riuscito è stato “Confessioni di un masochista” di Roman Sikora con il parallelismo tra bondage e fruste e il mondo del lavoro sottopagato e frustrato), con alterne fortune e risultati con però l'importante risultato della commistione, del mix che porta a nuovi impulsi.

La Piccola Compagnia Dammacco chiude la sua trilogia con un salto produttivo e scenico in questo complesso e sfaccettato “La Buona Educazione” (coproduzione con Teatro di Dioniso di Michela Cescon) che rileva e sottolinea la bravura già ampiamente emersa di Serena Balivo (Premio Ubu under 35 lo scorso anno) che esalta le parole del regista e drammaturgo Mariano Dammacco. In una realtà leggermente spostata in avanti nella deriva dei sentimenti e dei social network, una donna volutamente senza figli (“Chi fa un figlio dà un ostaggio al destino”) viene improvvisamente travolta dalla morte della sorella e dal conseguente affidamento del nipote. La Balivo è effettivamente molto brava nel calarsi in questo contemporaneo (come argomentazioni e dipanatura delle riflessioni) teatro classico (come impostazione) e ambientandosi tra il divano immerso tra le solide e inquietanti figure-sculture antropomorfe (impregnante la scena di Stella castrobuonaed2Monesi; sul pavimento terra da arare, dalla quale nascono i frutti ma anche si seppelliscono sogni e cari) che pullulano in questo salotto di reclusione, in questa sala d'aspetto dove la donna ci racconta delle incomprensioni e delle distanze culturali e generazionali tra lei e il ragazzo. Inserti drammaturgici squillanti, originali e illuminantemente stralunati: la Giuria popolare del web, che decide delle nostre sorti, ci lancia dentro un grande Truman Show o Grande Fratello, le citate 4:48 sarahkaniane degli incubi del piccolo, quell'atmosfera cupa e ammorbante da “Città di K” della Kristof, il controllo dell'anima che pare un Allegro Chirurgo, l'innamorarsi degli oggetti al pari delle persone.

Un adolescente che si esprime coniugando, come un primitivo, i verbi all'infinito e che la denuncerà ad ogni suo rifiuto, ad ogni necessario NO per la crescita. Qualche appunto però dobbiamo farlo: la scrittura coglie e accoglie, fa pensare nell'ironia ma la piece raggiunge il suo climax quando la protagonista-Mary Poppins (sempre avvolta e “aggredita” dai suoi fantasmi amletiani che la consigliano e soprattutto redarguiscono) parla, nell'immensa poesia, della parmigiana alle melanzane della madre. Quello è il focus più alto e la commozione era tanta in sala, purtroppo al buio del cambio quadro si sono succeduti altri venti minuti (troppi innesti e sovrabbondanze in successione) che hanno chiuso le parentesi e messo a posto tutte le finestre aperte cercando una conclusione ininfluente che niente ha aggiunto. L'attrice, inoltre, forte e comoda nelle parole del suo autore, ha calcato molto la mano, si è appoggiata e sostenuta, sottolineando la calata, accentuando le risate dal pubblico quando ha sentito che poteva far leva su quell'espediente (ci ha ricordato la brillantezza di Sabina Guzzanti) per rafforzare la buona riuscita di questa prima nazionale. “La buona educazione” (al contrario della “Mala educacion” almodovariana) ci dice che forse in questo mondo non serve o non paga averla e metterla a disposizione del prossimo sempre pronto a pugnalarti; con le dovute cesoie sarà un testo che la provincia ben accoglierà, uno dei testi di maggior circuitazione per i suoi molti spunti e svariati livelli di lettura.

Coraggiosi, di rottura e iconoclasti sono, restano i Babilonia che tornano all'antica protesta frontale molto punk e soprattutto stavolta molto rock. Già dal titolo, quel “Calcinculo” che sa d'infanzia, dicastroBab adolescenza, di gioventù e Luna Park, di altalena e lanciarsi in alto, in cielo per prendere quella catenella che scendeva dalle nuvole. Oppure i calci in culo, non più altalena a bocche aperte e trasognanti ma le repressioni, le costrizioni, le punizioni di questo mondo, di questa società (“Calcinculo al presente immobile e inevitabile”). Calcinculo è più che altro un concerto vero e proprio e i Babilonia ci dimostrano attraverso la forma leggera, vengono in mente i vari talent show, da Amici a X Factor fino a Italian's Got Talent, di poter far passare contenuti densi e pregni, di lotta, di protesta, di ribellione. Ci sono le bandiere del Veneto con il Leone (loro che hanno vinto il Leone d'Argento alla Biennale!), ci sono gli estintori con i quali creare una difesa, un fortino all'allarme sociale, alle paure inscenate e alimentate da giornali e tv. E c'è agitazione e angoscia nelle loro parole pur se sciorinate da versi e strofe, c'è “La mia depressione che fa orario continuato, ha chiesto un part time e non gliel'hanno dato”. Tormentoni: “Devo fare il tagliando ai castroBab2miei ideali, senza manutenzione non c'è rivoluzione” danno il termometro e la scala dei valori di queste montagne russe tra l'impostazione leggera e la profondità del pensiero che ne sta alla base. E non hanno paura del giudizio e sono sfrontati e aizzano il pubblico tirandogli addosso i cartoncini di plastica per un giro al calcinculo della vita, oppure lo lisciano con una passerella di cani campioni di bellezza da esposizione (“Il mio vicino ha voce solo per bestemmiare, solo per chiamare il cane”). Fanno entrare una ventina di alpini per il coro finale fino all'eccessiva esaltazione, meramente come manifestazione estetica di spettacolo planetario, delle regie di morte dell'Isis che sopravanzano qualsiasi finzione scenica di cinema, teatro o fantasia (per aver detto che “L'11 settembre è stata la più grande opera d'arte mai esistita” il famoso pianista tedesco Karlheinz Stockhausen è stato emarginato dalla comunità artistica e accademica ed è morto nel disonore), inneggiando alla distruzione della Scala o del Colosseo. Speriamo che Salvini non se ne accorga, altrimenti ci aspettano picchettaggi all'entrata dei teatri come quelli che colpirono (e provocarono una nuova enorme ondata di pubblicità mondiale) Romeo Castellucci in occasione del suo “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”. Noi possiamo solo dire che vogliamo subito il cd delle canzoni con i testi di Enrico Castellani e la voce di Valeria Raimondi: farebbe le scarpe alle varie Michielin o Fedez.

Il funambolico e visionario Roberto Latini invece ha scovato un suo perfetto alter ego, PierGiuseppe Di Tanno, un “gigantesco” e dotato performercastrofortebraccio capace di vette vocalistiche, di movimenti sinuosi di danza, di flessibilità, di compostezza come di una resistenza fisica notevole, di cime interpretative che hanno attanagliato la platea a questo corpo, a quest'ugola, a quell'enfasi magica da lui creata. “Sei” (paradossalmente in questo periodo gira per teatri e festival un'altra rivisitazione del “Sei personaggi” pirandelliano a cura di Scimone e Sframeli) mantiene il testo con Di Tanno che presta voce e corpo ad ogni personaggio infarcendo il discorso con didascalie e note dell'autore. Diventa un racconto mentre lui se se sta su quest'isola claustrofobica e circoscritta su uno sgabello in alto (ci ha ricordato Silvia Gallerano ne “La merda”), una maschera di morte in faccia (come quella del gruppo indie “Tre allegri ragazzi morti”), tanto sudore e sofferenza, “Vivo e senza vita”, un collare elisabettiano shakespeariano, i leggins in latex. C'è tutto l'immaginario latiniano, l'erotismo sinuoso, l'eclettismo muscolare, le sfaccettature delle corde vocali, lo straordinario ventaglio di possibilità, la caduta agli Inferi. Di Tanno, una vera scoperta da premiare per forza, precisione, accuratezza e presenza scenica che tutto riempie, è piratesco appollaiato su questa “colonna” antica del teatro, ora è un Arlecchino adesso un demone abbandonato su quest'isola deserta, faro da dove scorgere i nemici. castrofortebraccio3Dopo “I giganti della montagna” Latini scompone e decostruisce anche i “Sei personaggi” inserendo anche pezzi dell'amato Amleto come nella scena finale, molto formale, della vasca da bagno con schiuma che fa tanto Marilyn. Un Pirandello frullato e centrifugato. Di Tanno è chiuso, rinchiuso, recluso, non può fuggire, isolato, relegato, bloccato; urla, si dilania, si duole, si strazia, s'angoscia, si strazia, si smarrisce, si lamenta e piange in uno stato osmotico con il pubblico che, insieme a lui, prova e cede, sente ed è altrettanto ferito. E noi con lui siamo folgorati, atterriti, sgomenti, partecipati. La riflessione di Latini sul teatro, sui suoi meccanismi e dispositivi, scandagliando le sue pieghe, continua, felice, scomposta, rarefatta, potente.

Tommaso Chimenti 05/06/2018

Foto: Angelo Maggio

CASTROVILLARI – Ci sono festival che chiudono e festival che raggiungono la maggiore età. Primavera dei Teatri compie diciotto anni. E li festeggia riaprendo una sala, il Teatro Vittoria, chiuso per un incendio da trenta anni, e adesso riconsegnato alla città. Castrovillari è sempre la stessa, il centro saldo delle operazioni è ancora la sua Fortezza, mentre il monte Pollino dietro gonfia il petto e all’ora del tramonto fa ombra, s’incupisce sereno e placido. Quest’anno la squadra di calcio della città è retrocessa. Nessuna paura, qui si tifa Juventus. Il vento scende sul corso che taglia e in discesa arriva fino all’Osteria della Torre Infame. Infame perché lì stavano i condannati a morte in attesa dell’esecuzione. In-fame perché, se ne hai, te la puoi togliere gettandoti in pasto agli “Spaghetti al Fuoco di Bacco”, piccanti e cotti nel vino, i “Maccaruni a firrittu del pastore”, con la ricotta, i “cancariddi arrustuti” (peperoni secchi fritti), le “patane mblacchiate” castro1(patate e peperoni). O puoi provare “cucurriddi e mirlingiane” (zucchine e melanzane), lasciarti tentare dalla “saburizza” (salsiccia piccante, e che te lo dico a fare). Nduja patrimonio dell’Umanità. Il palato schiocca, la lingua s’attorciglia in questo scioglilingua.

Lingua che è incipit e soglia, sosta e prolungamento, scivolamento e consonanza, caduta e risalita nel lavoro di Giuseppe Cutino, regia, e Sabrina Petyx, drammaturgia. “Lingua di cane” ci porta al “Cuore di cane” di Bulgakov. Pezzi, muscoli, organi. Son quelli che ci vogliono per sopravvivere, per tentare almeno di farlo. È anche un cercare di parlare di un fenomeno, quello dei migranti, sul quale in questi ultimi anni, anche e soprattutto in teatro, si è detto tutto ma sempre, o nella quasi totalità dei casi, in maniera diretta, dritto per dritto, raccontando l’orrore. Però, lo sappiamo, il teatro ha bisogno della metafora, del simbolico, del detto tra le righe, senza riproporre la cronaca, senza rincorrere la realtà che è molto più potente di qualsiasi racconto. A meno che non si scelga un’altra strada. Quella di una poesia cruda (certo la retorica è a tratti inevitabile) che coinvolge, spinge, sposta, dilania, riprende, recupera, porta in superficie sensazioni e situazioni, perfino corpi. E sono questi corpi (i siciliani della Compagnia dell’Arpa; in sei frontalmente emmadantescamente) ammessi a questa messa di ammassi di stracci, abiti galleggianti come fiori di loto in uno stagno, che non salvano ma affossano, pesanti d’acqua imbrigliano, s’attorcigliano agli arti impedendoti il nuoto e la risalita.
castrocaneBoccheggiano, i respiri si fanno profondi e intensi e sempre più la lingua vira verso un ennese stretto, i loro movimenti sono onde che sbattono sulla battigia, riflussi in un andare e tornare di fiordi e gorgoglii che forma curve della schiena e di polmoni, una danza macabra come un elastico che prende la rincorsa, si schianta e ritorna al suo posto. Un teatro fisico la cui portata s’ingigantisce, monta come panna, suda in questi frammenti che tolgono il fiato, affannano l’esofago in questa lotta feroce per la sopravvivenza. È un vortice quello che fluttua di vestiti e cenci che sanno di cimitero, Diluvio Universale e Olocausto, che sa di gioco crudele e fisarmoniche, come uscire da un bozzolo e nuovamente proteggersi come fa il riccio o l’armadillo, si annidano e si rannicchiano in un cantato-nenia-urla-preghiera soul e porosa. Vengono alla mente la “Venere degli stracci” di Pistoletto ma anche “L’Isola dei morti” di Bocklin e per finire il continente di rifiuti e plastica che staziona e s’amplia nell’Oceano Indiano. Le domande escono senza trovare riparo né soddisfazione, la barca è alla deriva (la loro reale? Noi, l’Europa metaforica?). La morte peggiore non è il decesso ma la sparizione. Se sei disperso, e non classificato come morto, non puoi attingere al senso di colpa, alla pietas, alla consacrazione, alle lacrime, alla perdita, alle cerimonie, ai fazzoletti, all’indignazione. Lo sapevano bene i generali argentini.

C’è un amore per la P, la lettera, nei titoli del gruppo veronese, Leone d’argento ’16 alla Biennale di Venezia, Babilonia Teatri. Sicastrobab parte da “Popstar”, passando per “Pinocchio”, “Purgatorio” e arrivando a quest’ultimo nato “Pedigree”. Che la P è anche l’iniziale di Padre che è centrale nel loro discorso scenico dove è proprio l’assenza del genitore maschio a farsi presenza ingombrante fino ad essere ossessione, tarlo, domanda strisciante che riempie le giornate e i pensieri di una vita. Un ragazzo ormai uomo (ritorna la forza espressiva di Enrico Castellani, vigoroso senza essere tragico) va a ritroso, indietro a scoprire i perché di quel buco nero che lo cinge e stringe. Cresciuto, e molto amato, da due madri, ha sempre sentito un vuoto incolmabile. Il padre biologico ha donato il suo sperma in una banca del seme per l’egoismo delle due donne che l’hanno sì ben cresciuto ma anche privato della sfera maschile utile, necessaria, fondamentale. L’indagine, scandita dalle musiche sdolcinate e ammiccanti, sensuali e pelviche (il gesto della penetrazione che manca a due donne), di Elvis, fa capolino sulla famiglia e sulla discriminazione paesana, sui giudizi provinciali sulle coppie di fatto.
Ma non è qui, comunque la si pensi, che i Babilonia si soffermano. Il salto è andare indietro, a quella mancanza paterna di questo genitore-milite ignoto, fumoso e allo stesso tempo onnipresente. Perché, indubbiamente, anche se il genitore mancante non ha potuto influire sull’educazione e sull’atteggiamento, sul DNA e sui tratti fisici quello sì. Quella del ragazzo è una “vendetta” lontana e distante: ogni anno per Natale organizza una cena, irreale, che riempie d’attesa tutti gli altri giorni dell’anno, con gli altri “figli” biologici dello stesso padre sparsi per il globo. Ed è questo senso della famiglia che forse lo lega maggiormente rispetto al rapporto con le due donne. Il sangue, seppur inspiegabile, pulsa più dell’affetto, per quanto grande sia. E sempre per vendetta diventa a sua volta donatore, mettendosi nella stessa condizione del padre. Il padre (ma anche la madre in caso di due uomini che allevano figli), come figura simbolica, è necessaria, non solo a livello biologico; non si può estrapolare e censurare, cancellare e nascondere la sua presenza terrena, materiale, costante. Padre e madre non possono chiamarsi semplicemente “genitore 1” e “genitore 2”. Con buona pace dei vendoliani.

Tommaso Chimenti 05/06/2017

CALENZANO - “Dove tra ingorghi di desideri alle mie natiche un maschio s'appende, nella mia carne tra le mie labbra un uomo scivola l'altro si arrende” (Fabrizio De Andrè, “Princesa”).

Nella parola “maschio” o “maschile” c'è quel “ma” iniziale che fa da incipit, un termine che parte dubbioso, febbricitante, ipotetico, contraddittorio, sospeso, in bilico, nell'incertezza di un prima che vacilla, traballa, si tende. Nella “fiammina” invece si sente il calore, la linfa che cresce, il fuoco, la fiamma attratta, con una forza contraria a quella di gravità, verso l'alto, le nuvole, il cielo, come un dito infuocato ad indicare le stelle. Maschio e femmina, uomo e donna, mondi lontani che, a volte, si riuniscono in un corpo solo.masculu1
Masculu e fiammina”: cosa rimane di un rapporto nel quale si sapeva ma non si parlava, si conoscevano fatti e dettagli ma si evitava di metterli sul piatto, di discuterne, scandagliarli? Una madre (echi di “Psycho”, ma senza thriller né splatter), che adesso sta distesa orizzontalmente, ferma, immobile, defunta, una lapide, una foto, una rosa, un piolo, distante ma vicino, che fa da contraltare, scomodo, dove il figlio, ormai anch'esso anziano, che la va a trovare al camposanto, si siede, quasi fosse una penitenza, per raccontare quello che già la madre intuiva, aveva notato, sospettava: la sua omosessualità.
Saverio La Ruina è attore sensibile e fa della gentilezza e dell'armonia i tratti fondamentali della sua ricerca e della sua progressione nella drammaturgia italiana. Affronta temi difficili, ampi, scivolosi, ma lo fa con la leggerezza della strada, del paese, con l'utile riparo di un dialetto che è sempre aspro ma che nella sua bocca, tra i suoi denti, dalle sue labbra esce come sibilo arrossito e timido, sillabe dolci. La denuncia La Ruina la fa, l'ha fatta, la farà, passando da “Dissonorata” a “La Borto”, fino alla violenza casalinga sulle donne di 000masculuPolvere”, con l'impegno e il puntiglio, con la volontà di non dare mai lezioni né aprire le porte della conoscenza ma con quel tocco soffice, una carezza potremmo dire, che ci conduce dentro storie che già conosciamo, lette distrattamente nella cronaca senza soffermarci, sentite in uno dei tanti tg arrotolando un nuovo giro di spaghetti. La sua narrazione è semplice, e qui esplode la sua forza, una piccola cascata di parole che mai travolge con prepotenza ma che, con guanto di velluto, sfiora, passa sulle cose, come una pennellata, un canto, una mano nella mano.
Parla con lei”, potremmo dirla alla Almodovar. Le voci lontano che gracchiano di sottofondo ci portano in un abitacolo ristretto, giardini chiusi nell'ombra, piazze assolate, cortili interni, portici e archi di periferia, una voce che fa ricordo e famiglia, infanzia e poi adolescenza e infine gioventù e maturità, quella voce che ti chiama quando giochi, quella voce che riecheggia nella testa, quella voce che è filo che ti lega, boa di salvezza, casa dove tornare, quella voce che è mamma, che è madre, che somiglia al parlato dell'attacco di “Diamante” di Zucchero Fornaciari, poche parole in dialetto strascicato che già fanno tempo che passa e brividi. Il figlio racconta, si confessa a questa madre che ormai con il suo silenzio (qui non è omertà: “Grazie per tutto quello che non mi hai detto e per quello che non mi hai chiesto”) può solo annuire e acconsentire a questo sfogo, finalmente, lieve, emancipato, pulito, risolto. La neve tutt'attorno è simbolo di quiete, di cappa morbida, anche se somiglia a una spruzzata di cenere vulcanica, caduta per ammantare nel segreto, proteggere in una bolla sospesa nel tempo (forse il dialogo-monologo è immaginario), queste parole che hanno percorso tanto tempo prima di essere partorite.masculu2
È un'esistenza piccola e fragile, fatta di poche cose quella del “nostro”, tra zie da accudire, gli amori del passato, la panchina posizione privilegiata dalla quale guardare lo scorrere immobile del piccolo centro cittadino del Sud impantanato nei pregiudizi e in quel bullismo denigratorio, composta da offese e sberleffi, vergogne ed emarginazione, verso i “masculi a cui piacciono i masculi”. Alla madre (a se stesso, in definitiva) riporta le angherie, ma senza lamentazione, gli epiteti, ma anche con autoironia, gli sgarbi fino alle minacce e alle percosse fino alla morte pasoliniana del compagno aggredito e ucciso con l'unica colpa d'essere omosessuale.
Una vita a subire, gli occhi addosso, una normalità dei sentimenti mai potuta vivere fino in fondo, sempre “braccato”, nascosto, nell'ombra. E tra i santi Cosma e Damiano, la prima coppia di fatto della cristianità sempre accorpati e associati, la Riccione degli anni '70 e “Ti amo” di Umberto Tozzi, tra un ricordo di commozione e una ventata pop, l'affresco che ne esce è una protesta civile, senza rivendicazioni né astio combattivo aggressivo, una richiesta al mondo di più ascolto e meno giudizio, guardare e considerare l'altro che ci si para davanti, sia che tu sia “masculu” sia che tu sia “fiammina”, soltanto per quello che è: una persona.

Tommaso Chimenti 29/01/2017

MONTALCINO - “L'estate da noi non è mica un periodo felice che il caldo ti toglie la pace la polvere copre ogni cosa e ti spezza la voce”. Ha ragione Daniele Silvestri. Nella stagione del caldo e dei bikini, delle onde e del solleone aumentano i suicidi. Sarà la costrizione al divertimento forzato, sarà l'appiccicaticcio sudato, saranno le zanzare. “Estate sei calda come il bacio che ho perduto, sei piena di un amore che è passato che il cuore mio vorrebbe cancellare”. Forse l'estate piace solo ai bambini, con i loro secchielli e palette. In un luogo più immaginifico che realistico, più dell'anima e del sogno che terreno hanno luogo “Le vacanze dei Signori Lagonia” (prod. Teatrodilina e portati a Lagonia1Montalcino nel corposo e interessante cartellone ideato dal sensibile, capace e attento direttore Manfredi Rutelli per il finalmente riaperto Teatro degli Astrusi), momento sospeso dove confessarsi, tra la logorrea della moglie obesa e invalida e immobile (Francesco Colella en travestì, riempie la scena con un personaggio statico, sorta di Hamm del “Finale di Partita” beckettiano; anche autore del testo insieme a Francesco Lagi, regia), e i silenzi o i moti gutturali primitivi e ancestrali del marito un po' Shrek e un po' Lerch (Mariano Pirrello in punta di piedi dà tempi e ritmi, come vero metronomo, si aggira come atomo attorno al nucleo), scendere a patti, fare i conti di un'esistenza disgraziata, processarsi a vicenda, condannarsi, forse perdonarsi. Come in “Zigulì”, eccezionale monologo di qualche stagione fa con protagonista Colella, anche qui si parla di figli; non ci sono, fanno capolino, sono pesanti macigni anche se invisibili, indigeribili nella loro assenza che fa male.
Una spiaggia lontana da occhi di altri villeggianti, una “solitary beach”, per dirla con le parole prese in prestito da Franco Battiato: “nel pomeriggio quando il sole ci nutriva di tanto in tanto un grido copriva le distanze e l'aria delle cose diventava irreale: mare mare mare voglio annegare, portami lontano a naufragare”. Un istmo, una parentesi graffa questa lingua di terra, un limbo d'attese dove non si sente il “sapore di mare che hai sulla pelle” di Gino Paoli né la “voglia di remare per fare il bagno al largo, per vedere da lontano gli ombrelloni” di Giuni Russo. La spiaggia è approdo, è sponda, è andare, è partire. Ma lei, matrona dittatoriale, è ancorata al terreno senza possibilità di movimento e lui, ubbidiente ex muratore disoccupato, costruisce castelli di sabbia perfetti. Uno dipendente dall'altro guardano la marea, la schiuma, le onde, quella massa d'acqua che imperterrita prosegue a Lagonia2lisciare il bagnasciuga e che può essere rivelatrice, che può portare con sé risposte aspettate da un'intera vita. Nei loro silenzi, che fanno massa e sono solidi come mura difficilmente scalabili e costruite pazientemente nel tempo, si sentono i lamenti e le fragilità, le debolezze e i dolori di molte famiglie del Sud portate negli ultimi decenni sul palcoscenico, da Emma Dante a Franco Scaldati, da Scimone Sframeli a Scena Verticale, da Enzo Moscato a Michele Santeramo e Fibre Parallele.
La settecentesca, e sempre da brividi, “Lascia ch'io pianga” (aria di Handel e libretto di Giacomo Rossi) infatti fotografa alla perfezione questi sentimenti di rancore misto a rassegnazione, abbandono e sconforto impastati nelle lacrime seccate, depressione e forza di sopportazione arrivata al limite, sottomissione e accettazione passiva che ribollono dentro, l'abbattimento di giorni e mesi e anni sempre uguali infangati di noia, lo scoramento nell'oggi e la sfiducia che domani le cose possano cambiare, una grande malinconia di fondo che si incastra come Tetris a un'agitazione demoralizzante che li rende inquieti da una parte e docili repressi dall'altra: pentole a pressione tristi e polverose pronte a saltare o a farsi esplodere. La desolazione e il vuoto di questa convivenza divenuta accanimento terapeutico si spande come macchia d'olio amara, si allarga senza salvezza, in preda ai morsi dell'agonia. Forse l'inferno per alcuni è proprio qua, sulla Terra.

Tommaso Chimenti 15/01/2017

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