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Condannato a morte. E’ il titolo dello spettacolo tratto dal racconto di Victor Hugo, L’ultimo giorno di un condannato a morte, rielaborato e diretto da Davide Sacco e interpretato da Gianmarco Saurino (andato in scena all’Off Off Theatre da giovedì 31 gennaio a domenica 3 febbraio), con il patrocinio di Amnesty International Italia.
Condannato a morte però non è solo un semplice titolo: è la sentenza terribile che l’uomo che si vede in scena è costretto a subire, senza alcuna speranza.
Quello cui si assite sul palcoscenico, infatti, è il racconto disperato delle ultime settimane, poi ore, prima dell'esecuzione capitale dell’uomo.
Nell'ora densa di spettacolo è il solo Saurino che domina il palco, interpretando non solo il condannato, ma anche le voci e gli atteggiamenti di tutti quelli con cui ha avuto a che fare prima della morte, figure ipocrite e vili, in uno sdoppiamento che sembra quasi rendere la follia e l'esasperazione che il condannato raggiunge nel momento in cui viene a conoscenza del suo tragico destino.
Da quel momento, infatti, l'uomo sembra diventare un fantasma,un’anima che parla di sé al passato, che vive nei ricordi e che osserva tutto ciò che gli è intorno come se lo vedesse per la prima volta, ma da lontano, con un distacco nostalgico e lugubre: Saurino si inginocchia e sembra sciogliersi quando il sapiente gioco di luci imita un raggio di sole. Per il condannato quello diventa un attimo unico, quasi la salvezza.
La scenografia essenziale, una scrivania e una pila di fogli, permette allo spettatore di concentrarsi sull'interpretazione dell'attore, intensa e così viva (a dispetto della triste trama) in questo monologo serrato; essenziale ma funzionale, perché la scrivania diventa il letto del carcere dove giace l'uomo, contorto e sudato,la carrozza nella quale il condannato è trasportato, un altro piccolo ideale palcoscenico da cui l'attore si esprime.
Era dannatamente ansioso tumulto dice Saurino, ansimando: l'uomo condivide con gli spettatori quello che accade dentro di sé, la memoria commovente della figlia, della moglie e della madre, a volte arringa anche la sala, quasi volesse essere quella coscienza che dovrebbe illuminare tutti su certi argomenti.
La tensione raggiunge l'apice nel momento in cui l’attore getta via violentemente la pila di fogli sulla scrivania, che cadono qua e là come mesti coriandoli, un momento significativo: quelle carte piene di sentenze, frasi di circostanza e altri cavilli giudiziari, rappresentano la giustizia cieca e disinteressata che, però, si fa carta al vento innanzi la vita di un uomo.
Viene naturale riflettere su quanto sia così terribilmente semplice decidere sulla vita di un altro uomo, ma soprattutto, se sia giusto farlo.
Riflessioni che vengono sollecitate anche dai dati, che il protagonista, quasi come una voce fuori campo, legge alla luce dei riflettori, sul numero dei paesi in cui vige la pena di morte, sugli errori giudiziari, sulle condizioni delle carceri.
E’ davvero uomo quello che, cosciente e indifferente, manda a morte un altro uomo? Qual è il confine tra giustizia e punizione? 
Dostoevskij, che come Hugo, si è occupato di questo tema, nell’Idiota scrive:”Che prova l’anima in quel momento? Da quali convulsioni è dilaniata? Perché, vedete, è proprio l’anima che si manda a morte. Non uccidere, è detto nei comandamenti. E perché, dunque, per punire un uomo di aver ucciso, lo uccidono? Nono, è un’infamia.”

Noemi Riccitelli

Visto il 3/02/2019

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