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Liv Ferracchiati presenta “Stabat Mater” al Teatro India: la transizione del genere come metafora delle transizioni della vita di ognun*

Lo scorso 31 gennaio si sono concluse le repliche previste al Teatro India del secondo episodio della Trilogia sull'Identità ideata e diretta da Liv Ferracchiati. “Stabat Mater” ci fa entrare nella vita di Andrea, un giovane scrittore in piena crisi dei trent'anni, quella fastidiosa fase in cui vorremmo rompere con la protezione di mamma e papà per ritagliarci finalmente il nostro spazio, mentre abbiamo la nausea al solo pensiero di farlo per davvero. Andrea (Alice Raffaeli) vive senza troppa consapevolezza il passaggio alla vita adulta, che ai trent'anni s'impone d'improvviso come un obbligo sociale, trasformandosi in ansia somatizzata. Che ti piaccia o no devi crescere, e mentre i genitori ti impongono quest'imperativo categorico, al tempo stesso si attaccano a te come bambini capricciosi. La mamma di Andrea (Laura Marinoni, in video), con il suo viso e la sua voce è sempre presente sulla scena, la sua presenza è invadente e rassicurante.

StabatMaterAndrea sta vivendo una situazione fuori dall'ordinario: sentirsi uomo dentro a un corpo che biologicamente e socialmente è quello di una donna. Andrea ha bisogno di passare per un iter di colloqui psicologici per poter avere il via libera dal giudice e finalmente operarsi. Va allora dall'analista (Chiara Leoncini) ma senza collaborare poi tanto, sfoderando il suo atteggiamento difensivo e le sue giustificazioni poco convincenti. Più che per farsi aiutare, Andrea sembra cercare in lei un'estensione della madre, un'estensione della donna che non riesce ad amare (înterpretata da una brillante Linda Caridi), una carezza alla sua passività di fronte alla vita. Aspetta che qualcun altro lo svegli, ma non vuole svegliarsi.
Stabat Mater” sorprende perché riesce a creare empatia col pubblico parlando di una fetta di società ai margini – i transgender – allo stesso tempo in cui parla di tutti e tutte coloro che si sentono di appartenere alla stessa generazione precaria, incerta e sempre sul punto di esplodere. Liv Ferracchiati, con la sua compagnia, The Baby Walk, ha sondato il tema dell'identità nella sua complessità, senza circoscrivere la ricerca al genere e basta, senza incaponirsi in un focus radicale sul transgenderismo, che avrebbe soltanto avuto l'effetto di parlare a una nicchia – a coloro che vi si identificano direttamente e ai cosiddetti “alleati” che sostengono la loro causa. “Stabat Mater” fa guardare allo specchio tutti e tutte coloro che abbiano sentito almeno una volta le vertigini del cambiamento, il panico della responsabilità affettiva, la paura della transizione. Tutti/e ci trasformiamo di continuo, tutti/e transitiamo verso qualcosa che ci faccia sentire più veri/e, tutti/e cerchiamo la nostra natura. Quella natura con cui Andrea grida e si lascia andare in un'esplosione, quella natura incontenibile, che provoca cataclismi spaventosi, che sconvolge il mondo perché non può restare repressa in un angolo, in silenzio. Quella natura di cui gli essere umani si sono appropriati per addomesticarla, per metterla in gabbia, per rinchiuderla in un anello, simbolo del vincolo alienante eteronormato per eccellenza: il matrimonio che sancisce quale amore sia naturale, sano e quale no. La drammaturgia di “Stabat Mater”, firmata da Greta Cappelletti, è potente nella sua semplicità. Sa educare chi è privo di riferimenti per comprendere il percorso di un transgender e il suo rapporto col resto della società, col sesso e con le relazioni, l'insofferenza di dover di continuo spiegare e giustificare chi si è agli sconosciuti, ai genitori, sul lavoro.
La candidata al Premio Ubu 2018, Alice Raffaeli, tiene la scena con sicurezza e ironia, ma qualche cambio di tono in più l'avrebbe resa più morbida e fluida. Linda Caridi è un'attrice strepitosa, ha un'energia dolce e tenace che ci rapisce. Chiara Leoncini sa farci divertire passando dalla classe al lato più carnale ed esilarante del suo personaggio. Un trio interessante, formato da temperamenti molto diversi fra loro. Peccato per l'acustica non proprio ottimale della Sala A del Teatro India.
Il lavoro di Liv Ferracchiati merita di essere visto, per conoscere un sguardo fresco e differente sulla costruzione dell'identità, sull'ordinario e sullo straordinario che ci caratterizzano. Il 3 febbraio si conclude la Trilogia all'India con “Un Eschimese in Amazzonia”, che replicherà il 12 febbraio al Teatro Bellini di Napoli.

Sara Marrone 02/02/2019

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