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“Sissy boy”: un delicato monologo su chi ha perduto i sogni in scena al Teatro Elfo Puccini

Cosa si prova a vivere come una talpa fin dalla più tenera età, isolati ed ignorati da tutti? Quale il sentimento di chi viene emarginato perché si sente in un corpo che non rispecchia il proprio l’essere, la propria personalità? Come affrontare il mondo? C’è una via d’uscita per stare bene, facendosi accettare per quello che si è? Il protagonista di “Sissy Boy”, non ce la fa. Triste l’epilogo che l’attende come la sua fuga dal mondo, uno spazio che lo ha tagliato fuori, non consentendo di vivere a Sergio, questo il nome del protagonista, di questo delicato e commovente monologo con Galliano Mariani, per la regia di Anna Cianca, in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 13 marzo. Mariani è semplicemente ipnotico nel suo modo di raccontare la storia di uno di quei tanti giovani che non ce la fanno. E così, simulando una tragicomica conferenza, un uomo racconta le tappe della propria vita. A Sergio piacciono le bambole, Maga Maghella (Raffaella Carrà) protagonista della sigla di Canzonissima, e soprattutto, il suo meraviglioso costume e la sua fantastica bacchetta magica. Sergio è in trepidazione quando il suo compagno di liceo gli chiede un appuntamento nel parco, lo bacia e principia a toccarlo nelle parti più intime. Sergio ama scrivere poesie, ma arriva il giorno in cui non gioca più con le bambole, né sta a guardare Maga Maghella. Arriva il giorno in cui viene fatto visitare perché la sua omosessualità non è accettata dai suoi genitori, in quanto considerano il suo modo di essere, una malattia a tutti gli effetti. Così viene fatto seguire da quello che tutti credono un luminare nel settore, ma il medico, a distanza di anni, si scoprirà essere un pedofilo, che ha abusato di molti dei suoi piccoli pazienti, cancellandone per sempre l’innocenza.
La storia di Sergio, è purtroppo tragicamente ispirata ad un fatto di cronaca. E’ la storia di tanti che hanno finito con l’essere costretti a perdere i sogni. E l’invito di Franca De Angelis, autrice del testo, suona proprio come un grido, quello a non rinunciare ai nostri sogni. Un monologo garbato, straordinariamente delicato, che con la sua dolcezza, riesce a toccare anche gli animi più gelidi e a raccontare la vita di un giovane che ha vissuto nell’ombra, soffocato dai pregiudizi della famiglia, degli amici e di tutti coloro che lo circondavano. L’omosessualità non è la peste. Un racconto che scivola via veloce, in cui il sorriso si alterna alle lacrime, dove nulla è superfluo ma ogni dettaglio risulta parte integrante del racconto, come le tessere che compongono un mosaico. Un testo che giunto alla conclusione, viene voglia di rivedere, e magari nel rivederlo vorresti tanto poter cambiare il tragico finale. Pensare che il suicidio sia stata l’unica via di fuga per l’impossibilità e la mancanza di forze, a poter vivere alla luce del sole, la propria condizione di essere umano, è qualcosa di sconvolgente.
Uno spettacolo denso di emozioni, che ci regala spunti per molte riflessioni. Da vedere.

Adele Labbate 13/03/2016

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