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“Si nota all’imbrunire”, Lucia Calamaro racconta gli effetti della «solitudine sociale»

Cosa si nota all’imbrunire? Sagome che si stagliano controluce, un’approssimazione, una traccia, seppur essenziale per la definizione di un corpo, una presenza nel mondo senza caratteristiche definite. Si apre e – ciclicamente – si chiude con un gioco di luci che richiama il titolo dello spettacolo il “Si nota all’imbrunire” di Lucia Calamaro. Una rappresentazione, questa, che ci permette di fare delle riflessioni sulla nostra condizione sociale, sul bisogno – connaturato – di avere un contatto con gli altri e su ciò che accade (o semplicemente si innesca) quando quel «male oscuro e insidioso» che è la solitudine ci pervade senza lasciarci via d’uscita.
Incanta il pubblico del Teatro della Pergola Silvio Orlando con la sua consueta e raffinata versatilità, nel ruolo di un padre e di un fratello “affetto” appunto da «solitudine sociale». Il distacco, la lontananza dal mondo, il non curarsi degli affetti fanno di lui un uomo che, in preda al suo isolamento, sopravvive alla vita senza malinconia o dolore. 1 si nota allimbrunire
Al suo fianco, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondanini e Vincenzo Nemolato, rispettivamente nei ruoli del fratello e dei tre figli. Nella sua casa di campagna, lontano dalla società e dal microcosmo di un’esistenza che comunque gli appartiene, Silvio sembra essersi come assuefatto a questo stato delle cose. E questa solitudine in cui lui si è comodamente posato (non a caso manifesta più volte il bisogno di stare seduto), viene interrotta dall’arrivo dei figli e del fratello che cercano di redimerlo da questa condizione, una vera e propria “patologia sociale” in cui realtà, nostalgie e desideri si confondono. Non manca l’ironia in quest’uomo che tutti provano a salvare tant’e vero che lo spettatore fino alla fine spera che il protagonista dia ascolto a chi sta tentando – o almeno così sembrerebbe - di accorciare il filo di quelle distanze tra lui e gli altri. Silvio, però, non sembra affatto accusare questa solitudine, la reputa necessaria per preservarsi dai colpi della vita e da quella sofferenza che possono provocare le altre persone («Non mi ricordo come si fa a voler bene a qualcuno. Mi sono abituato all’assenza»). Ma è veramente incapace di provare sentimenti o la sua è una forma di resilienza attraverso cui “difendersi” dal dolore?
Difficile rispondere a questa domanda, almeno fino a quando tutti i pezzi di questo puzzle familiare non emergono alla fine. Come ciò che si nota all’imbrunire, infatti, di Silvio non percepiamo che la forma, le sue linee spigolose, la sua sagoma, una “corazza” insomma attraverso cui spara giudizi e che rende difficoltoso anche un gesto come un abbraccio. Silvio sembra proprio disinteressato a quell’aiuto che cercano di offrirgli i suoi tre figli e il fratello con quei modi spesso bizzarri e un po’ impacciati. In realtà, quelle persone che provano ad aiutarlo, soffrono anche loro di una qualche mancanza che lasciano emerge proprio al cospetto del padre: Maria Laura scopre di essere noiosa, Alice vorrebbe diventare scrittrice professionista ma non fa altro che appropriarsi dei versi di poeti famosi, Vincenzo non ha ancora trovato una definizione di sé, una collocazione nel mondo e poi il fratello che vorrebbe avere maggiore considerazione.
E in questo progressivo “schiarirsi” delle cose, arriviamo alla fine, alla confessione di Silvio di fronte alla tomba della moglie. Siamo come davanti a un risveglio dopo un lungo, lunghissimo sogno. Tutto quello che abbiamo visto non è mai esistito? È doloroso anche per noi spettatori essere riportati, improvvisamente, a una realtà in cui nessuno ha tentato di salvare nessuno, in cui ci accorgiamo di non poter vivere da soli – perché è la nostra stessa natura che sembra impedircelo – ma poi non facciamo che quel minimo indispensabile o addirittura niente, per avvicinarci agli altri.
Uno spettacolo che apre diversi spunti di riflessione sul rapporto che abbiamo – o dovremmo avere – con le persone a noi care, soprattutto per il fatto che riesce a raccontarci tacitamente il dolore, il dramma della solitudine sfruttando spesso il suo opposto, l’ironia.

Laura Sciortino 1/12/2019

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