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Short Theatre 2017: lo sguardo costante sulla scena contemporanea

Un indovinello potrebbe recitare: coincide con l’apertura delle scuole; con la fine più o meno delle vacanze; con le giacche rigorosamente da infilare a una certa ora- perché ormai la sera fa freschetto- e con l’apertura della stagione teatrale capitolina. Che cos’è? 
Si tratta dell’appuntamento che Roma, da dodici anni a questa parte, ospita quasi fosse un rito: Short Theatre, il festival multidisciplinare curato dal direttore artistico Fabrizio Arcuri con la consulenza di Francesca Corona.
Come in un villaggio, frammentato e temporaneo, artisti, pubblico affezionato, semplici curiosi, critici, giornalisti, operatori e operai della cultura, si incontrano per una decina di giorni negli spazi de La Pelanda e della Factory al MACRO Testaccio (a cui si aggiunge il Teatro India e la Biblioteca Vallicelliana), per osservare il panorama dello spettacolo dal vivo italiano e internazionale.
Sotto il titolo “Lo stato interiore”, l’appena conclusa dodicesima edizione, ha visto 11 giorni di attività tra prosa, musica, danza e arti performative, incontri, convegni e, per la prima volta nella sua storia, artisti provenienti da paesi extraeuropei come Canada, Argentina, India, Portogallo, Spagna, Francia, Svizzera, Belgio, Svezia e Algeria.
L’evento, inoltre, ha ospitato alcune creazioni che si collocano sul confine tra i generi, caratterizzandosi per un approccio performativo, nel quale forme espressive diverse si incontrano e dialogano tra loro.

Decidiamo innanzitutto di assistere allo spettacolo dei Motus, che festeggiano i loro i venticinque anni sulla scena. M1
Über Raffiche (nude expanded version)”, con la regia di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, è l'ultimo lavoro della compagnia riminese, nato dall'impossibilità di riportare il loro Splendid's, spettacolo del 2002 basato sul testo di Jean Genet, ma con ruoli invertiti nel genere.
Ci troviamo al settimo piano di un hotel di lusso, reso da una scenografia elegante e raffinata; alla radio due speaker spiegano che una banda di criminali all'interno di una stanza, ha rapito la figlia di un milionario.
Le “raffiche”, pornoattiviste convinte, si battono contro l'incasellamento dei corpi all’interno di categorie ben definite dal potere economico delle case farmaceutiche e dal potere politico dello Stato.
Le hacker gender, nei loro costumi che, spesso, non lasciano volutamente spazio all'immaginazione, muovendosi ritmicamente nello spazio, sviscerano una trama dall'epilogo, in qualche modo, mai risolto.
Lo spettatore è chiamato a fruire il testo in loop, libero di interrompere o continuare la propria visione per i tre momenti previsti.
Con questo lavoro i Motus ci sorprendono per una verbosità maggiore rispetto al solito uso del corpo – macchina, lasciandoci  con qualche dubbio che, probabilmente, un'ulteriore visione ci avrebbe aiutato a dissipare.

E1Continuando la nostra osservazione, registriamo una forte presenza di compagnie affermate che lavorano con qualità e originalità sulla drammaturgia, assistiamo, infatti,  alla messa in scena di un testo classico reinterpretato in chiave contemporanea: l'”Erodiàs” di Giovanni Testori, presentato dai milanesi Teatro i, dove Federica Fracassi (anche poliziotta nella messa in scena dei Motus) incarna una Erodiade posseduta, ossessiva, alla quale, più che le parole, resta solo la potenza del grido.
Erodiàs è il secondo di tre monologhi scritti da Testori all'inizio degli anni Novanta, poco prima della morte. Si tratta dei tre lamenti funebri, Tre lai: di Cleopatra sul corpo di Antonio, Cleopatràs; di Erodiade, appunto, su quello di Giovanni Battista e della Madonna su quello di Cristo, Mater Strangosciàs.

La voce visionaria della Fracassi e la contemporaneità della lettura scenica di Renzo Martinelli, si confrontano con la scrittura vertiginosa di Testori creando un’opera a cui lo spettatore non può far altro che assistere.
Guardare e aspettare, null’altro.
Immobile di fronte a una dicotomia senza tempo: corpo e mente, ignoranza e conoscenza, sesso e morte.
Dalla scheda di scena, leggiamo: "Una donna dilaniata d’amore per Giovanni Battista, le sue parole di lussuria verso il profeta, simbolo di una religione che lei non riesce a comprendere né a definire, rappresentano l'assenza della ragione, una zona d’ombra non ancora illuminata dalla luce dello spirito.
Un personaggio bidimensionale che vive dietro un vetro, un manichino che a noi si mostra da una vetrina, un mondo inevitabilmente separato dal nostro, ma ora del tutto compromesso e scardinato dall’arrivo di un Dio che si è fatto carne: il verbum.
La testa di Giovanni, separata da corpo, continua a parlarle, la provoca, le impone interrogativi a cui non trova risposta.
Erodiàs non è più l’Erodiàs che era, ormai è il Battista stesso. Di lui prende le fattezze, una maschera nella maschera, da lui prende parole che non conosce, che non stanno ancora nella sua bocca, di lui cerca segni in ogni dove.
Da lui, dall’amore per lui, nasce il suo tormento: che fare? Come andare avanti? Questa domanda risuona. Anche oggi.
Che fare di un Dio che è diventato uomo e che, come ogni uomo, può anche sbagliare? Che fare di un mondo che ha perso il suo centro? Che fare di un amore che si sapeva di carne eppure ha l’odore dell’anima?
”.

Le parole di Testori sono in grado di “stanare” gli attori, li costringono a tirar fuori tutto di sé e qui, Federica Fracassi, interprete sensibile e potente, dimostra ancora una volta le sue capacità attoriali, immersa in una scenografia che si fa corpo, voce e anima della storia.

Nell'ampia offerta del festival, anche un gruppo di progetti e spettacoli che si caratterizzano per le modalità partecipative, coinvolgendo non professionisti tanto della fruizione che della stessa creazione.
Tra questi, sicuramente l'installazione “Nachlass – pièce sans personnes” della storica compagnia Rimini Protokoll, realtà che dai primi anni Duemila, può definirsi come il capostipite di quel ‘reality trend’ capace di animare un filone della scena teatrale europea.N1
Il progetto arriva a Roma in prima nazionale, grazie agli sforzi congiunti di Short Theatre e di Romaeuropa Festival e col supporto dell'Istituto Svizzero.  
La parola "Nachlass" corrisponde all'insieme dei beni materiali e immateriali lasciati in eredità, ed è composta dalla parola "nach"(dopo) e dal verbo "lassen" (lasciare) quindi  ciò che un defunto lascia ai vivi.

In scena otto storie personali, nel segno, però, dall'assenza delle persone cui si riferiscono: otto stanze, dedicate a ciascuna di queste persone – non attori – che, per motivi diversi, hanno dovuto ragionare sul proprio fine vita.
Il regista Stefan Kaegi e lo scenografo Dominic Huber hanno chiesto loro di immaginare un proprio lascito, scegliendo un insieme di oggetti, pensieri, ricordi in grado di lasciare delle tracce della propria esistenza. Ogni stanza rappresenta questo: uno spazio predisposto per lasciare una testimonianza di sé, nel quale il pubblico entra in relazione con le loro storie.
Una delicata indagine sulla fine della vita.
Siamo liberi così di muoverci per esplorare ricordi, ascoltare testimonianze, visionare gesti di una coppia di anziani che ricorda la propria giovinezza, una donna che riesce a realizzare un sogno giovanile prima della morte, un padre che parla a sua figlia, uno scienziato che descrive gli aspetti neurologici della perdita di memoria e quelli tecnici del trapasso e, infine, un uomo turco che vede nella propria dipartita il ritorno alle proprie origini.
Di cosa è fatta la nostra vita, quali ricordi lasceremo ai vivi? Per quanto tempo?

Bisogna entrare in ogni stanza e cercare di sentire. Se ci si predispone davvero a farlo, si potrà facilmente vivere un’esperienza in grado di metterci in contatto con le nostre più profonde paure e, al tempo stesso, con le nostre più alte speranze.

Tra anniversari, reinterpretazioni drammaturgiche e fruizioni partecipative, si conclude così la nostra incursione a Short Theatre, di cui apprezziamo l’attenzione costante sui diversi aspetti della scena contemporanea,  cosicché il nostro sguardo  possa farsi sempre più attento ed esigente.

 

Miriam Larocca

18/09/2017

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