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"Senza famiglia" il ritratto gelido, irridente e grottesco del focolare

MILANO – “Quando si trova un coniuge ammazzato, la prima persona inquisita è l’altro coniuge: questo la dice lunga su quel che la gente pensa della famiglia” (George Orwell).

Chi è senza famiglia scagli la prima pietra. Dalla famiglia nascono, a grappolo, ovviamente essendo l'incubatrice e il nido della gestazione della futura persona che si sta evolvendo, vizi e virtù, patologie, paure e traumi, ossessioni e manie, ricordi che saranno indelebili appiccicati addosso, nostalgie inestirpabili, modalità relazionali. La famiglia nutre ma ingabbia, la famiglia dona ma pretende osservanza delle regole per starne dentro e allontanarsene diventa sempre fonte inarrestabile di sensi di colpa che galoppano, recriminazioni a catena, lamentevoli scontri dove i figli, nei confronti dei genitori, senza famiglia IMG_0558.jpgne escono sempre psicologicamente con le ossa rotte nel limbo di quel modus ricattatorio che schiaccia invece che librare, che soffoca invece che far respirare. Il Mulino di Amleto abbandona le sue atmosfere, la cupezza materica di “Platonov” o il candido biancore della verità e della giustizia trionfante di “Ruy Blas” e sposa il testo, colorato, grottesco, variopinto, sfaccettato di Magdalena Barile, “Senza famiglia” (prod. ACTI, Campo Teatrale, Residenza IDRA, Armunia, Kilowatt), già messo in scena non molte stagioni fa dalla sua compagnia di riferimento, i milanesi Anima Nera. Niente a che vedere con il libro omonimo di Malot, più somiglianze invece con una sorta di “Famiglia Addams” dei nostri giorni tra incomprensioni, insofferenze, insoddisfazioni, abuliche indifferenze sparse.

senza famiglia IMG_0642.jpgLa forma, il contesto e la cornice sono frizzanti, leggeri con spennellature di ironia in un affresco pop tinteggiato di dolci forzature eccessive che ne esaltano, come in una favola noir, come in un racconto epico, i tratti marcati, le sproporzioni grossolane, quelle esagerazioni che da una parte ci portano verso l'impossibilità e nel mentre fanno diventare la narrazione, paradossalmente, ancora più realistica sotto quella patina di articolata e artefatta amplificazione di tic e fissazioni guaste. Un animo leggero e soffice pervade la regia di Marco Lorenzi che qui tira fuori le sue carte migliori, liberandosi sia dai lacci del classico come dalle briglie del contemporaneo, in una prova equilibrata tra un plot energico ed esplosivo ed un finale pesante (e inquietante proprio perché possibile e plausibile) come piombo, talmente amaro da tagliare le gambe facendoci rimpiangere le risate elargite in precedenza. E' un'altalena che prima spinge verso picchi bizzarri, stravaganti che deformano come tunnel degli specchi questa “Sagrada” Famiglia in salsa nostrana, mentre dall'altra parte è solida e concreta e palese, per niente sottesa o nascosta, la denuncia alla famiglia tradizionale di stampo cattolico, quella, per intenderci, con padre-madre-figli.

I cinque in scena recitano rivolgendo il loro sguardo alla platea, non si guardano tra loro, quasi come i colpevoli sulla linea dei Soliti Sospetti, non hanno relazioni, non c'è calore in queste piramide dove al vertice sta impassibile, eterea, imperturbabile Nonna (figura colma di chiaroscuri, irresistibile ancora una volta Angelo Maria Tronca, spassosissimo, disincantato, gelido, algido, serafico, uno stiletto nelle nostre coscienze), sotto la Madre che ha sempre desiderato, senza successo, l'amore e la considerazione della genitrice (la parrucca bianca la avvicina a Andy Warhol, anche per quella compostezza e savoir faire aristocratici), il Padre (Francesco Gargiulo a suo agio in questo mix di cinismo e apatia machista mediterranea), chiamato dalla Nonna reggente e dittatrice “Minus Habens” e i due Figli della coppia, i nipoti della despota con charme, la ragazzina autolesionista e il ragazzo che vuole cambiare sesso.senza famiglia IMG_0810.jpg

Bisogna dire che le figure maschili vengono trattate con un eccessivo piglio distruttivo, senza nerbo, incapaci, senza forza né volontà, che attendono gli eventi senza prendersi responsabilità né decisioni: una visione troppo parziale e di parte. Quello che rivendica l'anziana è il fatto che lei ha protestato in piazza, ha fatto da pasionaria il '68 e forse anche il '77, ha lottato con il pugno chiuso per i soprusi maschilisti, ha battagliato per la legge sul divorzio e sull'aborto, e invece, per tutta risposta, si è trovata una figlia casalinga, ben contenta di cucinare per marito e prole, dedita alla lettura di giornaletti spazzatura, frivola, un po' vuota, spaesata per difesa dall'oppressione e aggressione carismatica della madre invadente e giudicante. Ad inframezzare le scene domestiche e casalinghe piene di rancore fuggevole e cattiverie velate, soprattutto di inacidito disamore, arriva, come una mannaia, quel fruscio di fondo, ronzio di una tv che non prende il segnale e che regala apparizioni visionarie, epifanie da incubo senza famiglia IMG_1034.jpgcon l'affacciarsi, come flash, come pubblicità occulta, alieni e mostri dalle teste strane ed enormi. La televisione che frigge è anche l'elemento sonoro che ci porta verso il drammatico e tagliente finale, roba appunto da servizi da piccolo schermo (Barbara D'Urso docet) di quelle trasmissioni dove si va a cercare nel delitto di una qualche periferia italiana di provincia non tanto i colpevoli quanto lo sporco, il sudicio, il pruriginoso schifoso che esorcizza come è successo con Erba, con Cogne, con Avetrana, con Novi Ligure.

Il personaggio più devastato e devastante, che ti prende lo stomaco per senso d'impotenza, è la Madre (Barbara Mazzi compassionevole ma senza sdolcinature nella sua richiesta spasmodica d'affetto), figlia della Nonna, che segue alla lettera i consigli dell'anziana arpia per essere finalmente amata, considerata, voluta: “Ma sei un po' orgogliosa di me?”, le chiede insistentemente senza ricevere risposte confortanti. Dentro questa famiglia per essere stimato devi essere quello che gli altri vogliano che tu sia. Nessuna protezione qui, solo costrizioni e una placida infelicità. Un nuovo positivo salto in avanti per il Mulino di Amleto.

“La famiglia è uno stato che riceve autorità dalla noia, dalle convenienze e dalla paura di morir soli in casa” (Leo Longanesi).

Tommaso Chimenti 27/02/2019

Foto: Manuela Giusto

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