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"Se mia madre mi facesse a pezzi": il disagio adolescenziale canadese

GENOVA – Tra le pieghe del titolo c'è molto De Andrè. Dopotutto siamo a Genova e la produzione è quella del Teatro della Tosse che ancora scommette su nuova drammaturgia e su nuovi e giovani interpreti. Non poteva essere altrimenti. Titolo lungo, di quelli da apnea: “Se mia madre mi facesse a pezzi nessuno mi verrebbe a cercare”, poetico, straziante passaggio da scovare all'interno della drammaturgia che ha già in sé il sapore della mancanza di fiducia, dello stare in casa come in una trincea a difendersi, dove non puoi rilassarti né abbassare la guardia nemmeno con quella stessa madre che ti ha portato nel ventre, che ti ha allattato. Possiamo snidare al suo interno sia “Se ti tagliassero a pezzetti” che, tra le righe, la “Ballata dell'amore cieco” nel frammento “gli disse amor se mi vuoi bene tagliati dei polsi le quattro vene”.50940493_290974198276307_8101019125922104647_n.jpg

Il titolo nella traduzione italiana, a cura di Sonia Fenoglio e Anna Giaufret, è certamente più interessante e sensibile del romanzo canadese e dell'omonima pellicola che sarebbe “Nel peggiore dei casi, ci sposeremo” (testo arrabbiato “Et au pire, on se mariera” di Sophie Bienvenu che ci ha ricordato i britannici Danny Boyle o Irwine Welsh, Martin Crimp o ancora Mark Ravenhill) molto adolescenziale e che non rispecchia il carico di angosce e disperazione che emerge e sprizza da questo lungo (1h45', però corre leggero), intenso monologo a cui la giovane talentuosa Marta Prunotto dà voce, rabbia e soprattutto corpo con un linguaggio crudo, diretto, ferito, sanguinante. La protagonista Aicha ha tredici anni ed è nel pieno di una tempesta tormentata familiare e personale, di crescita, della scoperta dell'amore, del sesso, in crisi d'abbandono. Già perché il suo immaginario femminile è la madre che porta uomini diversi a casa, che l'ha concepita con un padre ignoto mentre conviveva con Hakim, un algerino che le faceva da patrigno.

teatro della tosse-3.jpgAd ogni tenerezza alla quale si è lasciata andare, cullare e coccolare segue, quasi come tremendo contrappasso, una punizione da subire, una delusione da patire e ogni particolare positivo e candido e affettuoso che riusciamo ad estrapolare ed a far emergere in questa confessione (soltanto alla fine capiamo essere davanti al commissariato) ha la sua zona d'ombra, il suo lato oscuro e fangoso, sicuramente sporco, dilaniato, marcio. Non c'è salvezza per questa ragazzina che voleva fuggire con il patrigno, che però abusava di lei anche se Aicha lo giustificava scambiando quelle effusioni per affetto e amore genitoriale, per questa bambina che per diventare grande in fretta fa sesso non protetto con uno sconosciuto in macchina, per questa giovane donna che si innamora di un uomo molto più grande di lei, Baz, che prima tenta di proteggerla, poi la porta a letto illudendola.

Sono vite segnate dai binari stretti della solitudine che portano in un'unica direzione: il fallimento, la sconfitta, carne da macello. La Prunotto, con la sua grande fisicità esplosiva, è altamente credibile e rende perfettamente un personaggio doloroso nervoso, ansioso, sempre su di giri, energico e frustrato come una pentola a pressione, che non si rassegna, che vuole lottare nella sua scala di valori sballata e distorta, in questo degrado di rapporti come fazzoletti usa e getta, in mezzo a questa umanità disgregata e disgraziata senza redenzione né futuro, lasciata a se stessa senza una guida, abbandonata allo stato brado nel mestiere più difficoltoso esistente: crescere.se-mia-madre-mi-facesse-a-pezzi-nessuno-mi-verrebbe-a-cercare-525955.660x368.jpg

La scena (la regia potente è affidata a Elena Dragonetti che ne ha curato anche l'adattamento, tre serate alla Tosse tutte sold out), supportata da una grande colonna sonora empatica, piena di pathos toccante e trascinante, è divisa visivamente in tre parti che se ci fosse la zona esposta, con i fatti reali, nella luce, quella pensata, dietro un velatino su un divano rosso accogliente e che smuove fantasie, quella immaginaria e rabbiosa sopra un tappeto di ghiaia che punge solo all'idea di calpestarlo. E' amaro il calice e acido il risultato, ancora più acre, paradossalmente, perché rafforzato da una comicità quasi involontaria di questa bambina che tenta di arrivare ad essere donna e scrollarsi di dosso tutti questi fantasmi (la madre, gli uomini, l'amore, l'impazienza, la voglia di fuga e soprattutto il desiderio di essere amata) che la appesantiscono, la affossano, la affondano, che le si attorcigliano alle gambe come edera e le impediscono di camminare. Un'ironia disseminata che esalta il dramma, lo acumina nella nostra impotenza di spettatori: “Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai”.

Tommaso Chimenti 07/02/2019

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