Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

"Scusate se parliamo d'amore": Carver, mal di viver e alcool

CAMPI BISENZIO – Non è così semplice trasporre l'inchiostro su carta di Raymond Carver su un palcoscenico. Passare i non detto, la suspense, i tempi sospesi, rarefatti e lontani, quelle pause che argomentano le parole già dette e danno corpo e senso a quelle che verranno. E' tutto un gioco di silenzi ed equilibri, di conversazioni che ad una prima occhiata possono sembrare quotidiane, se non banali, normali, in un interno, lui, lei e l'immancabile bicchiere da riempire. Ma si ha sempre la sensazione che il crack sia alle porte, che ad ogni capoverso tutto si possa ribaltare, che tutto possa cedere, cadere precipitosamente in maniera irreparabile, irrevocabile. Non siamo al sicuro leggendo Carver, e questo ci piace proprio perché non ci tranquillizza, non ci fa vivere sonni sereni, ci fa lavorare Carver Campi 1di testa. Al cinema era stato Robert Altman a spostare i personaggi dei racconti carveriani. In teatro è poco rappresentato. Sembra semplice ma non lo è: ci vuole ritmo, armonia ma anche punzecchiatura e quell'incerto incedere che tutto sovrasta, chiamalo caos ordinato, quella cappa che aleggia sopra queste figure tratteggiate come nei dipinti di Hopper, che sembrano lì per caso, stanati dall'occhio incuriosito di un qualcuno che rimane esterno, voyeurista che annota frasi che a poco a poco ci portano dentro queste vite disordinate che nascondono segreti nella più placida borghesia di una periferia dove non si parla di niente, dove proprio non parlando di niente si riescono a sapere molte cose indicibili degli altri, in una strategia esposta continua tra innocenza e ingenuità e tentativi di autocontrollo andati a male.

Di cosa parliamo quando parliamo d'amore” è una raccolta di racconti di Carver (shortstories e poesie i suoi campi) che qui, a teatro nel progetto diretto da Alberto Di Matteo, diventa “Scusate se parliamo d'amore” (visto al Teatro Dante-Carlo Monni di Campi Bisenzio). L'amore è un pretesto per aggrovigliarsi attorno alla vita, al suo tormento inspiegabile, alla sua dissoluzione, alla nostra incapacità di razionalizzarla senza tremori né titubanze. In quattro attorno ad un tavolo, stanno, come se aspettassero qualcosa che arrivi dall'esterno, a chiamarli, a cercarli, o stanarli (ecco, si ha la sensazione che si stiano riparando, nascondendo da un oltre oscuro che potrebbe abbattersi su di loro) da quel fuori dal Carver Campi Nick e Lauraquale non arrivano segnali se non segni inquietanti, piccoli cedimenti che rintoccano dentro le loro casse toraciche. E a mano a mano che si procede in questa serata colorata e sgangherata, dove la felicità è macchiata e sporcata di una netta malinconia difficile da celare sotto il tappeto del quieto vivere, sembrano emergere e venire a galla scheletri del passato, fantasmi del passato, paure del futuro. Dialoghi asciutti, secchi, taglienti da far male nella loro spontaneità e nitidezza, botta e risposta che sembrano di circostanza e che invece centrano sempre l'obbiettivo e quando te ne accorgi è sempre troppo tardi per bloccare l'emorragia.

Sulla scena, in un impianto casalingo salottiero e pseudofelice (ci ha ricordato da una parte le drammaturgie di Yasmine Reza dall'altra i contorni sgranati e offuscati tratteggiati da Charles Bukowski, ma qui, paradossalmente, c'è una disperazione suppletiva a fare da contrappeso), due coppie, Andrea Mitri e Barbara Rizzo, Massimo Poggio (bel volto televisivo espressivo riconoscibile da fiction) e Letizia Sacco, affiatati, ben amalgamati. Dalla scena ogni tanto si stacca la voce del narratore (Mitri dà il suo contributo puntuale con tocchi leggeri, pennellate senza cercare di imporsi ma mettendo sul piatto spirito di servizio) che cuce, inserisce, intercala, raccorda, ricorda, ritorna. Potremmo dire che i personaggi siano cinque in effetti: il quinto è proprio la bottiglia che innesca, agita, shakera animi e passioni, nostalgie e voglie. L'alcool (Carver è morto a 50 anni dopo una vita di eccessi) è il detonatore non tanto che fa perdere il controllo né che dona la sincerità del in vino veritas quanto riesce a scardinare le posture, le compostezze e le varie formalità (anche tra amici vige l'etichetta di rispettare quello che abbiamo fatto credere agli altri di essere, la nostra costruzione sociale).

Quella linea sottile di pericolo che frigge in sottofondo e sempre pronta a fare capolino tra le varie disquisizioni ed elucubrazioni dialettiche è tangibile e chiara e siCarver Campi Terry concretizza in piccole parentesi come tagli di Fontana, squarci che arrivano a fendere la tela costruita e ad immergerci in dimensioni parallele di mondi possibili. Gli occhi da contenti si fanno depressi, le espressioni da solari diventano cupe e dure mentre balenano questi attimi soffici di inquietudine e dolce terrore. Basta soffiare sopra lo zucchero a velo per vedere la vera crosta della torta chiamata esistenza, una volta spostati i luccichini quello che rimane è l'essenza con la quale dover fare, forzatamente, i conti giornalmente, una volta scartate le sovrastrutture ci siamo noi, piccoli, miseri, fallaci, teneri nelle nostre pochezze. E Carver, e questo lavoro del gruppo Arthea ne è fedele depositario del messaggio, è l'arbitro che tutto soppesa tra l'ordinario scorrimento degli eventi e la possibile tragedia che è sempre dietro l'angolo, descrivendo quella fragilità alla quale siamo esposti pur credendo di essere forti, invincibili e soprattutto eterni. Godibile adattamento (una bella scelta) che però ha l'unico limite di essere troppo breve. La sfida potrebbe essere creare un secondo tempo con altri personaggi carveriani da incastrare, sovrapporre ai primi. Così si rimane in un limbo di coitus interruptus che invece andrebbe soddisfatto.

Tommaso Chimenti 19/02/2019

Foto: Roberta Sabatini

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM