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Scene da Faust: il capolavoro di Goethe nel nuovo spettacolo di Tiezzi. Il senso di inquietudine e la morte redentrice.

Che l’uomo sia una creatura insaziabile, è un dato di fatto ormai. Siamo andati avanti nel progresso tecnologico, abbiamo trovato infiniti modi per rendere le nostre vite migliori rispetto a un passato in cui qualcosa mancava perché non lo avevano ancora inventato o non "funzionava" nel modo giusto. Eppure, spesso, capita ancora di sentirci insoddisfatti e non ci sentiamo in grado di colmare quella “fame” congenita che, forse, deriva dalla nostra stessa natura. La razionalità, l’intelletto, la conoscenza delle cose e del mondo, saranno comunque – e forse sempre? – messe in discussione nel momento in cui l’uomo tenta di appagare la sua mancanza.
Non vuole essere questa una condanna, un giudizio né tantomeno una visione “troppo pessimistica” dei singoli esseri umani, quanto un’osservazione attenta di un temperamento che ci accomuna. Occorre solo capire da che parte pende il piatto della bilancia quando ci troviamo a dover rispondere a domande di questo tipo: il bisogno di “riempire” certe piccole o grandi voragini interiori ci condanna a un’infelicità? Oppure la razionalità rende l’uomo una creatura enigmatica e unica che si differenzia dal resto del creato? scene da faust tiezzi foto di margherita nuti 1 min
“Scene da Faust”, lo spettacolo presentato in prima assoluta al Teatro Fabbricone di Prato, ci permette di riflettere molto attentamente su questi aspetti. Con la regia e drammaturgia di Federico Tiezzi, il testo di Johann Wolfgang Goethe (versione italiana di Fabrizio Sinisi) offre spunti anche all’uomo contemporaneo per soffermarsi sul senso di inquietudine che lo pervade, benché le epoche siano profondamente cambiate. Abbiamo di fronte uno spettacolo in grado di portare su di sé il senso della tradizione, con un caposaldo della letteratura, ma anche la modernità della rappresentazione che usa tecniche moderne, capaci di sorprendere lo spettatore di un teatro in grado di rinnovarsi sempre. Non basta, lo spettacolo mescola le storie dei suoi personaggi e la Storia, partendo dalla scelta dei costumi e degli oggetti di scena: dagli abiti eleganti di Faust e Mefistofele, alla veste di Margherita e poi ancora le panche dal design contemporaneo, il letto spoglio, essenziale, quasi da vecchio ospedale psichiatrico.
La sete di sapere tormenta, angoscia e perseguita Faust e, nel tentativo di appagare ciò che più desidera, si allea con Mefistofele diavolo tentatore (interpretato da Sandro Lombardi), senza raggiungere comunque quella calma auspicata. Lo spettacolo, suddiviso il tredici capitoli, è – come ha giustamente affermato Capitta - quasi una «tragedia in musica», proprio perché la messa in scena alterna parti recitate a parte cantate.
Una scelta importante questa che ci permette di agganciarci alle riflessioni espresse poc’anzi; la musica è in grado di condizionare lo stato d’animo dell’uomo e di trascinarlo nel ricordo di un tempo passato o nell’oblio delle sue domande. Canti e silenzi sono in grado di penetrare le parti più recondite dello spirito, luogo nel quale si annidano pulsioni, tormenti e sofferenze. E dal momento che la consolazione di Faust non può essere veramente catartica, egli si lascia “sedurre” da colui che in realtà lo trascina nella perdizione eterna, dove solo la morte sarà davvero redentrice.
Fantascientifico lo scenario di questa tragedia, un po’ “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick; ci sono molti elementi che permettono di ricordare questa circostanza a partire dal senso di ossessionata esplorazione delle cose, fino alle tute bianche degli attori che indossano maschere per proteggersi da gas e vernici, e poi ancora il luogo totalmente bianco e “neutro” della rappresentazione che porta con sé il concetto di paesaggio alienante in cui tutto spesso sembra immobile e immutabile. Più di tutti, questo richiamo è portato dalla scelta di affidare a delle scimmie-chirurghi il processo di trasformazione di Faust. Il quarto capitolo, infatti, è pervaso dall’istinto, dalla brutalità e il caos che sembrano dominare l'iniziale ratio del protagonista; egli, coinvolto in un rito primitivo e sacrificale, è portato direttamente a spogliarsi della sua stessa identità (la trasformazione è sottolineata dall’immagine di Faust che si alza dal letto di ospedale con una maschera di silicone neutra in cui scompare tutto: capelli, sopracciglia, tratti somatici. In questo momento può essere tutto o nulla). Dall’odissea kubrickiana alla Bibbia, in cui non solo Mefistofele potrebbe rappresentare il serpente che tenta Adamo ed Eva, ma nel senso in cui si trova la perpetua presenza di un Dio che parla fuoricampo, che osserva e valuta le azioni della sua creatura. Di richiamo molto religioso anche l’inizio con le tre figure appese, a testa all’ingiù, che tengono le braccia aperte, come se fossero uomini crocifissi, e poi ancora le bare disposte a croce durante il duello tra Faust e Valentino, il fratello di Margherita, o il richiamo alla Pietà, capolavoro di Michelangelo, con la Vergine Maria vestita con un Cristo morto nudo in braccio, quando si porta via il corpo ormai inerme del ragazzo.
Probabilmente l’uomo, proprio come Faust, non arriverà mai a colmare la sua sete di conoscenza, anche se fosse meno assetato di sapere del nostro protagonista. Certe tendenze possono davvero essere distruttive, oppure possono permetterci di riflettere sulla nostra condizione sul momento in cui determinate domande arrivano per destabilizzare la quiete in cui, di tanto in tanto, sentiamo di sentirci protetti.

Laura Sciortino 20/5/2019