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"Saul", Gionata, David: ed io tra di voi

GENOVA – E' un gioco di incastri pericolosi, di relazioni adesso segrete ora palesi, quelle che intercorrono tra questi tre personaggi, tutti al maschile, tre lati dello stesso triangolo, tre spigoli, tre angoli dello stesso poligono. Saul, il Re, Gionata, il Figlio, David, il consigliere (potrebbe essere lo Spirito Santo) creano impasto e separazione, si uniscono e si allontanano, si amalgamano per poi prendere le distanze, si abbracciano per poi dichiararsi guerra, come atomi che prima si attraggono per infine respingersi. Un “Saul” molto giovane e contemporaneo, quasi un concerto, questa produzione del Teatro della Tosse (insieme ad Arca Azzurra e Teatro I, in collaborazione con Amat) e che ha ottenuto la menzione speciale alla Biennale di Venezia 2018 all'interno 1660647532HOME.jpgdel concorso per registi under 30.

La regia di Giovanni Ortoleva (cura anche la drammaturgia insieme a Riccardo Favaro) va nettamente in questa direzione, rinfrescando, ripulendo, creando una patina moderna e godibile ad un classico senza tempo: Re Saul delegittimato ed attorniato dal Figlio Gionata, suo punching ball preferito, viene calmato dal giovane David (Alessandro Bandini eclettico, spumeggiante: sentirete ancora parlare molto di lui, è il vero protagonista del terzetto) che diviene l'ago della bilancia, adesso si sposta e diventa indispensabile per il Padre, ora pende e si flette verso la grande amicizia con il Figlio. Si parla di possesso, di gelosia, di voglia di avere, di desiderio e bramosia. Si parla di viscere e carne, di sentimenti forti in un magma esplosivo e vivido che ha a che fare con l'amore, con l'affetto ma anche con l'avidità, con la cupidigia, con la smania, invidia e gelosia, con l'irrefrenabile ingordigia, che si miscela con l'impazienza, con l'ansia, con l'insoddisfazione, con la concitazione, con l'esasperazione: “Ogni uomo uccide le cose che ama o ne viene ucciso”. E' un testo tattile e materico che lo puoi toccare, le cui frasi le potresti mordere, i cui dialoghi sono solidi e marmorei.

Saul (Marco Cacciola sempre una sicurezza d'esperienza) è un regnante sul viale del tramonto, se ne sta in panciolle ma senza riposare, accappatoio e birra a guardarsi vecchi film mentre Gionata è il figlio schiacciato dalla gigantesca figura paterna, al quale non sa rispondere e dal quale viene immancabilmente vessato ed umiliato per la sua inferiorità. A rompere questo ménage, ormai cristallizzato e fisso nel tempo, questo rapporto malato tra sadico e masochista, arriva a gamba tesa a spezzare questo delicato equilibrio David che fronteggia il primo, facendolo innamorare, e carezza il secondo, facendolo capitolare. Per interesse, per passione o per natura, sta di fatto che David capisce di che cosa hanno bisogno entrambi gli antagonisti proponendo loro quello che non hanno mai avuto: i rifiuti a Saul, gli abbracci amorevoli a Gionata. Peccato però che si forzi troppo la mano sul rapporto omosessuale dei tre, o meglio di David con Padre e Figlio (Federico Gariglio1754605503.jpg puntuale, accorto e necessario anche nei ruoli di narratore e cucitore tra le scene, voce fuori campo e regista sul palcoscenico), sminuendo da una parte e limitando dall'altra la potenza della riflessione facendo apparire David come un arrampicatore sociale che attraverso affetto mercenario e sesso spiccio riesca a raggiungere le vette del successo e non per talento o meriti particolari se non, appunto, doti fisiche e approcci ambigui.

Il dramma (bergmaniano per l'introspezione e bernhardiano per intenzione ed atmosfere) è tutto spostato dalla Bibbia ai giorni nostri con il Monarca che diventa un celebre cantante ormai cinico, duro, misogino, “imbruttito” dall'esistenza, burbero e ruvido, il Figlio è un paroliere senza talento apprensivo e ansioso e David (che da giocattolo nelle mani del suo mecenate-pigmalione si trasforma in protagonista) vuole sfondare, riuscendoci, nel mondo della musica. La regia è colma di tanti segnali importanti e frizzanti: gli stacchi tra una scena e l'altra sono lunghi bui dal rumore assordante come se dentro i protagonisti si stesse per rompere qualcosa, come se imminente fosse il crack, la valanga che comincia la sua discesa, l'iceberg che si stacca e provoca lo tsunami.

Si parla di passaggio generazionale, di vecchiaia e testimone che dovrebbe correre dalla mano degli anziani saggi a quelle dei giovani: argomento molto attuale in questa società dove gli anziani ormai non muoiono più, lavorano finsaul-3.jpgo a tardi, hanno in mano le finanze dei Paesi, percepiscono la pensione (cosa che i giovani d'oggi non sapranno nemmeno che cosa sia), prendono il Viagra inventandosi la Quarta Età allungando e sostituendo la Terza, scatenando così una guerra tra l'Anziano che ha le possibilità ma blocca il flusso dei giovani verso il benessere e la realizzazione, e i Ragazzi ai quali rimane soltanto la protesta, la forza dei muscoli freschi che però gli si può ritorcere contro sottolineando la brutalità e non le istanze reali. Le coreografie ed il tappeto sonoro, che si fa rave techno industriale tamburellante e ritmante, danno quella giusta patina che avvicina le nuove generazioni di pubblico perché sulla scena si parla di loro, del loro fermento, del loro vulcano che non trova crateri dove esplodere, delle loro implosioni autoreferenziali, delle loro depressioni autoinflitte, della sensazione costante di sconfitta prima ancora di essere scesi nell'arena, di quella insoddisfazione che ne blocca molti, di quello strato di negatività e pessimismo che li pone in uno stallo, nelle sabbie mobili, nel fango senza stimoli: David è qui per dimostrare che Saul si può battere e buttare giù dal trono. Le fiabe (come le leggende, come il teatro) non insegnano che i draghi (le problematicità e gli ostacoli dell'esistenza) non esistono, le fiabe insegnano che i draghi si possono sconfiggere. “Saul”, in questo, è una bella lezione.

Tommaso Chimenti

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