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Santa Estasi: Elettra, la tragedia dell'attesa e della vendetta

Brunella Giolivo

I figli fanno il possibile per uccidere i propri genitori e vendicarsi delle colpe che ereditano, nella speranza di distruggere il passato e dare vita a un nuovo ordine. “I giovani servono a questo”, ricorda ai fratelli Elettra e Oreste il pedagogo di corte che aveva passato tanti anni al fianco di Agamennone, il sovrano di Argo ucciso dalla loro madre e regina Clitemnestra con la complicità dell’amante Egisto, cugino del defunto re. Ma ogni azione di rottura è generata da un trauma e a sua volta ne causa un altro, in un ininterrotto e sempre uguale ciclo di tormenti che attraversano le generazioni rinnovandosi nella forma e rimanendo sempre uguali nella sostanza. C’è sempre qualcosa da espiare, anche perché tra genitori e figli ci sono più somiglianze di quanto entrambi immaginano.
Il quarto capitolo di Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia, è la tragedia dell’attesa della vendetta e del suo compimento. E’ la tragedia di due fratelli che comincia con il dolore della sorella maggiore, Elettra, e si chiude col il peso della colpa che sta per abbattersi su fratello minore, Oreste. Lei, interpretata da Marta Cortellazzo Wiel, è una giovane nobile cacciata da palazzo dalla coppia di usurpatori e data in sposa a un contadino per far sì che, se avesso avuto un figlio da lui, questi non avrebbe potuto reclamare il trono in futuro. Sette anni sono passati da quando ha lasciato le stanze reali per andare a vivere in una capanna lontano dalla città, oltre duemilacinquecento giorni da quando suo fratello – ancora bambino – è stato mandato dal pedagogo presso Strofio re della Focide perché lo allevasse al sicuro dalla furia omicida dei nuovi regnanti. In tutto questo tempo Elettra ha aspettato il ritorno di Oreste (Christian La Rosa) per ottenere giustizia con la morte della madre e del suo sposo. Non una giustizia pia né pacificatrice, ma una alimentata dal fuoco divorante e incessante dell’odio per essersi vista portare via col ferro affilato il padre tanto amato e per essere finita dal lusso regale a una capanna rozza e spoglia, senza cibo eccetto per dei barattoli di crauti.
L’operazione del regista Antonio Latella con questo ciclo continua in equilibrio tra fedeltà alla tradizione classica e un’attualizzazione che ne accentua alcuni tratti ma senza esasperarli in uno stravolgimento, con una messinscena minimale composta da un tavolo, alcune sedie, un angolo cottura e una dispensa e un abbigliamento da primo Novecento per tutti i personaggi eccetto i due fratelli in t-shirt granata e pantaloni/gonna neri. Rispetto ai tre capitoli precedenti, l’elemento comico fa capolino con maggior presenza ritagliandosi dei proprio spazi autonomi nella soffocante cappa del dramma che sale come la marea. santaestasti3Tetra comincia la tragedia dell’attesa della vendetta e del rancore. Luci molto basse, il massiccio cadavere seminudo di Agamennone è steso sul tavolo-altare e la figlia, tra i gemiti e l’affanno di chi è sul punto di scoppiare in lacrime, lo veste per la sepoltura sollevandolo e muovendolo per infilargli camicia, calzini, pantaloni, giacca e cravatta. Il culto dei morti è rispettato con gesti colmi d’amore sfumato di morbosità. In quest’atmosfera crepuscolare e indefinita, Elettra si lascia andare ai ricordi e il fantasma del padre li rievoca tutti. Quelli candidi e innocenti dell’amore tra un genitore e la sua bambina: “Quando eri piccola ti piaceva imbandire piccoli spettacoli per me. Ti mettevi a danzare come un violino infuocato. In quel momento non ero un re, ero un padre”. E quelli meno limpidi che sembrano rievocare a un rapporto incestuoso: “Facevi le piroette dietro il sipario, quel sipario che i nostri baci hanno consumato, erano spettacoli solo per me. Mamma non doveva vedere, lo so”. Un sentimento così forte da vincere ogni contraddizione e diventare combustibile illimitato per le fiamme dell’odio. Poi, in questa dimensione sospesa tra la memoria, il sogno e i due mondi – terreno e ultraterreno – la figlia sale sul piedi del padre e insieme, abbracciati, ballano un lento mentre scorrono la musica malinconica e le parole basse e vibranti del cantautore canadese Leonard Cohen che intona il suo brano Dance Me to the End of Love. “Le donne non sprecano tempo con la vendetta, la fanno fruttare” , raccomanda il fantasma di Agamennone alla figlia che in quel momento cominciare a maturare il desiderio di vendicarsi. Infine prende di nuovo la parola il re e sposta la vicenda avanti di sette anni, annunciando l’arrivo dell’uomo tanto atteso e temuto, per restare poi come presenza invisibile sempre in mezzo agli altri personaggi.
L’incontro tra consanguinei si dipana tra diffidenza, cautela e ostilità e dapprima Oreste non rivela il suo nome, interessato ad avere informazioni dalla sorella mentre questa sfoga la sua rabbia e la sua sofferenza perché il fratello ancora non è tornato e lei è costretta a vivere in un tugurio con un bifolco. Entrano in scena altri personaggi, due donne del coro (Mariasilvia Greco e Barbara Mattavelli) e il marito di Elettra, Meschino (Alexis Aliosha Massine), che apre la parentesi comica dello spettacolo. E’ suo il racconto dell’intera vicenda che coinvolge la moglie, il cognato, la regina Clitemnestra e il re Egisto – che lui storpia in Clitomestrua ed Egaysto, ridicolizzando la loro sessualità femminea –, le implicazioni e i sottintesi con cadenza campana e parole napoletane. Elettra poi lo manda a chiamare il Maestro (Gianpaolo Pasqualino), il vecchio pedagogo di corte, per avere notizie su Oreste. Un gran rumore di mosche invade la stanza, i presenti cominciano ad agitarsi per scacciarle e schiacciarle finché i loro movimenti non si trasformano in danza, mentre Agamennone ride presagendo che il castigo dei suoi assassini si avvicina. In un caotico e raffinato pastiche linguistico di italiano, francese e tedesco, il Maestro in elegante giacca bianca informa che Oreste è davvero arrivato in città e si lancia in un monologo allucinato e persuasivo sul progetto di Agamennone e suo di edificare una società nuova, fatta di “giovani agili come levrieri e resistenti come l’acciaio” che “non soccombesse alla degenerazione del tempo”, sulla metafora tra il sacrificio di un vitellino e l’assassinio degli usurpatori e sulle sue modalità, prima di svelare chi tra loro è Oreste e dargli l’arma: “Loro conoscono il tuo nome, non il tuo volto. Se vuoi essere tu, tu stesso devi rinunciare al tuo nome”. santaestasi1
Ucciso Egisto (Emanuele Turetta), di fronte al cui corpo senza vita Elettra rivela di aver aspettato a ucciderlo “perché così ti ho ammazzato meglio. La paura, più della vendetta, è stata la mia arma. Riesco sempre a fare quello che voglio”. Le stesse parole che dirà di sua madre nel loro ultimo incontro, una trappola ordita con l’inganno, nel faccia a faccia tra una ragazza tenuta in vita solo dall’odio e una donna che ammette di essere morta dentro molti anni prima, quando era regina di Creta e Agamennone la prese al marito grazie alla forza delle armi uccidendo anche il suo primo figlio. “Tutti mi odiano perché sono una donna, allora faccio la regina cattiva. La paura è sempre stata la mia arma”, confessa Clitemnestra con l’amarezza di chi sa di non aver potuto fare altrimenti per sopravvivere e ed è dovuta ricorrere a tutta la propria determinazione: “Io riesco sempre a fare quello che voglio”. Infine Oreste la uccide e arrivano i Dioscuri Castore e Polluce (Isacco Venturini e Alessandro Bay Rossi), con un drink in mano, ad avvertire Oreste che la tragedia non è ancora finita: “Non te la scolli più di dosso, questa cosa”.


Elettra e la sua odiata madre sono più simili tra loro che la giovane e suo fratello-complice. Entrambe due donne a cui è stato portato via con la violenza il loro affetto più caro, entrambe due vendicatrici che non hanno fatto altro che perpetrare il torto che hanno subito. I figli, nel tentativo di liberarsene, commettono gli stessi errori dei genitori, che sono stati figli a loro volta mentre loro stessi diventeranno genitori. Il ciclo continua, come un uroboro.

Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia è nato nel 2016 dal Corso di Alta Formazione che Antonio Latella ha condotto per Emilia Romagna Teatro Fondazione dirigendo sedici attori e sette drammaturghi, ed è divenuto un vero e proprio caso teatrale. Dal 23 maggio, ogni giorno alle ore 18.00 sarà online un nuovo capitolo fino a domenica 31 maggio, data in cui sarà possibile assistere agli otto spettacoli in forma di maratona dalle ore 15.00. I video, a cura di Lucio Fiorentino, rimarranno disponibili nella pagina ERTonAIR fino al 30 giugno.

Lorenzo Cipolla

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