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Sandro Mabellini e la dittatura del Troll tra nuovi regimi e bullismo

PISA – “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare” (Pastore Martin Niemoller).

La batteria in primo piano, come terzo protagonista a tutti gli effetti accanto alle due sedie da scuola elementare, ci ha fatto sobbalzare alla mente quelle operette rock, quel teatro punk proprio dell'Europa del Nord, quella mixture caratteristica di 2568_big_La nostra maestra è un troll 2.jpgcerte performance che sfociano nel punk dove non riesci più a distinguere monologo e concerto. E infatti Sandro Mabellini, regista che si cimenta sia nel teatro di prosa che in quello per ragazzi (dicotomia tutta italiana, all'estero la linea di demarcazione non è netta), è di stanza da molti anni a Bruxelles e in Belgio, tra Jan Fabre, Jan Lauwers e Milo Rau, i motivi di visione e gli accessi al contemporaneo esondano e pullulano e le possibilità di abbeverarsi e alimentarsi a nuove forme sceniche è pressoché quotidiano. Il mash up di arti che si fondono e si inseguono sul palco è cosa consolidata, non crea scalpore né stupore. Alle nostre latitudini una batteria in scena diventa già “Wow”. Forse, andando indietro con la memoria, sovviene a riguardo quel “Roccu u stortu” per la regia di Fulvio Cauteruccio con la compagine musicale de Il Parto delle Nuvole Pesanti che dal vivo argomentava, grattava, solcava, cospargeva le scene di note piene e mai sazie.

Detto della batteria rossa e delle due sedie (non può non arrivare in superficie la recente polemica sui banchi monoposto con rotelle comprati dalla ditta Arcuri-Azzolina-Conte per 700 milioni di euro e inutilizzati), sul fondale campeggia il titolo dello spettacolo, “La nostra maestra è un troll”, segno che Mabellini aveva già utilizzato con il precedente “Trainspotting”. Il regista, appassionato di letteratura e drammaturgia d'Oltre Manica, ha preso il testo di Dennis Kelly, per intenderci l'autore delle serie tv “Utopia” e “The third day” e del musical “Matilda”, foriero di spunti e riflessioni sul potere, sulla ribellione, sulla nascita dei regimi, sul bullismo, e ne ha tratto una storia frontale piena di simbolismi, leggera per animi 2570_big_La nostra maestra è un troll 14.jpgcandidi fanciulleschi e, al contempo, scavando, instillatrice di interrogativi e aperture. Visto in presenza durante una diretta on line per le scuole al Cinema Teatro Nuovo a Pisa diretto da Carlo Scorrano, la favola noir splatter “La nostra maestra è un troll” (prod. Fontemaggiore Accademia Perduta/Romagna Teatri) vede la presenza di Edoardo Chiabolotti nella sua dolcezza e la svagatezza stralunata, tra Stanlio e Chaplin, di Liliana Benini (attrice anche per il Maestro Marthaler) nei ruoli dei due gemelli Teo e Alice. Ci piace pensare al fratello di Van Gogh e alla bambina nel Paese delle Meraviglie.

In questa scuola viene nominata una nuova professoressa-preside che è appunto un Troll, un mostro bavoso e squamoso che comincia a mangiare bambini staccando loro la testa e smangiucchiandoli amabilmente. Mentre il Troll elenca nella sua lingua norme assurde e infinite burocrazie a danni dei bambini, i professori lì dietro sogghignano e sghignazzano contenti che finalmente sia arrivato qualcuno a ristabilire l'ordine costituito, qualcuno dal pugno duro, l'Uomo forte buono per tutte le stagioni. Vengono instaurate nuove regole d'oppressione, giustificate con il fatto che i bambini sono discoli e monelli, viene regolato il lavoro minorile ed ogni protesta viene chiusa nel sangue e nel conseguente silenzio-assenso. I docenti (dai nomi ridicoli come a volte lo sono gli adulti: il Signor Piatti e Creduloni, Trabiccoli e Spunzoni fino a Banali) annuiscono grati e fieri e sadici fin quando le regole senza senso del Troll non colpiscono anche loro, ma a quel punto è impossibile ribellarsi. Le dittature nascono così, si insinuano piano piano, in molti casi supportate e spinte dalla cosiddetta “brava gente”, dalla borghesia che vuole tornare a leggi chiare e fermezza. Ricorda il crescendo del nazismo sostenuto dai benpensanti che si turavano occhi e naso.2571_big_La nostra maestra è un troll 15.jpg

Ma c'è, veemente, anche una forte critica sociale; i bambini che vessati si rivolgono alle autorità per vedere rispettati e garantiti i loro diritti chiedendo aiuto prima alla famiglia, che non crede a quello che sente, poi al dirigente scolastico, che minimizza, successivamente alla Polizia che ha di meglio da fare come organizzare il ballo annuale dell'Arma e che si nasconde dietro la frase “I troll non esistono” (sostituite troll con mafia), infine, come extrema ratio, arrivando pure al Presidente della Repubblica che li usa per le foto di rito e li liquida in politichese. Le istituzioni che non aiutano i cittadini né tanto meno le categorie più fragili. Non rimane che farsi giustizia da soli, scendere in piazza, protestare qui con grazia e delicatezza facendo comprendere al Troll le loro ragioni. Un mostro, e qui la piccola parentesi sul problema-fenomeno del bullismo a scuola, che si 2575_big_La nostra maestra è un troll51.jpgcomporta da brutto, sporco e cattivo proprio perché tutti lo vedono come tale non facendo altro che rispettare la profezia che si autoavvera. L'inclusione del diverso porta sempre benefici. Importante il tappeto sonoro e le scelte musicali, tra la risata di John Cage, il pezzo al pianoforte di Aphex Twin, l'elettronica dei Daft Punk, fino ad Avro Part e la chiusa con “Billie Jean” di Michael Jackson da battimano e battipiede, tasto che potrebbe essere più spinto se il Troll, qui immaginifico e suggestione creata dalle parole di Chabolotti-Benini, che si scambiano anche i ruoli, fosse proprio il batterista che potrebbe parlare a colpi di grancassa e rullante, che potrebbe rockeggiare duro sui piatti, che si potrebbe scatenare menando con le bacchette come John Bonham dei Led Zeppelin in un dialogo feroce tra la forza bruta prima della conversione e della comprensione.

Tommaso Chimenti 24/03/2021

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