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Esercizi di stile su "Roccu u' stortu": #iorestoacasa ma continuo a guardare teatro

In tempi di Coronavirus, di #iorestoacasa, di un teatro che si ferma ma non si arresta, abbiamo colto l’occasione per fermarci anche noi e trovare il tempo, il giusto tempo, di incontrare alcune perle del palcoscenico italiano. In questo caso abbiamo assistito alla versione televisiva di “Roccu u' stortu”, trasmessa su Rai2-Rai Spettacolo all’inizio degli anni 2000. L’opera, scritta da Francesco Suriano e messa in scena dalla compagnia Krypton con la regia e l'interpretazione di Fulvio Cauteruccio, ci ha portato a pensare a una esperienza di scrittura diversa, una triplice visione, un’esercitazione a tre voci e tre diversi tagli, tre diversi tempi.hqdefault.jpg
Qui il video integrale: https://www.youtube.com/watch?v=B5Utcd2XSLY
Qui invece l’intervista all’attore: https://www.recensito.net/rubriche/interviste/intervista-a-filvio-cauteruccio-roccu-u-stortu-un-grido-contro-l-ingiustiazia-della-guerra.html

Roccu u Sturtu: l’incomunicabilità del dolore della Guerra va oltre la lingua

Can che abbaia non morde: l’immagine devastata a cui si riduce Roccu, lo “scemo del villaggio”, calabrese, incensurato, semianalfabeta, (anti)eroe della Grande Guerra. Dalla raccolta di olive nella campagna di Catanzaro alla trincea, dove sfuma il sogno di un ritorno alla terra promessa e non resta che l’attaccamento incandescente a una bottiglia di Cognac dentro un pezzo di carta, che sembra odorare ancora di donna ma ormai sa solo di urina. Roccu u Sturtu, diretto e interpretato con intensità sia drammaturgica che fisica da Fulvio Cauteruccio, è il racconto nudo e crudo di un uomo travolto dalla Storia.
Il dialetto stretto diventa uno strumento potentissimo di (in)comunicabilità viscerale della bestialità disumanizzante della Prima Guerra Mondiale, palcoscenico su cui i soldati sono ridotti a pedine, cani che abbaiano, che non ce la fanno più, si guardano negli occhi con i denti rotti, le orecchie morsicate e muoiono come cani.
Musica incalzante (dal vivo ad opera del Parto delle Nuvole Pesanti) e frammenti di documentari accompagnano il monologo di Cauteruccio, intensificando la denuncia della Guerra che spazzò via sogni di uomini, come un uragano mucchi di foglie secche: un inferno in cui ubriacati di dolore, non capivamo più niente…e forse era meglio non capire più niente.

Camilla Giordano

More-BN-Roccu-u-stortu-Angelo-Maggio-P1010553.jpgTra impalcature e cartapesta, la terra trema nella trincea di “Roccu u’ stortu”.

“Roccu u’ stortu” è uno spettacolo scritto da Francesco Suriano con Fulvio Cauteruccio nei panni del protagonista Roccu (sua anche la regia), il quale si presenta quasi da subito come se stesse di fronte al capitano dell’esercito o a un plotone di esecuzione. Il monologo iniziale serve a questo, a sparare nelle orecchie di chi ascolta la sua condizione di soldato semplice, calabrese, marito e padre di tre figli, semianalfabeta, mentre i suoi capelli vengono rasati a zero, finalmente pronto per andare in guerra.
Lo spettacolo percorre due linee narrative che trovano anche una propria forma fisica attraverso i due elementi della scenografia: l’impalcatura dove Cauteruccio interpreta e canta in dialetto calabrese la storia di Roccu in una performance fisica, coinvolgente e colma di enfasi drammatica, accompagnato dalle musiche originali del Parto delle Nuvole Pesanti; la trincea di cartapesta dove Roccu racconta la sua storia attraverso un linguaggio più distaccato e in italiano. Nel corso della pièce si alternano diversi linguaggi estetico-comunicativi: uno dialettale ed emotivo, spesso legato al Roccu interprete e cantore, dove la musica viene vista come l’espressione del vissuto interiore; uno più freddo e distaccato ben rappresentato dalla voce narrante dello stesso Roccu che fa una cronaca, in italiano, della guerra che viene mostrata nelle immagini di repertorio in bianco e nero. Oltre a questi due registri ce n’è un terzo, una zona del racconto più crudele, vera e diretta proprio perché non filtrata né dall’interpretazione musicale, né dalle distanti e anonime immagini di guerra; questa sorta di limbo è la trincea “esistenziale” in cui Roccu è solo sulla scena come si è soli in guerra con le proprie paure e i propri pensieri che egli ci restituisce in calabrese.
Nel corso dell’opera i linguaggi e le scene si intersecano e si mescolano sempre di più in un montaggio emotivo che conferisce grande ritmo drammatico alla pièce già emotivamente potente. La trincea prende colore e la cartapesta diventa terra reale, come se Roccu entrasse sempre più nel vivo della guerra sporcandosi di fango; allo stesso modo la performance dell’attore è segnata da un crescendo di disperazione che coinvolge anche il suo corpo a 360 gradi.
Un’estetica visiva e del linguaggio capace di creare una atmosfera simile a quella del Visconti neorealista de “La terra trema” dove, seppure in un contesto differente, il porto di Aci Trezza appare come una trincea in cui si respira l’aria pesante della sconfitta e nel quale si parla dei vinti della società, per i quali il progresso resterà una promessa non mantenuta, nient’altro che l’utopia di una vita migliore data dalla chiamata alle armi.

Martina Cancellieri

L’urlo contro la guerra è aspro come il dialetto calabrese

Quando è partito per la guerra, Roccu u Stortu sognava di diventare padrone del pezzo di terra che gli era stato promesso. L’unica terra che ha trovato è quella dove è stato seppellito. In tutta la distanza che c’è tra la speranza e la realtà stanno gli anni da bracciante tra gli uliveti della Calabria, il razzismo dei commilitoni e l’ottusità degli ufficiali, la menzogna della propaganda e la disumana inutilità della guerra. Fulvio-Cauteruccio2_Roccu-u.jpg
La storia di Rocco, detto ‘u stortu’ perché era lo scemo del suo villaggio, esce dal digrignare dei denti e dal grido a pieni polmoni di Fulvio Cauteruccio nello spettacolo omonimo la cui versione televisiva di inizi anni 2000 è stata curata da Rai Palcoscenico e compagnia Krypton (la regia è curata dello stesso Cauteruccio). La commistione dei linguaggi è da sempre una delle cifre stilistiche di Krypton, che in questa versione ritroviamo anche nell’adattamento delle scene agli elementi architettonici già esistenti nelle varie ambientazioni; la possibilità di girare immagini con le telecamere ha permesso infatti di spostare l’azione scenica in diversi luoghi, quello deputato cioè l’anfiteatro greco di Palmi con una trincea posticcia e le impalcature a vista dove suona Il Parto delle Nuvole Pesanti, delle rovine diroccate, le viuzze di un paese e la nuda terra fangosa.
Non ci si muove solo sul piano spaziale ma anche su quello temporale ed espressivo, con il montaggio di immagini di repertorio di obici, battaglioni e scavi della Prima guerra mondiale, di un bambino che fa da voce narrante e del bianco e nero per la descrizione di alcune scene di combattimento. L’effetto ottenuto è stato quello di una effettiva varietà cromatica, una potente dinamicità narrativa e di esaltare il contenuto del testo con l’uso dell’immagine come correlativo oggettivo delle parole intrise di una rabbia crescente e disperata. Come nei migliori esempi di teatro civile, la lingua assume un carattere centrale per connotare la narrazione di quella verosimiglianza e di quella forza descrittiva capace di smascherare, con la estrema genuinità terragna, le bugie della retorica e della propaganda che raccontano come andare in guerra – magari incontro a una bella morte – per la propria patria sia tutto sommato bello.
Per questa suaroccu-u-stortu_ph-guido-mannucci.jpg virtù rivelatoria, disingannatrice, Cauteruccio nel monologo ricorre al dialetto calabrese in modo radicale, senza compromettere la comprensibilità, per dare corpo alle invettive sincere contro la guerra e le gerarchie di questo antieroe in uniforme dell’esercito a cui non interessano la patria, la bella morte e la gloria. Uso coerente inoltre con il lavoro di riscoperta del dialetto della propria regione fatto proprio dai fratelli Cauteruccio tra la fine degli anni Novanta e i primi del Duemila. La lingua ‘madre’, che dice la verità, dà voce al sentimento di rabbia che cresce dentro Rocco mentre è in alta Italia nella brigata Catanzaro, perché per lui la guerra è una cosa “da cani” e pensa solo all’appezzamento che gli spetta, dopo che lui e tutta la sua famiglia e tutti i suoi simili sono stati sempre schiacciati dai proprietari e dai latifondisti. Ma ormai quel sogno, più che riscatto sociale, ha assunto i contorni della vendetta.
Fulvio Cauteruccio dà voce e corpo a Rocco, veste i suoi panni, la divisa militare, la canottiera lisa, le mutande, per renderlo persona vera e non personaggio; è Roccu, non l’attore, a camminare per il paese, a saltare dentro e fuori la trincea, a sporcarsi di sangue e fango e infine a venire fucilato, senza aver capito perché, con ancora l’espressione incredula sul volto. Lo spettacolo è stato musicato dal vivo dalla band che con brani della tradizione popolare, con fragorosi pezzi moderni combat folk e un repertorio completamente originale e scritto appositamente per l’opera, completano perfettamente l’azione scenica e danno una rappresentazione sonora percepibile di quello che si agita dentro l’animo caotico e disperato del protagonista.

Lorenzo Cipolla

 

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