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Il “Ritratto di una Nazione” al Teatro Argentina: l’ultimo atto di un’Italia che lavora e muore

Nella stagione 2014-15, tra i titoli presenti in cartellone al Teatro di Roma, trovavamo un progetto alquanto singolare e ambizioso, “Ritratto di una Capitale. Ventiquattro scene di una giornata a Roma” che ha consegnato al mondo del teatro un affresco della Capitale d’Italia, la visione di una città in perenne movimento, nei suoi molteplici e contradditori sentimenti, bellezze, cinismo, umanità, cattiveria, ingenuità e quotidianità. Una vera e propria maratona impegnativa sia per gli attori coinvolti sia per il pubblico, seguita non senza fatica e con altrettanto interesse – un po’ com’è stato per quell’altro kolossal andato in scena, “Mount Olympus” di Jan Fabre (ventiquattro ore ininterrotte di performance).
Così, dopo quel primo “ritratto teatrale”, l’attuale stagione del Teatro Argentina si è aperta con la seconda “pennellata” – delle quattro previste e pensate dal direttore Antonio Calbi –, “Ritratto di una Nazione. L’Italia al lavoro”, per disegnare il nostro Paese, tracciando una linea di congiunzione tra ieri e oggi in uno dei suoi caratteri più difficili, che dovrebbe nobilitarlo: il lavoro. Ciò che determina la dignità dell’uomo, il suo formarsi, rendendolo indipendente, quel faro che oggi, purtroppo, lampeggia flebilmente, quando non addirittura rimane spento. E forse, non crediamo più del tutto a quell’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, diventato mero slogan per coprire la più cupa e desolante verità, cioè che l’Italia, in fondo, forse, è più un paese fondato sull’abusivismo, sullo sfruttamento della forza lavoro a basso costo, sulla “spremitura fino all’ultima goccia” di chi aspetta la sua più lunga pausa lavoro (la pensione), sulla prevaricazione, sulle lotte sindacali spente con e nella violenza, e non ultime, sulle funamboliche avventure riformistiche di un governo che non riesce a pensare a un progetto strutturato che determini davvero un cambio di rotta – senza nessun “salvifico” Jobs Act che tenga. Per parlare di questi e altri aspetti legati al mondo lavorativo, sono andate in scena le prime nove pièce del progetto, commissionate e legate ad altrettanti autori e regioni italiane, precedute da un prologo – “Risultato da lavoro” – scritto dal premio Nobel per la letteratura 2004, Elfriede Jelinek, e interpretato da Maddalena Crippa, che fanno parte del ben più ampio disegno che si completerà l’anno prossimo con le regioni mancanti. Un vero e proprio cantiere d’idee, parole e azioni che si costruiscono nell’ipotetico cuore pulsante di una fabbrica ben rappresentato dalle scenografie di Andrea Simonetti fatte d’impalcature metalliche – corpi in movimento che aprono sezioni sul palcoscenico nudo, scevro da qualsiasi altro orpello – e arricchite dalle luci di Giovanni Santolamazza e soprattutto dal set virtuale di Luca Brinchi e Daniele Spanò i quali, con proiezioni video, forniscono un ulteriore senso di movimento e caratterizzazione visuale; il tutto concertato dal dramaturg Roberto Scarpetti e dalla regia di Fabrizio Arcuri

Ritratto naz2Sembra quasi di vederlo e sentirlo il movimento e rumore del lavoro, quello vero che produce, che ribolle, che sferraglia scintillante all’Ilva di Taranto, intrecciato al sudore dei contadini che lottano per la terra in“Pane all’acquasale” (Puglia) di Alessandro Leogrande – che ha visto in scena un Michele Placido altalenante nella sua interpretazione. O ancora quei sogni a occhi aperti di quando Sesto San Giovanni era la “Stalingrado d’Italia” nel 1961, delle conquiste operaie dallo stesso sapore di quelle spaziali di Jurij Gagarin – “Meccanicosmo" (Lotte sindacali) di Wu Ming 2 e Ivan Brentari. C’è spazio per l’orgoglio da lavoratrice, dal retrogusto amaro, di Gianna (una sempre bravissima Arianna Scommegna che sembra non sbagliare un colpo in tutto ciò che interpreta), donna delle pulizie nella base Nato americana in Sardegna, unico suo sostentamento dopo la morte del marito per leucemia – che le “malelingue” vogliono causata dall’inquinamento dell’attività militare (“Festa Nazionale” di Michela Murgia). Senza tralasciare le estreme riconversioni industriali dovute alla globalizzazione raccontate in “Etnorama 34074” (Friuli Venezia Giulia) di Marta Cuscunà, quelle rimostranze contro le comunità bengalesi e indiane di una donna morigerata e ferma nelle proprie idee (una ben controllata Francesca Mazza a suo agio tra ironia e determinazione). E ancora del “lavoro che rovina” si parla in “Petrolio”, scritto e interpretato da Ulderico Pesce, una preghiera dal titolo pasoliniano che riesce a restituire tutte le sfumature emotive – forse solo a tratti esagerate sul versante enfatico – di un uomo grato per l’arrivo dell’Eni a Viggiano (Basilicata), quel Centro Oli dispensatore di lavoro ma anche di morte a causa della perdita da uno dei serbatoi, tra i ricordi di serate passate sotto il glicine nella terrazza di casa, illuminata dalla fiamma di quel giacimento petrolifero sempre attivo e adesso simbolo di un ardore che si va lentamente spegnendo – quello della figlia, malata.
Si continua spediti in questo viaggio tra scene che cambiano a vista sottolineate dalla colonna sonora, eseguita live, dei Mokadelic che forniscono il giusto sound – ben più discreto rispetto alla loro incursione musicale in “Ritratto di una Capitale” – per un’atmosfera malinconica e rarefatta di una visione distorta e desolante di un futuro già in disfacimento. “Saluti da Brescello” (Emilia Romagna) di Marco Martinelli riporta un leggero sorriso, se non altro per la presenza dei personaggi di Don Camillo e Peppone (rispettivamente Gigi Dall’Aglio e Gianni Parmiani) che, statue, si destano dal sonno per indignarsi e, nel dialogo ora serrato ora più disteso, riportare alla luce l’infiltrazione mafiosa nelle speculazioni edilizie degli ultimi anni. Ma è anche l’Italia dell’arrangiarsi, di quelle attività “altre” che si consumano nella bottega, come quella del caffè d’ispirazione goldoniana, che informa la prima parte del dittico “North by North-East” (Veneto) di Vitaliano Trevisan (con Giuseppe Battiston gigione e Roberto Citran che gli tiene testa), parlandoci di “traffici di polvere bianca” per poi riflettere, nella seconda parte, sul passato di tre derelitti della società che cercano di re-inventarsi ragionando con un dialetto che entra dritto nelle orecchie degli spettatori ma che diventa, purtroppo e pur nell’abilità e giustezza degli interpreti, quasi del tutto inaccessibile, facendo percepire solo la superficie, quel sapore depressivo di un’incertezza sociale. Un inedito e notevole punto di vista lo fornisce, dalla Sicilia, Davide Enia, autore e interprete di “Scene dalla frontiera”: è il confine che separa l’uomo disperato da una nuova “terra promessa”, quella del suo futuro, ma soprattutto quel limite che varcano ogni giorno i soccorritori della Guardia Costiera – i rescue swimmer – per salvare anche solo una vita destinata ad affondare nell’oblio dell’oscurità del mare di Lampedusa. Una storia vista dall’interno quindi, con gli occhi, a un tempo, pieni di paura e determinazione che Enia riesce, con tutto il corpo, le pause, il suo respiro e la tecnica del cuntu, a consegnare al pubblico in quello che risulta essere, molto probabilmente, il momento più riuscito di tutto il “Ritratto”, luce sempre accesa in quella tempesta emotiva disperata dei corpi galleggianti. E quale migliore conclusione se non con una “Redenzione”? Testo di Renato Gabrielli, la salvezza è nell’impegno sociale verso gli altri, inscenato – è proprio il caso di dire, visto l’allestimento di un set dentro cui si muove una troupe di giovani precari – da un certo Gaga (Michele Di Mauro, frenetico, incisivo e saltellante), «mattatore della Milano da bere», astro ormai spentosi che cerca di uscire dall’impasse indossando la nuova maschera del più bieco, insulso, fascistoide interventismo solidale.
Ritratto naz3È un lavoro che non c’è più, oggi. Un lavoro che si deve inventare. Un lavoro diventato peso estenuante, nel continuo trascinarsi di uomini e donne arsi da avvelenamenti fisici e dell’anima. È proprio il binomio lavoro-salute, o meglio ancora, lavoro-morte che è stato rappresentato per cinque ore di spettacolo. Il crescente tasso di morti sul e per il lavoro, quei ricatti etici e confronti morali con se stessi di quanti cercano di non perdere il posto, nessun dato confortante sulla tanto sbandierata ripresa del Paese: in effetti è proprio un ritratto quello che ne esce fuori, però a tinte che sbiadiscono quasi subito, come quei colori che, se annacquati, si mescolano con gli altri perdendo i contorni e la loro essenza. "Ritratto di una Nazione" sembra volerci dire che l’unione non sta facendo la forza, fotografando lo stato delle cose che sono state, senza proporre una soluzione intesa come punto di vista dal quale poter scorgere una possibile salvezza. Così, nella mescolanza degli stili diversi che hanno percorso le diverse generazioni lavorative, lo spettacolo risulta “ammaccato”, coraggioso a metà, monco di quella giusta sferzata: perché se il teatro è un atto politico – in modo particolare quando è intriso di tali tematiche e parole che sgorgano incandescenti dal palcoscenico – deve essere anche atto responsabile, necessario e deflagratore.

Marco La Placa 21-09-2017

Foto @Futura Tittaferrante

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