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"Ritratto di donna araba": tra Occidente e Islam c'è il mare dell'inconciliabile

MILANO – Partiamo da una considerazione che ha poco a che vedere con il, bellissimo e acuto, testo di Davide Carnevali ma che da lì sgorga ed è inerente al contesto dei mass media nei quali viviamo; “Ritratto di donna araba che guarda il mare”, vincitore del Premio Riccione 2013, a soli cinque anni dalla sua stesura, risulta antichissimo, vecchio, di un'altra era geologica. Non è una critica al testo ma ai nostri tempi che come ruspe salviniane atterrano e sotterrano, spalano e scavano. Parlare oggi di scontro tra civiltà occidentale e mediorientale, tra Cristianesimo e Islam, sembra lontanissimo nel tempo (oggi parliamo soltanto di migranti africani), eppure, appunto, sono passati pochi anni ma l'agenda politica, interna e internazionale, tritura tutto e ci affossa con sempre più argomenti che si241-Ritrattodi.jpg sedimentano uno sull'altro ottenendo l'effetto contrario. Ogni giorno produciamo una quantità di informazioni e documenti, cartacei e online, da schiacciare, cancellare nell'oblio tutto il precedente, creiamo una massa di dati esorbitante che accantona tutto il prima rendendoci schiavi del presente e facendoci dimenticare il passato. Una riflessione, ripeto non certo sul testo, quanto sulla nostra fragilità di fronte al bombardamento continuo al quale siamo esposti giorno dopo giorno che ci fa essere consumatori attenti sul momento, indignati oggi e allo stesso tempo pronti ad accogliere nuove istanze mettendo nel dimenticatoio della memoria altri momenti del nostro tempo.

Carnevali_4901.jpegDetto questo “Ritratto di donna araba” ci solleva lo spirito per tre elementi, la già citata scrittura che arriva fino in fondo alle pieghe, al dettaglio, al particolare, la parte attoriale ben amalgamata in quest'affresco freddo di distanze emotive, caratteriali, geografiche e culturali e la scena che con pochi accorgimenti tecnici riesce ad addentare il nocciolo della questione e divenire empatica. Un uomo occidentale si è trasferito in un Paese che definiremo “arabo”, che poi arabo non è. Forse siamo nel nord Africa, vicino all'Italia ma distante anni luce. Quest'uomo non è un turista, vuole essere molto di più, vuole integrarsi, impara la lingua, intesse relazioni, vorrebbe trasferirsi a tempo indeterminato in un luogo per lui placido e accogliente. Ma rimane sempre “lo straniero” ed anche i riferimenti al capolavoro di Camus fanno eco e rumore. Gli uomini della città sanno chi è, da dove viene, dove abita, che giri fa, i suoi spostamenti preferiti, i suoi orari, viene seguito, controllato, perché, comunque la si metta, lui è e rimane e sarà sempre, un corpo estraneo al tutto, lui e loro, cose diverse che mai potranno miscelarsi. Incontra una ragazza e inizia prima un battibecco dialettico e poi un affetto; ognuno secondo le proprie regole, lui quelle occidentali della libera conoscenza con un'estranea, lei con tutte le paure, le restrizioni e i dogmi da rispettare di religione, famiglia e sguardo e giudizio sociale esterno. Le schermaglie portano i due ad avvicinarsi troppo, tanto da compromettersi entrambi, lui non può mantenere ciò che ha promesso, lei ormai è “bruciata” per la propria cultura e vorrebbe un passo ulteriore, un'ufficializzazione per rammendare l'oltraggio.

Questo il plot che nella composita, formale e al contempo evocativa, semplice e sorprendente regia di Claudio Autelli, viene amplificata da un plastico che riproduce la città, con moschea, mare eLAB121_Ritratto-donna-araba_Ph-Marco-DAndrea_5.jpg spiaggia, strade, bazar, la città vecchia, e che, grazie all'uso di una microtelecamera con proiezioni sul fondale, ci fa entrare, nella fissità attoriale, dentro le stanze e i luoghi dove la narrazione si svolge, ci fa entrare (sembra una sonda per la colonscopia dentro il recondito dei due protagonisti, Michele Di Giacomo sempre all'altezza e Alice Conti che tiene testa, fiera, accanto a loro i due fratelli dell'araba, Giulia Viana e Giacomo Ferraù che sostengono la scena con energia) in questi due mondi separati che hanno diviso un identico spazio fisico fatto di incomprensioni e fraintendimenti. Le mentalità diverse stridono e, ci dice Carnevali, non sembrano essere in alcun modo conciliabili, una, la nostra, più libera, aperta, forse frivola, l'altra, quella della ragazza, rigida, ferrea, secolare, che dà un senso diverso alle stesse parole e gesti e risulta per noi illeggibile, imperscrutabile, inaccessibile, soprattutto indecifrabile. Come se non potessimo tradurre i millenni che hanno lasciato il segno, il graffio, il solco, sulla pietra dei significati.

Queste zoomate ci portano dentro le stanze segrete dove i fatti sono accaduti (anche il plastico ricorda quelle trasmissioni dove, a posteriori, ci presentano i fatti come sono andati, quindi siamo di fronte ad una ricostruzione a freddo degli accadimenti occorsi). Tra loro prima c'è distanza, diffidenza, lei lo vuole allontanare per paura e per proteggerlo ma successivamente, quando decide di abbattere i muri che li separano, e si lascia andare, è lui che si ritrae ma ormai è troppo tardi. Le parole di Carnevali ci mostrano la stessa azione prima nelle parole dell'uno poi in quelle dell'altro per (di)mostrarci come la verità non sia univoca né tanto meno oggettiva quanto frutto di personali interpretazioni date da formazione, cultura ed esperienze accumulate. Il clima da thriller si fa pesante e aumenta insieme ai chiaroscuri materici e carichi, classici di Autelli (ne è stato maestro anche ne “L'insonne” e ne “L'inquilino”) e raggiunge picchi di climax pungenti e disturbanti. La parola su cui tutto ruota è “fiducia”, quella chiesta, quella data, quella negata, quella abusata.

LAB121_Ritratto-donna-araba_Ph-Marco-DAndrea_9.jpgMa il dato centrale, oltre al riferimento a Camus, sul quale maggiormente insistere, di questa lotta ad elastico tra l'uomo e la ragazza, perché di guerriglia si tratta, è il tratto “pasoliniano” del primo che forse sa, e sapeva fin dall'inizio, come sarebbe andata a finire. La sua è un'incursione nella sconfitta, un lanciarsi sul viale del fallimento, verso un martirio già scritto sulle tavole centenarie della consuetudine, degli usi e dei costumi fissi e logorati della Storia. Lui, occidentale, ben vestito, che “si sporca le mani”, entra in un territorio del quale ama la poesia e la primordialità (come il poeta di Casarsa con i ragazzi di vita delle periferie romane), ne viene affascinato ma non ne conosce tutte le regole e le sfaccettature, tutto quel non detto che non si impara ma che si tramanda di padre in figlio attraverso il sangue, gli occhi, la strada. Quest'uomo, forse per il suo passato poco pulito e misterioso (ed in questo c'è un che di carveriano) cerca una sorta di pulizia interiore, perdono attraverso la punizione, redenzione grazie alla flagellazione; in quale modo, forse inconsapevolmente, si mette nelle mani dei suoi aguzzini per espiare i suoi demoni, oppure è l'emblema dell'uomo moderno, roso dai morsi della colonizzazione prima e della globalizzazione e dello sfruttamento poi, che si mette nella condizione di soccombere per pareggiare il suo (molto cristiano) senso di colpa che lo divora. Il “Ritratto” che l'uomo aveva fatto alla donna araba mentre guardava il mare si sbiadisce nel sale, si sporca di sabbia, si bagna nel sangue: una poltiglia. La piece invece ha solo punti di forza ed è potente nel mostrare le nostre debolezze all'interno di quella che è chiamata “integrazione”, dalla quale siamo ancora lontani anni luce.

Tommaso Chimenti 20/11/2018

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