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Alla scoperta di Frosini/Timpano tra domande e visioni: per un “Ritratto d’Artista”

Caustici. Spudorati. Intimi. Disarmanti. Leggeri. Ironici. Iconici. Viventi. Autori. Registi. Attori. Sono le voci e i corpi recitanti della coppia Elvira Frosini/Daniele Timpano, i quali hanno intrapreso un doppio percorso individuale di progetti personali che sfocia anche nella reciproca collaborazione. Il loro è un discorso teatrale volto allo smascheramento, interessato a portare alla luce quelle situazioni di disagio, vuoto esistenziale, perdita del futuro, declino, latenza dei sentimenti, in quello strano “gioco al massacro” che vede legati a doppio filo i due interpreti e lo spettatore nella perenne ricerca di un senso nell’appiattimento del presente. Da “Dux in scatola” (2006) a “Risorgimento Pop” (2009), da “Sì l’ammore no” (2009) a “Ciao bella” (2010), per arrivare al più recente “Alla città morta. Prima epistola ai romani” – capitolo conclusivo di quell’affresco che è stato “Ritratto di una capitale” andato in scena al Teatro Argentina (2014): tutti spettacoli che pongono delle domande in cui, oltre alla fisicità, è la parola come lama a guidare la visione. Proprio in questi giorni (dal 28 febbraio al 5 marzo 2017), all’interno del progetto “Ritratto d’Artista”, il Teatro di Roma ha ospitato, nelle sale del Teatro India, una “personale” del duo, snodando un itinerario di quattro spettacoli, prodotti a partire dal 2012, che parlano soprattutto di uomini, società e Storia.

Chi conosce davvero la storia del colonialismo italiano? Forse nessuno. Sappiamo che è iniziato nel 1882 con il possedimento di Assab in Eritrea. Sappiamo che nel ’36 il re d’Italia ha ottenuto il titolo d’imperatore di Etiopia, dando inizio FrosiniTimpano2a un impero coloniale crollato durante la seconda guerra mondiale.
Nessuno, però, sa dei numerosi italiani deceduti per assecondare i sogni di gloria di qualcuno e la sofferenza di quei popoli che hanno dovuto sopportare la presenza di stranieri arrivati per comandare.
Perché non si conosce davvero questa storia? Perché facciamo finta che non sia mai successo nulla? Queste sono le domande che propongono Frosini/Timpano – nel primo appuntamento della rassegna – con il loro spettacolo “Acqua di colonia”. Gli attori sono in piedi su un palco vuoto e guardano il pubblico accomodarsi in platea, sulla loro destra, seduta su una piccola sedia, c’è Barny Muheddin H. Bascir, l’ospite a sorpresa che guarda, per la prima volta, lo spettacolo dal punto di vista degli interpreti. Il pubblico si siede e le luci si abbassano. Frosini e Timpano intrattengono un lungo dialogo con gli spettatori. Una grande quantità di informazioni si riversa come una valanga sulla platea. Si ripercorre così un pezzo di quella storia che, pur con un senso di vergogna, ci appartiene. Il duo, con pochi oggetti (guanti, parrucca e microfono), riesce a portare lo spettatore in quelle terre conquistate. Escono ed entrano, senza rilassamenti, nella parte dei carnefici e in quella degli sfruttati. Raccontano, attraverso uno spietato metodo che unisce la comicità alla provocazione, l’ipocrisia degli italiani.
Il pubblico è continuamente provocato con cori razzisti e canzoni fasciste. Resistere al desiderio di alzarsi e andare via sembra impossibile, ma non si può che rimanere per vedere fino a che punto si spingono i due protagonisti.
Quella che viene presentata è una triste verità: adesso come allora siamo un popolo dalla mentalità coloniale, un popolo che non riesce a convivere con gli stranieri, siamo avvezzi, anche inconsapevolmente, a un razzismo radicato in noi da sempre.
Proprio per questo motivo lo spettacolo dà fastidio e lo fa egregiamente.

FrosiniTimpano3In “Aldo Morto” Daniele Timpano è da solo sul palco. Abbozza parole e ci metterà qualche minuto per cominciare a parlare. Ogni parte del suo corpo freme. È evidente fin da subito che lo spettacolo (pluripremiato, del 2012), andato in scena nella giornata di giovedì 3 marzo, non è una semplice storia riguardo ad Aldo Moro e alle Brigate Rosse. È la voce di chi nel 1978 aveva quattro anni e la storia dello statista della DC ucciso dalle Brigate Rosse l'ha sentita raccontare mille e mille volte, in tutte le salse e con tutti i mezzi narrativi, ma sempre con quel misto di pietismo e fastidiosa retorica in cui è facile mescolare giustizialismo e assenza di verità chiare, ma allo stesso tempo indiscutibili. Già, la verità. Quale verità? Quella raccontata dai giornalisti, che senza ritegno calpestarono la scena del delitto al momento del ritrovamento del corpo? Quella della politica democristiana, che assai poco fece per liberare il suo esponente? O ancora quella dei brigatisti, talmente anticapitalisti da non aver avuto problemi, una volta usciti dal carcere, ad accettare di prendere i diritti d'autore dei loro libri? Perché Daniele Timpano incarna nel suo corpo, che si muove schizofrenicamente, le infinite mezze verità di una storia, che non riesce a essere raccontata per intero, vessata da un senso di colpa permanente e collettivo, che ha paralizzato l'azione politica del nostro Paese con lo spauracchio della violenza. “Aldo Morto”, nella totale pulizia del palco caratterizzata da luci rosse e bianche, è una narrazione sarcastica e radicalmente antiretorica, perciò vibrante e, a tratti, inquietante. Tra una Rita Pavone e la sua pappa col pomodoro e un Renato Curcio con la maschera di Goldrake, va in scena tutta la strumentalizzazione fatta dei morti e dei vivi e regala al pubblico un senso di sconfitta disarmante, di fronte alla perfetta descrizione della disfatta dello Stivale.

“Hello, can you see me?” Nella forte penombra – quasi un buio totale – non riusciamo che a intravedere una sagoma. “Hello, can you ear me?” Rumori crescono d’intensità, suoni di una masticazione mandibolare che ingurgita, rigurgita, deglutisce nervosamente e insistentemente. Tutto amplificato da un microfono. È l’antipasto di “Digerseltz” (2012) scritto, diretto e interpretato da Elvira Frosini e presentato come terzo momento di questa “personale”. È lei l’ombra cheFrosiniTimpano4 subito dopo appare, in una sfolgorante luce, mostrandosi a noi, pubblico affamato e cannibale, come corpo esile in bilico sul bordo del piatto-palcoscenico. “Hello, can you eat me?” Il rituale pranzo comincia diventando un’ossessiva ricerca di cibo per riempire la bocca, un “horror vacui” culturale, umano e anche teatrale che ormai è parte di noi stessi. Vince sempre la legge del più forte in un mondo dove se “non mangi vieni mangiato”. Non rimane altro da fare che essere più famelici e non curanti degli altri, senza distinzione, nella completa perdita di un’esistenza scandita dall’accumulazione e dall’insicurezza.
Frosini, sola in scena con una ciotola di pop-corn e un mini-frigobar, guarda il pubblico, lo stimola con domande – «avete fame? Non è che avete fame e non lo sapete?» –, entra ed esce da un’identità che si muove per ri-creare gli atavici riti – oggi de-sacralizzati – della condivisione, della tavola imbandita dove i commensali – loro stessi portata – sono semplici e poveri figuranti. Si arriva dritti al punto: la bulimica fame cieca che spreca, esagera, dimentica è metafora detonante dei brandelli della comunità in preda a un “non-sense alimentare”. E diventa pure dichiarata acuta riflessione sulla pratica dell’attore, disgustosamente farcita d’ingredienti, addensanti e coloranti che appesantiscono.
Così Frosini, nella sua fisicità, è come «un agnello in mezzo ai lupi» davanti agli occhi ingordi; diventa frigorifero riempito di tutta questa insensatezza, nel tentativo di spurgare – masticando, vomitando, scandendo, gridando e bisbigliando parole –, con un moto di ribellione verso quella grande Madre che nutre solo per ingozzare. Così, nella finale trasfigurazione della natività – forse il primo “vero grande pasto sacrificale” – rappresentata sul proscenio con delle sagome in miniatura, si assiste allo spettacolo dell’ultimo pasto. Ci sentiamo soddisfatti, come dopo uno di quei pranzi o cene omicidi ma indigesti. E solo dopo alzati dal desco capiamo che non abbiamo mangiato ma forse digerito grazie a quell’effervescenza liberatoria che è “Digerseltz”.

FrosiniTimpano5Davanti a un rosso sipario chiuso, un uomo e una donna sono disorientati, incerti e vaganti. Sono ancora Frosini/Timpano, per l’ultimo atto della tetralogia presentata al Teatro India: “Zombitudine”. Hanno scelto di rinchiudersi in un teatro per isolarsi dal resto del mondo, dall’esterno dove sembra non esserci più alcuna salvezza. La situazione è tragica, drammatica. Il punto è decidere da che parte stare. Così la donna non fa altro che evidenziare il desiderio di voler prendere una posizione, sedendosi su di una valigia e spostandosi ripetutamente prima a destra, poi a sinistra. Ma, o a destra o a sinistra, i due protagonisti stanno scomodi comunque. “Zombitudine” (testo, regia e interpretazione di E. Frosini e D. Timpano) è uno spettacolo in 3d, o meglio, delle tre d: derelitti, depressi, disperati. La zombitudine è la loro e la nostra condizione odierna: siamo morti tra i morti. E a essere zombi, a essere fatti di niente sono anche lo Stato, le multinazionali, le banche - tutti corpi morti - che ci hanno messo sotto assedio, sfruttandoci e sfrattandoci. Assieme ai due attori, zombi come noi (a)spettatori, si attende l’arrivo di qualcosa: la nostra fine o un nuovo inizio?
In questo mondo di morti viventi, il Godot tanto atteso potrebbe essere la morte ma, visto che sembriamo averla già raggiunta, potrebbe anche trattarsi di un risorgimento zombi. Se finora non abbiamo fatto nulla, forse è giunto il momento di agire per costruire qualcosa di vivo partendo dai nostri cadaveri. È arrivata l’ora di lottare, di scatenare la nostra rivolta per rinascere definitivamente.

Marilisa Pendino (Acqua di colonia), Milena Tartarelli (Aldo morto), Marco La Placa (Digerseltz), Penelope Crostelli (Zombitudine) 07/03/2017

Foto: Laila Pozzo, Futura Tittaferrante, Laura Toro

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