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Ricorda per sempre il “3 novembre”: al Teatro Studio Uno, due voci per una sola attrice raccontano l’attentato alla metropolitana di Tokyo

Eccezion fatta che per un arco di pietra e una luce, il palco è vuoto. Lo spazio è molto piccolo, il pubblico è infatti stipato su delle panche, ma la scena sembra profondissima. Cantando un motivetto a cappella, una giovane donna in vestitino e scarpe da tennis accompagna gli spettatori romani del più multietnico fra i quartieri (siamo a Torpignattara) verso la capitale del Giappone. Si parla di sette pseudo buddiste che ricordano Scientology, di torture spacciate per pratiche di meditazione, di sequestri di persona e gas nervino. Il punto di vista è quello di una ragazza sola, distrutta dall’improvvisa perdita del compagno, decisa ad affiliarsi al movimento Aum Shinrikyo, incantata dalle promesse di serenità e benessere interiore paventate dagli adepti; un lungo flusso di coscienza di una vittima, finita dalla parte dei carnefici.
Essenziale, quasi minimalista, la regia di Camilla Brison. L’interpretazione di Irene Lamponi invece è a volte un po’ sporca, ma carica e intensa, sentita. Nella seconda parte il coinvolgimento dell’attrice è ancora maggiore, probabilmente grazie a un personaggio con cui è più facile entrare in empatia: una giovane mamma che perde il marito – improvviso e impreparato eroe – durante l’attentato.
Lo spettacolo di Maria Teresa Berardelli mantiene ciò che il suo manifesto promette: “3 novembre parla di una storia vera, traendo spunto dall’attentato terroristico avvenuto il 20 marzo del 1995 alla metropolitana di Tokyo. Tuttavia non è uno spettacolo d’inchiesta poiché i fatti vengono filtrati dall’umanità e dal punto di vista delle due donne”.
E infatti inchiesta non ce n’è, ed è una voce fuori campo che introduce e separa i due monologhi a ragguagliare il pubblico con una breve descrizione del fatto che, per distanza temporale e fisica, qui è sconosciuto ai più.
Nello stesso manifesto si cita anche Murakami, forse uno degli scrittori più noti della scena nipponica contemporanea. Il volume citato è “Underground”, libro intervista che lo scrittore ha composto raccogliendo le interviste delle persone coinvolte nell’attentato. Eppure il titolo che salta in mente guardando lo spettacolo è un altro, sempre dello stesso autore: “Uomini senza donne”, antologia di racconti dove i protagonisti – tutti declinati al maschile – si trovano a fare i conti con l’assenza, la perdita, l’improvviso abbandono da parte della figura femminile. Qui invece la prospettiva è ribaltata, in “3 novembre” sono le donne a essere senza uomini. Ferite, abbandonate, fragili, doppiamente vittime, sembrano capaci di agire solo in reazione alla perdita di un uomo. E, nonostante un finale armonicamente costruito per legare con efficacia e dolcezza le due storie, viene da chiedersi: e non può essere altri che questo, “il punto di vista delle donne”?

Eliana Rizzi 27/04/2016

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