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Il Filottete di Carmelo Alù

Alessandro Blasetti, celebre regista italiano del XX secolo, sosteneva che " il mestiere del regista è un mestiere estremamente difficile, perché richiede la contemporanea presenza di due sentimenti opposti dell’uomo: l’ambizione e l’umiltà. All’ambizione, che nasce dall’essere il responsabile unico dell’impresa, occorre accoppiare l’umiltà". Ambizioso e umile lo è sicuramente Carmelo Alù, allievo dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, che con rispettosa temerarietà ha deciso di portare in scena, nello storico teatro “Eleonora Duse” dove hanno debuttato artisti del calibro di Anna Magnani e Vittorio Gassman, per il suo saggio di diploma del corso di regia la tragedia dell’eroe dimenticato, Filottete, calandosi anche nei panni del figlio di Achille, il giovane ed ingenuo Neottolemo. Affidandosi all’interessante riscrittura proposta dalla drammaturga Letizia Russo, Alù dirige un Filottete moderno nei costumi (a cura di Gianluca Falaschi) e nei dialoghi, dove le luci (supervisionate da Pasquale Mari) definiscono la scenografia e il deus ex machina non è il divino Eracle o una figura ultraterrena, ma una Donna di Lemno, unica sopravvissuta dell’isola abitata in passato da sole donne assassine e ora mano destra di Filottete. Curioso, a tal proposito, il linguaggio elaborato per la Donna da Letizia Russo: un tentativo di riportare alla “purezza” la lingua italiana, fino a risalire alle sue forme più “arcaiche”.
L’energico Paolo Musio, attore diplomato all’Accademia, è Filottete, un relitto, un uomo imbronciato, che tanti anni di emarginazione hanno indurito e snervato. Dieci anni di solitudine sull’isola di Lemno hanno convinto tutti, dal protagonista a chi oggi torna per trascinarlo al fronte, che solo l’odio possa tenere in vita chi ha subito un’ingiustizia (Letizia Russo). Ne è convinto Odisseo (Alvise Camozzi), che spinge l’onesto Neottolemo in una farsa per ingannare Filottete e recuperare l’arma di Eracle. L’unica persona che sa cosa nascondono gli occhi dell’arciere che scrutano ogni giorno l’orizzonte e brillano se sentono parlare di guerra è la Donna (un’affascinante Marina Occhionero, ex allieva dell’Accademia e astro nascente del teatro e del cinema italiani), la quale è consapevole che nel profondo del suo animo, Filottete non può rifiutare di raggiungere il fronte con i suoi commilitoni. Perché è ciò che più desidera, un sogno che va oltre il risentimento per il tradimento subito, oltre il dolore della malattia, la quale, come un complesso rito di iniziazione, lo ha educato ad essere uomo e a trovare il coraggio di seguire, infine, quello a cui più ambisce da anni. Perché fino all’ultimo non si può dire di cosa dovrà finire una vita.

Chiara Ragosta
18/12/2017

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