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Quizas, una donna sospesa in un ascensore, metafora del precariato

CHIANCIANO TERME – Qualche giorno fa abbiamo trattato, raccontato e scritto del lavoro di Andrea Kaemmerle che tra Bientina, Casciana Terme, Volterra e Utopia, dislocata su tutto il litorale tirrenico, ha creato, con fatica, sudore e impresa, un suo pool d'attività che va allargandosi. Un parallelo può essere costituito attorno alla figura di Manfredi Rutelli che tra Chianciano Terme, dove ha la direzione del Teatro Caos, Monticchiello con il Teatro Povero, ultimi due edizioni alla drammaturgia e regia condivisa, Montalcino, con la direzione del Teatro degli Astrusi, e Chiusi dove al Festival è regista della produzione annuale, ha costruito il suo raggio d'azione, il suo solido spazio dove creare, progettare, organizzare. Che a Chianciano prima ci si andava soltanto per le terme (le rinnovate, 9695_manfredi-rutelli.jpgampie, comode Theia, con due piscine interne ed altrettante esterne con temperature a 33 e 36 gradi: relax garantito e assicurato), adesso è possibile abbinarvi un intrattenimento serale di qualità per completare la vacanza o il week end. Dicevamo figure simili (Kaemmerle e Rutelli; si spera che presto o tardi realizzino un progetto comune) che si rimboccano le maniche con un lavoro maniacale e artigianale, partendo dal basso, con poche risorse ma tante idee.

Una lst.jpgdi queste è la novità “Quizas, Quizas, Quizas” (testo e regia di Rutelli, produzione LST) che prende le mosse dal motivetto omonimo, qui diventato refrain che ritorna prepotente e assillante, canzone cubana che ha avuto illustri e innumerevoli cover dal '47, anno della composizione, ad oggi. Sta tutto qui, tra le pieghe del testo della canzone: “Stai perdendo tempo, pensando, pensando a ciò che più desideri, fino a quando, fino a quando? E così passano i giorni ed io mi dispero e tu rispondi Chissà, Chissà, Chissà”. E' in questo stallo, in questo immobilismo esasperante, in questo precario equilibrio claudicante che si sviluppa la vicenda che apre molte riflessioni sull'oggi, sulla situazione sociale contemporanea come sui suoi riflessi esistenziali che toccano tutti. Tutto può essere visto nella sua accezione reale come in quella metaforica, come una medaglia dalle due facce egualmente ed equanimemente parallela: una donna rimane bloccata in un ascensore.

Non è semplicemente una donna: è una cinquantenne che ha perso il lavoro e che adesso sta andando ad un colloquio di lavoro con un'agenzia interinale per essere “ricollocata” nel mondo del lavoro. Non soltanto: la donna è separata ed ha una figlia alla quale ha dato tutto e davanti alla quale non si è mai fatta vedere debole, una figlia che vuole aiutare a non fare i suoi stessi errori e sostenerla per farle raggiungere i suoi obbiettivi e desideri, cercando quella felicità, lavorativa e personale, che lei stessa ha messo in secondo piano prima per la famiglia e successivamente proprio per la ragazza. I rimpianti diventano un “chissà”, in questo vago futuro che le si prospetta davanti, nebuloso, confuso, incerto, fatto di vedremo, mai solido, mai duraturo, sul quale è impossibile fare affidamento, mettere le basi per un domani migliore. In qualche modo, perché monologo d'attrice e per la tematica di fondo, la perdita dell'occupazione, ci ha ricordato “Gli ultimi saranno i primi” del compianto Mattia Torre che portò, prima in teatro e poi al cinema, una superba Paola Cortellesi.QUIZAS-19-0102.jpg

La donna sospesa, letteralmente, in questa scatola, appesa a cavi d'acciaio, si confessa al pubblico in un monologo a cuore aperto dove passa in rassegna la propria vita e soprattutto i fallimenti in questa situazione di claustrofobia e costrizione che le ricorda la sua stessa esistenza fatta di infiniti obblighi, una rincorsa continua con il fiatone senza mai potersi rilassare, sempre stanca, senza mai un grazie, una pacca sulla spalla, un aiuto, un incoraggiamento. A “farle compagnia” in questa piccola, ennesima sventura, appaiono, in audio attraverso l'interfono, il custode del palazzo, un pompiere, il consulente del lavoro, altri uomini che non la capiscono, che non colgono il punto, che travisano, che non ascoltano le sue esigenze, che ironizzano, drammatizzano, sottovalutano nell'incomprensione più assoluta.

Nel testo di Rutelli, ben bilanciato tra un'ironia rassegnata e un realismo amaro, si fa riferimento a licenziamenti all'interno di un'azienda di calze, e la mente non può che volare alla vicenda Omsa. La precarietà nella vita di Anna (questo il nome assunto dall'attrice Cristina Aubry che si porta con forza sulle spalle il peso di un monologo non semplice) è condensata in questa situazione grottesca, sospesa a metri d'altezza dentro una scatola di latta dalla quale non può fuggire e dove anche i ricordi, del marito, della madre, fanno soltanto male e riaprono vecchie ferite mai rimarginate: “Cosa cambia se esco?”, si chiede in presa all'insoddisfazione più Progetto-senza-titolo-1.pngcompleta, mentre problemi, preoccupazioni, pensieri si sono mangiati l'entusiasmo per questa possibile, tentata nuova rinascita. I suoi ricordi sono un continuo Sliding Doors (ritornano le porte che a volte si aprono spalancando scenari, altre, come in questo caso, si chiudono, emarginandoti) sulle possibilità-opportunità, sulle infinite occasioni perdute. Adesso appare tutto troppo tardi: “Non ho più vie d'uscita”, sconsolata, quando anche la rabbia sembra passata, “Non so neanche se voglio uscire da qui”, lancia sul piatto svuotata. Ma non tutto è perduto, chissà, chissà, chissà...Perché non è finita fin quando non è veramente finita.

Tommaso Chimenti 03/12/2019

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