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“Questa sera si recita a soggetto”: la gelosia va ancora di moda

«Lo comanderò io, il gong, quando sarà tempo!» grida Luigi Lo Cascio all’apertura del sipario di “Questa sera si recita a soggetto”. Non è “iroso” come prevedrebbe il testo pirandelliano, appartenente alla trilogia del teatro nel teatro, per il Dottor Hinkfuss; è invece timido, sommesso e leggermente imbarazzato davanti alle grida già sentite di «Manicomio!». E lo è fin quando il palcoscenico non si trasforma in un più confortevole laboratorio nel quale il protagonista può finalmente far emergere la natura di dottore rispetto a quella di regista.
Siamo nel 1929 quando la scienza non ha assolutamente remore nell’invadere il mondo dell’arte, al punto da scambiare e confondere le figure principali di ciascuna. “Il mondo è tutto ciò che accade” sostiene infatti Federico Tiezzi (guida di questa messinscena) nella grande insegna luminosa, sovrastante il palcoscenico nella prima scena. Proprio quella in cui al dottore-Lo Cascio è affidato il compito di spiegare il nuovo ruolo del regista nei confronti di un testo e degli attori: non più solo un capocomico, non più solo uno strumento, poiché “in teatro l’opera dell’autore non c’è più”. Ci sono gli attori, con l’imprevedibilità della loro interpretazione più libera rispetto al testo ma al totale asservimento del pensiero del regista il quale, come un vero e proprio studioso, è in grado di dimostrare scientificamente il suo essere indispensabile. C’è il pubblico, che ancora una volta in un testo pirandelliano, ha il diritto e il dovere di capire, in quanto parte dell’unicità di una rappresentazione scenica. E c’è la regia, con il potere di dirigere e la facoltà di non esaurirsi anche se cacciata. Nell’arduo tentativo di ricostruire il libretto di “Leonora addio!”, infatti, l’intera compagnia compirà un viaggio dentro al testo e alle ragioni più profonde del teatro che come sempre concludono nell’esigere libertà, ottenendo verità. Il tema centrale della gelosia (che assume, nei superbi costumi di Gianluca Sbicca, il sembiante di teste di coccodrillo) porterà, come già nei “Sei Personaggi”, a perdere il confine tra finzione e realtà: Mommina (interpretata da una più che convincente Sandra Toffolatti) griderà per ultima il dolore causato da un marito tormentato persino del passato della donna. Un grido in un canto sublime, chiuso sull’ultima tonica dal crollo dell’attrice che, esamine, ricorderà per qualche istante la tragedia del “giovinetto” in cerca d’autore.
Nulla da obiettare dunque alla rilettura di Tiezzi di un testo che, seppur moderno già un secolo fa, ha il coraggio di confrontarsi con tematiche e allestimenti in grado di ricreare un mondo senza tempo. Dalla Parigi bohémien, ai salotti della borghesia post-bellica fino ai quartieri periferici di una decadente New York, la gelosia si estende come una malattia, come una nebbia soffocante. Nelle eccellenti interpretazioni di questa nutrita compagnia si afferra il senso ultimo del dramma: “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.

Visto al Teatro Storchi, Modena, il 26 aprile 2016.

Elena Pelloni 01/05/2016

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