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Quando si è soli “Nessun luogo è lontano”

La figura dello scrittore ha suscitato la curiosità di generazioni, come uno sciamano che colleghi il mondo dei vivi a quello dei sogni, intorno alla sua figura è stata ricamata una mitologia che da eroe lo ha reso vagabondo, esteta e mercenario.
Occupandosi di costruire il tessuto culturale della società lo scrittore è un paladino, nonostante vestisse i panni dell'uomo comune. Arthur Rimbaud, tra i padri del decadentismo, ha abbandonato la sua carriera da letterato a soli ventiquattro anni perché non riusciva ad abitare il mondo degli stereotipi occidentali. Tanti sono gli artisti calati nella vita 'normale' di padri di famiglia, insegnanti, banchieri, impiegati o agricoltori.
“Nessun luogo è lontano” ha al centro uno scrittore (Giampiero Rappa) disgustato dai circuiti letterari che si ritira in una baita, nel silenzio e al freddo della sua solitudine; arriveranno due personaggi a stravolgere il suo equilibrio: Anna Valli (Valentina Cenni), una giornalista che lo deve intervistare e Ronny (Giuseppe Tantillo), il nipote che lo ricorda come un secondo padre, in fuga da qualcosa.
Ogni personaggio ha la sua battaglia che non affronta, cerca di affibbiare agli altri i propri sensi di colpa e frustrazioni: nel confronto di tre generazioni diverse si rintracciano le responsabilità che non sono in grado di attribuire a loro stessi. L'inettitudine che li governa sfocia nella rabbia di gesti e grida eccessive per pretesti futili, perché il vero dramma non è nella relazione con l'altro, ma è interno alla propria rappresentazione del mondo. Di aiuto sono le frasi inserite, tratte dal libro “Come gestire la rabbia” della psicologa Monica Morganti, con la quale è previsto un incontro nel foyer del teatro Argot Studio giovedì 11 febbraio alle 19.00, insieme al regista Giampiero Rappa.
L'opera teatrale è riconducibile alla fragilità: bisogna coinvolgere tutti i sensi per sentirla e lasciarsi guidare dalla vulnerabilità dei quei personaggi che cercano di interagire con la realtà che li spaventa mostrando il loro lato più forte. Proprio nella paura di essere dimenticati, di non fare abbastanza e di non essere liberi di apparire con le proprie imperfezioni, emerge quel sentimento grossolano di rabbia che li fa urlare, accanirsi con gli altri e gli oggetti che si trovano tra le mani, allontanandosi da tutto. Se non si ricerca il motivo autentico della loro perdita di controllo e dell'insolita maschera che indossano si rischia di rimanere nella lettura immediata di un non senso. Non ci sono pretesti effettivi per giustificare le loro azioni esagitate e quello che ne emerge sarebbe solo l'incomunicabilità di tre generazioni diverse.
Eppure basterebbe osservare le mani di Rappa per sapere che c'è un'altra lettura da fare. Le sue dita affusolate si legano tra loro in una chiusura, si nascondono o si agganciano al tavolo, il bracciolo della poltrona, la forchetta. Solo davanti al camino possono trovare un conforto reciproco, lasciandosi andare al calore del fuoco e questo è proprio il posto consacrato al dialogo intimo e sincero dei personaggi, che per poco tempo si concedono nella fitta rete di complessità e vulnerabilità.
La messa in scena è classica, tre attori, una scena (realizzata da Francesco Ghisu) data dall'interno di una casa e una porta che rimanda a uno spazio esterno, dei piatti e bicchieri che contengono pietanze e bevande immaginabili e degli stacchi musicali (di Stefano Bollani) che segnano ellissi temporali. Anche la chiusura finale rispetta i canoni, rassicuranti per lo spettatore. Tutto questo permette allora di dedicarsi completamente al testo, ai gesti, aprendosi alle sensazioni sentimentali e alle riflessioni che si riflettono dentro di noi, per le volte in cui non sappiamo affrontare i problemi, non riusciamo a confrontarci con l'altro, non riconosciamo dove nasce la nostra sofferenza e infine scopriamo di non voler essere soli.

Federica Guzzon 08/02/2016

Foto: Manuela Giusto

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