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PdT, quarantene diverse: il lockdown degli Oyes, la tenda post terremoto di La Ruina

CASTROVILLARI – Lockdown maledetto lockdown. Tremenda sciagura la quarantena. Il teatro non può non riflettere sui mesi appena passati e, forse, purtroppo, su quelli che verranno. Chiusi, lontani dalla socialità, lo streaming dal divano da casa, adesso con i posti in teatro ridotti, le prenotazioni, le prove senza contatto. Un mondo stravolto, quello degli attori, delle compagnie, degli organizzatori, dal punto di vista esistenziale ed economico, di possibilità e di visione futura. Un muro improvviso ha chiuso il panorama, serrato le aperture. E così il titolo già di per sé incisivo “Vivere è un'altra cosa” (prod. Corte Ospitale e Olinda) del gruppo milanese Oyes (belli i loro “Vania” e “Io non sono un gabbiano”, meno convincente ma sempre interessante “Schianto”) ha ripercorso, tra leggerezza e profonde ferite, sorrisi e lacerazioni ancora irrisolte e non rimarginate, i tragici momenti di sconforto e abbandono ognuno nelle proprie case, isolati dal resto e collegati al quartiere da banali canzoni trash al balcone, paccottiglia come l'applauso all'atterraggio, tutti quei lenzuoli con su scritto “Andrà tutto bene” quando era ovvio che non andava affatto bene niente, i bollettini di guerra e necrologi delle sei del pomeriggio quando la sera avvampava, il buio là fuori si mangiava un altro giorno e la notte scendeva dentro il petto di ognuno di noi appesi alla speranza che veniva vanificata, le solite interviste ai soliti virologi, i dibattiti e i talk show con i numeri impietosi, le camionette militari con le bare di Bergamo. Praticamente da allora poco è cambiato nel nostro immaginario tranne che, e ovviamente non è poco, anzi è essenziale, il poter uscire, andare, fare, a distanza e con la mascherina, certo, ma pur sempre “liberi finalmente e non saper che fare” come avrebbe chiosato Baglioni.20201015arzanominilockdownrcs_640_ori_crop_master__0x0_640x360.jpg

Cinque attori, diretti dalla mano sicura di Stefano Cordella, in uno spazio aperto hanno raccontato il loro personale autobiografico piccolo calvario di mancanze, di lezioni on line, di figli ai quali non saper cosa dire, di compagni e compagne da sopportare, di questa apatia e depressione che tutti affliggeva, costretti a dover fare esercizi fisici e mentali per non pensare al momento ma spostare l'attenzione, cucinare follemente come a Masterchef, impastare anche se non avevamo mai fatto prima il pane, tutti ora esperti di lievito madre, ora ingrassare per poi diventare salutisti e dimagrire a suon di pilates e kettlebell, plank e yoga, squat e addominali. Al centro della grande scena sgombra un modellino di un palazzo in miniatura, quasi casa di Barbie, che nell'inframezzarsi tra una storia e l'altra, centellinata, sospesa, stoppata e poi fatta ripartire come i giorni o le settimane reclusi e relegati a fornelli e Netflix, si accendeva, si illuminavano le finestre, aperture lucenti che significavano che la famiglia era in casa forzatamente, sprangata nell'attesa di buone notizie che non arrivavano, che non arrivavano, che non arrivavano “ed una radio per sentire che la guerra è finita”, continuando con il Claudio nazionale.

Il quarantenne con compagna, figlia e cane al seguito, insoddisfatto interiormente della propria condizione d'attore che ha perduto quella verve che lo aveva portato a voler stare sul palco, quel fuoco che lo pungeva (Umberto Terruso essenziale, fondamentale), la giovane sposa da sempre fidanzata con il proprio uomo e che si è sempre raccontata felice (Francesca Gemma tenace), il ragazzo schiacciato dalle aspettative familiari e dal successo degli altri componenti del suo nucleo di riferimento (Francesco Meola appassionato, intenso), la ragazza single che ha fatto la quarantena da sola tra piccole euforie momentanee e grandi disagi costanti (Martina De Santis lucida, melò), il quinto convinto single, geloso dei suoi spazi e della propria libertà che poi ha ceduto alla convivenza (Dario Merlini ironico). “Storie di tutti i giorni vecchi discorsi sempre a metà”. Il desiderio di impegnarsi in qualcosa di produttivo per non perdere tempo ma per mettere questa parentesi a frutto facendo o intraprendendo quello che avevi trascurato e messo da parte: corsi, riparazioni, letture, introspezione. Cinque attori e nessun lavoro in vista con la prospettiva di un post lockdown ancora peggiore con recessione, disoccupazione, preoccupazioni di carattere economico ed emotivo.

Uno stop forzato che ha messo un punto a ciò che eravamo e ci ha costretto a pensare, o ripensare, a chi eravamo, a che cosa cercavamo, se eravamo sulla strada o rotta giusta per raggiungere la nostra intima felicità, se quello che stavamo facendo ci stava facendo bene, se mollare o perseverare. Cinque storie, vere, reali, degli attori in scena, che erano, sono, le storie di tutti noi, nelle quali sentirsi rappresentati, fotografati, identificati tra ricordi e commozione, ripensando alle nostre fragilità, alle crepe scricchiolanti dentro le nostre vite superorganizzate, sempre con i minuti contati, le agende, gli appuntamenti, con la sensazione perenne di poter far tutto, andare ovunque, raggiungere chiunque, con quell'idea di mobilità nello spazio come nella crescita personale e nel raggiungimento degli obbiettivi. Ad un certo punto a tutta la carne al fuoco che avevamo messo a cuocere nelle nostre esistenze qualcuno ha spento la fiamma e ci siamo accorti che la carne non era così di prima qualità, che alcune parti erano e sarebbero rimaste crude, e che altre, al contrario, erano già bruciate, andate, corrose, consunte, avariate. E' che quando sei nel vortice, dentro al Sistema, non ti accorgi VIVERE-E-UN-ALTRA-COSA-OYES.jpgdei piccoli rumori degli ingranaggi, ti concentri sul grande movimento senza considerare le minuzie, i moti impercettibili, i gesti dimenticabili. La quarantena ci ha reso più umani? No, semmai, ci ha fatto fare un passo indietro e da un metro più lontano i contorni sono più nitidi e l'affresco si comprende meglio nel suo insieme. Abbiamo capito che siamo una serie infinita di domande più che di soluzioni a buon mercato che qualcuno tenta di spacciarci e venderci, che siamo dubbi e paure e non certezze e solidità, che siamo uomini e non superman, che si può cadere sconfitti.

A pezzi siamo dentro ogni storia, o lo siamo stati, un giorno ci siamo sentiti come quel padre o come quella sposa, come quel ragazzo oppresso dal successo dei propri consanguinei o come l'attrice sola o ancora come l'eterno scapolo; c'era da perdere la bussola, da travisare, da non connettere più in un mondo che parla solo e costantemente di connessione. Non saremo mai 5G dentro. Saremo sempre più vicino alla tartaruga che alla lepre. Siamo (stati) tanti fondi di caffè (come quelli gettati sul palco) usati e polverosi, metafora giusta e perfetta, con l'illusione di rimanere e stare svegli mentre ci addormentavamo stanchi e sfatti, affranti e afflitti, fondi compatti come dischi da hockey che al contatto con il terreno si sfaldano e si sfanno, si parcellizzano, si spezzano, si sfarinano disorientati senza una regola, impotenti tra il desiderio che tutto finisca presto e l'assuefazione a questo nuovo status, racchiuso nel grido sommerso “Non ho voglia che tutto riparta”.

Altra clausura forzata è il recinto che Saverio La Ruina delinea e traccia nella sua piece: una tenda da terremotati dopo una catastrofe naturale, piccole e strette mura di tela e stoffa con tutto il disagio fisico e psicologico dell'aver perso tutto, di un futuro nebuloso se non proprio nero, di speranze azzerate, di convivenze forzate. E' qui, in questa pseudo casa fredda senza ricordi né calore familiare che si ritrovano “Mario e Saleh”, due mondi, due culture, due età, due modi di pensare agli antipodi. Uno cristiano l'altro musulmano, uno anziano l'altro giovane, lo scontro è inevitabile. L'impatto sul teatro italiano di La Ruina in questi anni è stato importante per due motivi, nella scoperta di una lingua, il calabrese, poco o per niente usata, a differenza del napoletano o del siciliano ad esempio, sui palcoscenici, dandogli dignità d'essere e d'esistere scenicamente, e il portare a galla fenomeni e storie altrimenti sepolte, dimenticate e sotterrate, pensiamo alla condizione della donna in “Dissonorata”, agli italiani nati in Albania e non voluti né da una parte né dall'altra dell'Adriatico in “Italianesi”, gli aborti clandestini con ferri arrugginiti ne “La Borto”, l'essere omosessuale in un paesino giudicante del Sud in “Masculu e fiammina”, fino alla violenza domestica in “Polvere”.

Se però il regista, drammaturgo e attore di Castrovillari perde, o accantona, la propria lingua madre che regala immaginario e vigore, allora il discorso si normalizza perdendo quel pepe, quel pungolo, quelMarioeSaleh_fotoTommasoLePera-1.jpg piede di porco per scartavetrare, per far saltare il banco, per aprire il vaso di Pandora delle emozioni ancestrali e così legate al suo territorio d'origine. In qualche modo quelle parole “italianizzate” si depotenziano, non pungono più come attraverso quel dialetto che ferisce e brucia anche nella sua incomprensibilità che infligge una patina di mondi lessicali impossibili da tradurre ma soltanto compresi dal suono, dall'armonia rude, dall'assonanza musicale. Questa la prima riflessione sul linguaggio di “Mario e Saleh”, mentre la seconda si attiene, pur all'interno di una messinscena solida che sempre tiene il punto sia a livello registico che attoriale (l'altro interprete è il convincente Chadli Aloui), al lato più sociale o se vogliamo politico dell'idea che sta alla base del testo. Negli ultimi anni di infiniti sbarchi irregolari e di tensione sociale sempre crescente in un Paese in default, l'Italia, con una crisi galoppante e le periferie che esplodono, il teatro però sembra avere il paraocchi e disegna e identifica sempre i buoni negli immigrati, migranti o extracomunitari, mentre i cattivi sono gli italiani, forse compresi quelli che sono lì in platea ad ascoltare e applaudire. Lo straniero è, come in questo caso, sempre cordiale, gentile, premuroso, generoso, modesto, colto e acculturato, misurato e saggio, mentre noi siamo dipinti come maschilisti, stupidi, machisti, omofobi, sessisti, razzisti, ignoranti, analfabeti. Siamo sempre disposti a concedere il beneficio del dubbio e un'altra possibilità allo straniero ma con l'italiano, con l'occidentale caucasico siamo implacabili, inflessibili, rigidissimi. Forse, per senso di colpa, vogliamo colpire noi stessi, per senso di inadeguatezza vogliamo infliggere all'altro nostro simile quello che non riusciamo a digerire del nostro stare al mondo, pur condividendolo e abitandolo.

Anche in questo MarioeSaleh_fotoTommasoLePera-3.jpgcaso il buono e il cattivo sappiamo subito da che parte stanno, però siamo sempre ben predisposti d'animo con chi arriva, senza i documenti in regola quindi contro le leggi del nostro Stato, non solo da un altro Paese ma addirittura da un altro continente, che ascoltare le istanze di un nostro concittadino che paga le tasse da generazioni. Prima gli italiani ci fa schifo ma prima gli stranieri è assolutamente legittimo. E' il razzismo al contrario con gli stessi preconcetti e prevaricazioni e pregiudizi che vogliamo combattere e condannare in quello ordinario. La tesi anche in questo caso, però, è subito lampante e predefinita e preordinata: il ragazzo nordafricano ce la mette tutta per essere accolto mentre Mario è aggressivo e maleducato, offensivo e predominante, minaccioso e autoritario. Povero Saleh, acriticamente, a priori, per partito preso, e giù diamo addosso a Mario, crocifiggiamolo, anzi sostituiamo tutti i Mario volgari con tanti Saleh così dolci e docili e carini. Il teatro spesso non vede la realtà ma la riporta come vorrebbe che fosse. Anche da questo si nota che lo scontro sociale interno al Paese, spaccato in due (non si parla di bipolarismo), diviso su ogni scelta, dove vince sempre l'ideologia e la strumentalizzazione. Il problema non è essere nazionalisti o sovranisti o addirittura patriottici, tutti termini identificati come negativi. Sarebbe bello che l'immigrato ci portasse saggezza e lavoro, purtroppo sono uomini e donne anche loro, per giunta spesso senza istruzione e con la fame (pochi invece scappano da zone di guerra) che attanaglia la bocca dello stomaco, e quando hai fame, in un Paese come l'Italia dove di lavoro ce n'è poco, è facile cadere nell'illegalità e nella microcriminalità. Se dell'immigrato fai un santino e dell'italiano un carceriere illetterato e scimmiesco, il quadro stona, la realtà viene deformata, l'analisi s'inceppa.

Tommaso Chimenti 

 

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