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"Orchidee" di Pippo Delbono in streaming per #laculturanonsiferma

Lo spettacolo sta per cominciare. Una voce dalla regia rivolge le solite raccomandazioni e il brusio cede il posto al silenzio che solo il teatro sa mettere in scena. Il suono caldo e rassicurante attrae gli spettatori: alcuni volgono lo sguardo verso il fondo della platea, altri continuano a guardare il palcoscenico godendo della voce che si diffonde in sala. Comincia così Orchidee (2013), poetica espressione dell’amore e della malinconia di Pippo Delbono, un viaggio alla ricerca di un tempo beffardo che si consuma nell’inesorabile dolcezza della vita. Immagini inusuali colmano il buio con colori sbiaditi e proiezioni con pallidi manichini riempiono la scena, vuota come un cuore attonito. L’attenzione alle immagini diviene dichiarazione persistente del narratore voluttuoso che disperde nelle parole suggestioni di vita vissuta e condivide attimi sospesi nell’incredulità del destino, cristallizzato nell’immagine di un fiore “per fermare le passioni che ci sfuggono, per fermare le persone che amiamo”. 

Se l’eternità della bellezza avesse un nome sarebbe orchidea. Bastano pochi petali per riconoscere la grazia di un bocciolo, meraviglia della natura che ammonisce gli animi di cui bisogna godere in fretta, senza indugi o titubanze. Persino la vita dell’artista non riesce a sottrarsi alle dinamiche del tempo, sfuggente incognita dell’intelletto dove tristi consolazioni giungono dirompenti, ma non riescono a colmare l’enorme vuoto dell’essere. “Questo mondo non mi piace, ma non c’è altro posto dove stare”. Parole che si adattano ai contesti, lettere che si abbracciano come corpi nudi sulla scena e l’elemento biografico diviene metafora del mondo. Come quadri poetici compaiono i riferimenti a 1980 e Kontakthof di Pina Bausch, Nerone, ultima opera di Pietro Mascagni spiega il conflitto pacifico con la sessualità e le musiche di Enzo Avitabile accendono una danza, massima espressione della libertà del corpo. In questo turbinio di sensazioni il rapporto con la madre e il suo ricordo restano come un profumo che non se ne va, rimane addosso come le incertezze che non abbandonano. “Non ho niente da offrire a nessuno eccetto la mia confusione” e se tale premessa si converte in una narrazione delicata come soffici petali è possibile accettare il compromesso dell’insensato. 

Nella riflessione universale “l’amore è un bellissimo fiore ma bisogna avere il coraggio di coglierlo sull’orlo di un precipizio.” Stendhal, Gibran, Hume, Kafka, Dante e Shakespeare si rincorrono uno dopo l’altro come se le parole fossero l’unico appiglio rimasto vivo. In un mondo straziato dalla follia il solo che riesce a sopravvivere è Bobò, attore e personaggio ricorrente negli spettacoli di Delbono, custode di vita e consapevolezza; seduto su una poltrona rossa osserva silenzioso l’andamento delle cose, fa pace con i pensieri e tutto si dissolve come fumo negli occhi. Nell’emergenza attuale appare difficile contemplare la meraviglia del mondo e saper riconoscere l’autenticità di un orchidea, fonte di ambiguità e sorgente di menzogna, è un gioco di specchi. Abbandono e incertezza accompagnano le riflessioni sulla vita e in un girotondo di autentica spontaneità ci si abbandona alle contraddizioni. In fondo “il teatro è un incontro tra esseri umani, tutto il resto non conta”, si servono pasticcini da tè, si balla col pubblico e la nudità non fa scalpore. L’imperfezione può dunque essere un dono, dobbiamo soltanto coglierne il significato. 
Pippo Delbono è fra i protagonisti del cartellone #laculturanonsiferma, presentato dalla Regione Emilia-Romagna in collaborazione con Emilia Romagna Teatro. Assieme a Orchidee (2013), i video degli spettacoli Questo buio feroce (2006), Dopo la battaglia (2011) e Vangelo (2016) saranno disponibili sul sito di ERT per un mese dalla data di pubblicazione. 

Laura Rondinella  22/04/2020

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