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Parlare per non morire: i “Giorni felici” di Andrea Renzi e Nicoletta Braschi

Parla, parla e parla. Non fa che parlare la cara vecchia Winnie, interrata fino alla vita in un alto cumulo di pietre arso dal sole cocente. Pettinata e truccata da brava borghese, ha davanti a sé tutto quello che le occorre per affrontare una nuova giornata: una grande borsa nera che contiene molti oggetti, fra cui un dentifricio, uno spazzolino da denti, un pettine, un rossetto e una limetta per le unghie; un ombrellino per ripararsi da sole e intemperie; e una rivoltella che ogni tanto accarezza. Alle spalle, quasi fuori dalla portata del suo sguardo, il marito Willie (il volto quasi sempre oscurato dalla paglietta calata sulle tempie) vegeta in canottiera dietro a un fragile paravento partecipando al medesimo rituale: borbotta, legge il giornale, striscia da un riparo all’altro, sopporta con fatica la petulanza nevrotica della moglie, interrompe soltanto con poche e brevissime battute il suo chiacchiericcio interminabile. Entrambi, però, sembrano non prestare troppa attenzione alla condizione degradata in cui sono calati: incapaci di muoversi, si trovano in un luogo “altro” non meglio precisato (un deserto? una spiaggia?), eppure vogliono credersi felici, si compiacciono della vacuità delle parole che pronunciano, e le ripetono più volte, magari giocandoci sopra, con effetti di nonsense che non risultano propriamente umoristici. Perché, il loro, è un gioco che, pur provocando il riso, ridicolizza amaramente l’immobilità di una vita apparente, che cerca nell’abitudine una forma da dare all’esistenza. In ciò, Winnie e Willie assomigliano a certi dannati dell’antinferno dantesco immersi nella palude dello Stige (gli accidiosi): indifferenti a tutto, tanto al bene quanto al male, rinunciando a tutte le responsabilità che la vita impone, non hanno lasciato alcun segno tangibile nel mondo. Allo stesso modo, non c’è traccia del presente e del passato dei due coniugi: il loro inferno sulla Terra corrisponde all’allegria infondata del borghese che, pascendosi della futilità dei rituali quotidiani e tenendo l’archivio di oggetti banali e di banali “giorni felici”, riesce a non accorgersi che sta sprofondando nella dissoluzione più assoluta. E, in effetti, l’esorcismo di voci interiori della logorrea di Winnie non è altro che paranoico horror vacui truccato da principio pragmatico e positivo.
Assistere a una pièce di Samuel Beckett significa partecipare alla disumanizzazione di personaggi che appartengono al nostro tempo, al martirio di vite silenziose che non mutano mai, in un tempo che a sua volta non si muove e li rinchiude in prigioni assurde. Nel dramma in due atti “Giorni felici” (diretto da Andrea Renzi e prodotto da Melampo e Fondazione del Teatro Stabile di Torino), andato in scena al Teatro India di Roma dal 31 marzo al 10 aprile, Winnie (Nicoletta Braschi) abbellisce di parole la propria esistenza larvale in una parvenza di vita pietrificata (il passaggio di una formica ne è l’unico vera incarnazione). Per lei, il tempo è un’ossessione, qualcosa che deve passare, e passare in fretta. Così gli oggetti le servono per far trascorrere il tempo fra il campanello del risveglio e quello del sonno. Almeno finché non cominciano a esaurirsi. Quando beve tutto il flacone con la medicina rossa, il tubetto del dentifricio finisce e il carillon custodito gelosamente nella borsa cessa di accompagnare il suo canto, la vita di Winnie si incammina inesorabilmente verso la fine: il corpo sempre più ricoperto di terra (solo la testa spunta fuori), malgrado le abitudini continuino a tenerla in vita. Beckett spiegò così perché era arrivato a scrivere l’opera: «pensai che la cosa più terribile che possa succedere a qualcuno sia di non permettergli di dormire, così che ogni volta che sei lì lì per addormentarti c’è un “dong” e ti risvegli per forza. Stai affondando dentro la terra ed è pieno di formiche, e il sole risplende continuamene giorno e notte e non c’è un albero... Così niente ombra, niente, e quella campana ti tiene sveglio per tutto il tempo e tutto quello che hai è un mucchietto di cose per guardarti per tutta la vita. E infine ho pensato: chi avrebbe potuto tenere testa a tutto questo e andarsene giù cantando? Soltanto una donna». Già, perché le donne sono note per il loro spirito di sacrificio e generalmente hanno di tutto dentro le borse. Ma la rivoltella? Winnie dice che l’ha presa al marito, ma perché ogni tanto la accarezza? Perché non la usa e la fa finita? E perché diamine Willie (Andrea Renzi) non la tira fuori dalla terra, lui che può contare sull’uso (anche se alquanto impedito) di braccia e gambe?
Sono domande che non hanno e non devono avere una risposta. Winnie e Willie non hanno coscienza della propria situazione tragica perché Beckett li ha deliberatamente costretti all’inazione, separati da un mondo dal quale preferisce proteggerli. E la Braschi, che si misura coraggiosamente con uno dei ruoli più complicati e ambiti da ogni grande attrice, si “muove” abilmente fra i meandri del suo soliloquio con la simpatica civetteria di una Marilyn ossigenata, ingenua e un po’ svampita. Peccato che la sua leggerezza si scontri con la gravità sfiancante dello spettacolo nel suo insieme, generata dalla quasi totale assenza di musiche e scenografie voluta da Renzi. La prova della Braschi, di grande espressività mimica e vocale, rischia di assomigliare a un esercizio di stile manieristico fin troppo accurato. E la concentrazione eccessiva sul testo, tradendo la volontà di far risaltare la prestazione dell’attrice, finisce per far perdere la scommessa di ogni regista verso il suo autore: quella di saper modernizzare un’opera, anche con qualche taglio netto.

Valentina Crosetto, 26/04/2016

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