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L'Ofelia di Vannuccini è una e trina

ROMA – Un salto, un tuffo nel teatro d'avanguardia dove la performance fisica prende il sopravvento sull'attorialità, dove il movimento, vorticoso, concentrico, instabile, dona quell'energia contagiosa e frigge e ribolle sottopelle. Questo “Ofelia o la macellazione degli animali domestici” (già da solo il titolo val bene una messa) sembra allontanarsi e distanziarsi dalle prove precedenti di Riccardo Vannuccini che erano ampie, monumentali, ingombranti, colme di scenografie umane e coreografie ritmate di corpi. In “Ofelia” il rapporto è più intimo, lo chiedeva il testo ma anche lo spazio delle Carrozzerie N.O.T., con la visceralità e la carnalità delle parole come con il pubblico, in linea, a pochi respiri dai cinque performer: un esperto sorta di “Capitano Achab” condottiero di anime e Caronte (l'acqua è motivo fondamentale dell'amata e poi ripudiata da Amleto), tre figure femminili nelle quali si è espansa ed è implosa Ofelia (annegata come Jeff Buckley ma senza Alleluja), un soldato tedesco già simbolo d'autorità, di potere connesso con il suo abuso ma anche al sapore di Buchner e del suo Woyzeck cosparso di brechtiana memoria, infelice, impotente, sconfitto nel suo più profondo dna.4 ph maria sandrelli.JPG

Tavoli attorno sparsi nella sala che ci riportano nella dimensione da “Nemico di classe”, ma che diventano isole separate, adesso ponti di congiunzione, tavoli da apparecchiare per cerimonie formali senza invitati attesi come “Aspettando Godot”. I movimenti sono reiterati e rafforzativi e creano un tappeto sonoro di movenze, una serialità coinvolgente, un mantra sul quale si appoggiano le parole anch'esse, come perdersi, come loop anestetizzante e ovattante, ripetute come preghiere laiche che ti entrano sotto cute come tatuaggi, come tarlo, come martello pneumatico a colpire, sondare, andare a fondo. Le tre Ofelia (bellissime, slanciate, efebiche; sembra di essere ad una sfilata di moda), tra le quali spicca per piglio e carattere Iris Basilicata, sono gli atomi che catalizzano l'attenzione con il loro sparigliarsi e sparpagliarsi per poi nuovamente riunirsi attorno al deus ex machina Vannuccini-Nostromo che tiene le fila, dà i tempi, scansiona le scene, dà ritmo. Il soldato (Lars Rohm, realmente tedesco) è l'altro ago della bilancia, l'anello debole che chiosa, rintuzza, si allinea ma non può sostenere il peso del confronto in quest'impari lotta contro l'anziano burattinaio, Mangiafoco eclettico.

FOTO 1 ph maria sandrelli.jpgLe tre ancelle, ora schiacciate al muro come ne “I soliti sospetti”, adesso ricolme di abiti fino a soffocare (ricordandoci la “Venere degli stacci” di Michelangelo Pistoletto), fino a cedere e cadere (come i vestiti che inzuppati tra le onde ti portano a fondo), illuminano la scena tra le colonne del teatro off romano. La macellazione degli animali domestici ha in sé qualcosa di terribile e abominevole, di straziante, di senza cuore: si uccide quella figura che è stata lì vicino a noi, che abbiamo visto crescere, che abbiamo allevato, allenato, che ci è diventata familiare. Così come Amleto che si libera di Ofelia, sacco vecchio, ramo secco e zavorra che lo tiene a terra e lo limita nella pugna battagliera, consegnandola alla morte, lasciandola, abbandonandola, disconosciuta, respinta, deludendola, smembrandone i ricordi insieme, cancellandone la memoria con un colpo di strofinaccio bagnato (acqua e lacrime).

Dobbiamo però anche dire che il tutto (esteticamente d'impatto) rimane farraginoso ed elettrico e, forse volutamente, caotico (“Bisogna avere un6 ph yoko hakiko.JPG caos dentro di sé per partorire una stella danzante”, Friedrich Nietzsche), sopra le righe, sovrabbondante che spiazza e non lascia scampo né respiro, over decibel in un impianto che attanaglia, senza posa e senza sosta che rivoluziona, rimette in gioco, rimpolpa. Di quest'energia se ne coglie il segno, il senso e l'orizzonte, dall'altro lato si avverte un'ipercerebralità poco accogliente alla comprensione, che non aiuta né accompagna (certamente non era questo l'intento) per meglio entrare dentro questo universo creato da Vannuccini, colorato, iperbolico, caleidoscopico, multiforme, di quadri, di flash, di guizzi, molto a spot, lampi accecanti e abbaglianti da risultare criptici, nascosti, celati, ammassati. Una prima fase embrionale, con tanti materiali drammaturgici, e oggettistica, che si stratificano, si assommano: da registrare, asciugare, sottrarre, ripulire per esaltarne le ime potenzialità.

Tommaso Chimenti 08/03/2019

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