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Life is “Now!”: il Riccardo III da Shakespeare a Michele Sinisi

Prendere a cinghiate, ardentemente, ostinatamente, un tavolo di ferro dopo avervi tracciato, con lo spray, le fattezze una pin-up. Sotto c’è un cuore solcato da una freccia. L’amore, possessività e ossessione, può diventare il suo opposto: violenza.
Ma c’è violenza ogni volta che la libertà è negata o costretta tra le sbarre invisibili delle gabbie quotidiane:
Now!” è il tempo che scorre, che trascina e non fa sconti. Questo “ora” che ci sfugge e allo stesso tempo ci ammanetta. Quando verrà il momento della nostra pace?
Una violenza senza censure, quella di Michele Sinisi, autore e attore di un Riccardo III che potremmo definire “da Shakespeare a Sinisi”, ora in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano, fino al 29 ottobre. now02
Il primo verso ripetuto ossessivamente “Now is the winter of our discontent”. Rimuginato, esclamato, interpretato. Sale l’esasperazione dell’attore, che si fa zoppicante e deforme davanti al pubblico.
Ciò che vediamo, sentiamo ed esperiamo lì in quel momento, è vero? È falso?
Squilla un cellulare, dalla regia: “It’s true, not false!”. Sulla stessa fredda superficie chirurgica di un tavolo si scrivono parole, si raffigurano teste imbronciate, si ricorda che “the one against the other”.
In testa forse le immagini più brutte della storia: una bomba nucleare contro Hiroshima, una guerra contro un popolo, un dittatore contro i più emarginati e sempre un solo vincitore.
Tra il malato di mente e l’accattone, Sinisi nello spettacolo è un reietto di questo mondo. Aspira alcol che usa per cancellare le parole rosse, che accompagnano i suoi impeti in scena. Lo straccio si fa rosso anch’esso, sembra un corpo dilaniato dal sangue.
Urla come se stesse sotto tortura, spegne tutte le luci, illumina un volto sorpreso, patologico, arrabbiato.
Poi, va verso il microfono, e ci spera, ci spera ancora: “Now?”, sembra chiedere.
Ma niente, nulla risponde. Si ritrova ancora tutto solo, con i suoi interrogativi, a piedi scalzi sul pavimento affacciato sul pubblico che sta in silenzio, passivo testimone della follia lì davanti.
now03Perché spettacoli come questi sono fatti per aprire: gli occhi e gli altri sensi.
L’odore di alcol puro dà alla testa, sembra veleno, può provocare nausea e lievi giramenti. Le lamiere sbattute a terra feriscono l’udito, e anche il tonfo del peso del tavolo sul palco. La fatica dell’attore nel suo sudore, nei suoi occhi affamati di risposte.
Tutta la violenza, rimossa e nascosta ogni giorno dalle coscienze, raffiora in meno di un'ora.
Quindi, ne siamo silenziosi complici. E ci sentiamo in colpa, stiamo scomodi, infastiditi, messi alla prova dal piccolo delirio così vicino al reale che abbiamo di fronte.
Potremmo assistere alla stessa scena in un ospedale psichiatrico o in un quartiere malfamato a notte tarda, ma stiamo in un teatro. È vero? È falso? Sono la stessa cosa?
Perdiamo i nostri confini, vacilliamo. Sinisi si mantiene crudo e feroce. Assolutamente necessario, soprattutto in raffronto alle rappresentazioni che, per opposto, fanno dormire. Forse c’è bisogno anche di quelle, ma l’urgenza è mantenersi vivi e critici, in bilico su poltrone comode che diventano scomode e che poi ci fanno tirare un sospiro di sollievo, quando la performance finisce, le luci si riaccendono, gli applausi sono molti ma non siamo più tanto sicuri che il teatro sia solo quello dentro a delle pareti.
Siamo tutti gli attori ma non di una commedia. Le nostre condizioni restano così, sospese, violente, in cerca anche noi di quell'“ora” che difficilmente riusciamo a vivere.

Agnese Comelli 26/10/2017

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