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Non al Circo Massimo, non all’Ariston: di famiglia e omosessualità si parla a teatro

Con la disputa sulle unioni civili siamo riusciti a scomodare anche il Pirellone e Sir Elton John. D’altronde, quando si parla delle cosiddette “questioni etiche” il dibattito non rimane mai entro i confini parlamentari. Può quindi capitare che, nella stessa città dove ancora si litiga sui numeri del Family Day, vada in scena una commedia che guarda in faccia la realtà: che il ddl Cirinnà passi o meno, le famiglie omosessuali già esistono e a teatro se ne parla. Non siamo in un oscuro spazio occupato di periferia dedicato al teatro sociale, ma a cento metri da piazza di Spagna, al Teatro Sala Umberto, con un cast d’eccezione e le poltroncine di velluto rosse. Lo spettacolo è “L’amore migliora la vita”, scritto e diretto da Angelo Longoni.
Quattro personaggi, quattro maschere. Il sarcastico e intransigente primo violino di un’orchestra (Ettore Bassi) sposato con una giornalista di magazine femminili (Eleonora Ivone) e i loro quasi con-suoceri: un imprenditore traffichino (Giorgio Borghetti) e una casalinga ansiosa quanto, immancabilmente, ansiogena (Gaia De Laurentiis). Dai gelidi convenevoli iniziali, lo scontro è inevitabile quando arriva il momento di dirimere la questione: come ci comportiamo con i nostri figli scoperti dal bidello a fare sesso scuola? Cosa ci dà più fastidio, che siano gay o che la faccenda sia diventata di dominio pubblico? Se nella stessa situazione fossero stati colti in flagrante con una ragazza, sarebbe stato comunque uno scandalo? Avremmo reagito così?
Per tutta la durata della commedia proviamo a scoprirlo. D’altronde, l’abisso che separa i personaggi non è solo fra le due coppie (radical chic contro petit bourgeoisie, per dirla in maniera grossolana) ma fra donne e uomini e, necessariamente, fra tutti contro tutti.
Il debito di Longoni verso “God of Carnage” di Yasmina Reza è evidente ma, dopo aver “sciacquato i panni in Arno” il testo non si perde, anzi, acquista una dimensione meno universale e più familiare. Forse la nostra percezione di “commedia scorretta” farebbe sorridere fuori dai confini nazionali, ma non si può negare che c’è disperatamente bisogno di guardare all’omosessualità nel quotidiano, nel concreto. Sembra che un personaggio gay sia condannato a essere rappresentato solo in quanto intellettuale tormentato, istrionico artista o, peggio ancora, vittima e testimone di abusi. Ovviamente on è così. E questa commedia lo dimostra senza mai portare i due giovani fidanzati sulla scena ed è giusto così, poiché non sono loro il “problema” ma chi li circonda.
Alla fine non sappiamo se l’amore migliori davvero la vita, sicuramente non lo fanno né il matrimonio né le aspettative genitori né, con buona pace di sentinelle in piedi o Adinolfi seduti, la famiglia tradizionale.

Eliana Rizzi 11/02/2016

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