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"Noi che vi scaviam la fossa" tra vittima e carnefice, tra attore e spettatore

Normalità” parola chiave della società moderna che ci vuole tutti uguali, tutti borghesi, tutti fedeli. Ma a cosa? Attentati, razzismo, corruzione stanno dividendo i popoli che devono la loro costituzione alla Rivoluzione francese. Sarebbe quindi giusto partire da lì, da “libertà, fratellanza e uguaglianza”, dalle parole che in una distopia danno vita a immagini mostruose.
Il manicomio diventa lo scenario perfetto per raccontare questo cambiamento, il luogo dove il diverso viene escluso perché fa paura, perché ci ricorda che quella follia, così manifesta, fa parte della natura umana.
Dallo studio di Marat Sade di Peter Weiss, "Noi che vi scaviam la fossa" della Compagnia la Crisalyde, con la regia di Vania Castelfranchi, inscena un manicomio dove tre pazienti si propongono di raccontare l'omicidio di Jean-Paul Marat. Il fossapubblico è parte attiva, sono i pazienti che attraverso una porta entrano nella cella circondata da sedie. Davanti a loro la scenografia di Domenico Latronico, un trono eretto su una montagna di volti e organichi riproduttivi maschili scolpiti, al cui apice ci sono dei coltelli e delle forchette infilate, proprio dove l'attore poggia la testa, per poco sfiornadole. Dall'altra parte della porta uno scrittorio e a fianco un tronco bianco con ramo spesso, un letto insolito. Gli spettatori prendono posto grazie al foglio a loro dato, con la patologia di cui sono affetti (tutte malattie mentali) e l'indicazione di dove sedersi. Ad accogliergli è un infermiere che li invita a leggere le regole “non parlare e non relazionarsi con i pazienti”. Le regole, garanti di una società possono essere rispettate in un posto al di fuori di essa? Folli ed eclettici i personaggi, in un delirio tormentato, si preparano allo spettacolo che si prospetta la loro via di fuga per essere riammessi tra gli altri. Si dispiegano parole su cosa sia essere normali, sulla possibilità di morire per una malattia o per le regole sociali, su cosa significa essere liberi. Marat (Luca Lollobrigida) difensore dell'intelletto si fronteggia con De Sade (Matteo Paino), che delle leggi naturali ne ha fatto una strada di pensiero, a bilanciarli e comprovarli c'è Jean Roux (Mirco Orciatici), che si presta a forma e azione delle loro parole.
In un vortice di stimoli il pubblico viene toccato, incitato a collaborare, a relazionarsi con i loro strumenti, a provocargli delle reazioni, a disobbedire alle regole. Basta applaudire per interrompere lo spettacolo, ma chi ha il coraggio di farlo? Forse questa sensazione di sconfinare piace, forse questo fastidio provocato da attori sudati, sporchi di terra e incontrollabili risveglia qualcosa.
Dal teatro di provocazione di Pasolini, a quello della Crudeltà di Antonin Artaud, alla partecipazione del Living Theater, lo spettacolo si snoda in infinite varianti che non riescono a canalizzarlo al di fuori del pubblico e che attraverso la maschera trova uno sviluppo del proprio lessico. Il clown, le maschere balinesi e quelle di commedia dell'arte sono dei simboli di comunicazioni per suggerire delle identificazioni dei ruoli. Se i malati mentali non sono riconosciuti come persone, aiutano i personaggi mascherati (non è un caso che persona in latino significasse maschera). Allora seppur meno umani appaiono più familiari, fanno sorridere e le loro canzoni fanno valicare quel confine tra spettatore e attore, tra vedere e partecipare, tra accettare e scegliere. Si ripropone un nuovo codice di relazione, se le regole sociali non funzionano, andranno meglio quelle del teatro (che ha un fondamento rituale).
Alle fine gli spettatori vengono liberati a patto che applaudano e che scelgano un loro capro espiatorio, come avviene “normalmente”. Uno dovrà restare dentro per permettere a tutti di andare via. La normalità si smaschera come crudele, l'uomo è crudele per autoconservazione della propria immagine.

Visto nel giardino del Museo di Santa Maria in Cappella, il 21 luglio 2016.

Federica Guzzon 24/07/2016

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